La sinistra divisa e la trincea di Cofferati – di M.Giannini

31/03/2003
           
           
          Pagina 1 e 18 – Commenti
           
           
          La sinistra divisa e la trincea di Cofferati

                  MASSIMO GIANNINI

                  LA GUERRA di Bush e di Blair, dopo il mancato via libera dell´Onu per l´aggressione dell´Iraq, ha diviso il centrodestra. La resistenza di Saddam, insieme al possibile rilancio dell´Onu nella ricostruzione dell´Iraq, sta sfasciando il centrosinistra. L´ala riformista dell´Ulivo non ha neanche fatto in tempo a rialzare la testa, con il sostegno aperto di Rutelli, Fassino e D´Alema a una rapida conclusione del conflitto e poi a un immediato rientro in scena delle Nazioni Unite per gestire la fase postbellica. Immediata, è partita la controffensiva della sinistra radicale. Sergio Cofferati grida subito altri due no. No alla guerra breve, perché «fare in fretta è un´idea cinica». No a un dibattito sul dopo-Saddam, perché l´unica cosa che conta è fermare la guerra. La presa di posizione dell´ex leader della Cgil intercetta un segmento corposo della sinistra sociale. Dà voce a una componente forte anche nella sinistra politica: quella che precipita nel neutralismo di Epifani e di Berlinguer («né con Bush né con Saddam») o che sfiora il peggiorismo di Barenghi sul Manifesto («Meglio una lunga battaglia che una guerra breve»).

                  È una posizione inquietante e antistorica. Fa regredire la sinistra alla sua adolescenza. La rimette di fronte alle contraddizioni che credeva di aver risolto nell´89, con la caduta del Muro di Berlino. Ideologizza la guerra.
                  Esattamente come la ideologizza Berlusconi che, con le sue infelici sortite contro le bandiere rosse al vento nei cortei insieme a quelle della pace, dichiara guerra a sua volta ad almeno una metà del paese, si dimostra prigioniero delle logiche primitive della Guerra Fredda, si dimentica che quelle bandiere hanno coperto i crimini dello stalinismo ma in Italia hanno soprattutto rappresentato una speranza di giustizia e di emancipazione per milioni e milioni di donne e di uomini.
                  Nel metodo, la mossa di Cofferati ha una sua coerenza tattica. Sbarra la strada alla dirigenza ulivista, che in questa fase drammatica della guerra sta tentando di infilarsi nel varco aperto da Tony Blair sulla centralità dell´Onu e sul piano di pace in Medio Oriente. Ma nel merito è una mossa che, se la gratifica sul piano delle emozioni di piazza, non aiuta la sinistra a crescere sul piano delle ambizioni di governo. Non si capisce davvero perché, oggi, sia moralmente "cinica" l´idea di una guerra che finisce in fretta, con la prevedibile vittoria della coalizione angloamericana, mentre diventa eticamente nobile l´ipotesi di «una lunga, feroce battaglia», che farebbe crescere le perdite umane nell´esercito di Bush come nelle milizie di Saddam, e soprattutto farebbe fatalmente aumentare anche il tragico bilancio delle vittime civili. Con il consueto e sempre troppo comodo scarto nel mondo dell´irrealtà, dove notoriamente non esistono zone grigie per le coscienze e dove per le anime belle tutto è senza se e senza ma, Cofferati può obiettare che l´alternativa vera non è tra una guerra breve e una guerra lunga, ma tra la guerra in corso e «l´immediata cessazione del conflitto». Ma anche in questo caso, non si capisce davvero perché questa sinistra radicale non si ponga affatto il problema di cosa accadrebbe in Iraq (e in generale in tutto il mondo arabo) se l´alleanza angloamericana cedesse adesso alle pressioni delle opinioni pubbliche, e si decidesse a una resa. Che lo si voglia o no, le ragioni del pacifismo assoluto in questo caso finirebbero per corrispondere alle ragioni del raìs di Bagdad. Sarebbe lui, il dittatore sanguinario che in 23 anni di regime ha causato la morte di quasi 2 milioni di persone tra repressioni interne e aggressioni all´Iran e al Kuwait, l´unico vincitore.

                  Sarebbe lui, in cima alla montagna di cadaveri di cui porta la personale responsabilità, ad autoproclamarsi ancora una volta come vero «salvatore del suo popolo», e a riaccreditarsi come unico «servitore di Allah» agli occhi delle masse islamiche, come già fece nell´89 alla fine della «guerra santa» contro Khomeini.
                  Tutto questo non conta, nelle posizioni del contro-integralismo pacifista che oggi preferirebbe una strenua resistenza della Guardia Repubblicana a una rapida vittoria dei marines. Come ha detto Romano Prodi, sarebbe stato meglio se questa guerra non fosse mai cominciata: perché è una guerra sbagliata e illegittima. Ma ora che la guerra c´è, e la cruda realtà ce la sbatte in faccia ogni giorno, si deve solo sperare che finisca al più presto. È ovvio che questa speranza presuppone l´affermazione dell´asse Bush-Blair, e la sconfitta di Saddam. Ma è forse proprio questo che non vuole il partito del "né-né". E forse non manca, dentro quel partito, chi spera in un risultato addirittura contrario: e cioè che vinca il raìs di Bagdad e che il «fascista di Washington» patisca un altro sanguinoso e umiliante Vietnam. Qui sta l´essenza di questo strisciante "peggiorismo", che si vena di anti-americanismo fino al punto da recidere le nostre radici culturali non tanto con gli Stati Uniti, ma con l´Occidente. L´America si può e si deve criticare: l´amministrazione Bush si sta rivelando quanto di peggio si potesse immaginare, anche nella gestione del dopo 11 settembre. E forse è vero quello che un ignoto marine ha scritto ai suoi commilitoni sulle latrine di un campo base dalle parti di Um Qasr: «Ragazzi, se aveste votato per Al Gore a quest´ora sareste a fare il barbecue nel giardino di casa». Ma è proprio questa la differenza che rende qualitativamente diverso il soft power dell´America, in quanto espressione compiuta della civiltà occidentale, dal potere dispotico e intollerante di certi fondamentalismi di matrice islamica.
                  Questa differenza si chiama democrazia: alle prossime elezioni duecento milioni di americani liberi potranno rimandare Bush a occuparsi dei suoi cavalli nel Texas, mentre venti milioni di iracheni sottomessi non potranno mai liberarsi di Saddam e della sua tirannia. Basterebbe già questo a rendere inaccettabile qualsiasi equiparazione tra Bush e Saddam, per l´Europa come Unione di Stati e per gli europei come cittadini che condividono un sistema di regole e di valori.
                  In ogni caso, sul piano della politica interna l´ulteriore sterzata di Cofferati verso la sinistra più estrema ha almeno un pregio: avviene in una cornice di relativa chiarezza. Per la prima volta l´ex leader della Cgil esce dal limbo dell´irresponsabilità politica, nel quale galleggia da sette mesi, e assume un ruolo formale e sostanziale. Smette di impallinare i leader eletti dell´Ulivo, dalla postazione riparata ma impropria della Fondazione Di Vittorio, e diventa presidente di Aprile. Qualcosa di meno di un nuovo partito, ma molto di più di una corrente. Per i Ds comincia una fase inesplorata, che se non porta alla scissione, sancisce intanto la fine dell´unità politica della Quercia. Nel partito ormai ci sono due culture e ora anche due tessere, che riflettono una doppia e distinta appartenenza.
                  Cofferati, dimenticata con troppa disinvoltura la felice esperienza riformista del sindacato, acquista ora la leadership di un nuovo schieramento, competitivo con Bertinotti e alternativo ai vertici dell´Ulivo. E´ una delusione per chi guardava a lui come a una grande risorsa del riformismo. Ma è almeno un passo avanti sul terreno della linearità di comportamento e del principio di responsabilità. Meglio presiedere un organismo di partito, sostenendo a viso aperto gli onori e gli oneri di una contesa a tutto campo con gli interlocutori interni ed esterni, piuttosto che continuare a delegittimarli senza averne alcun titolo, in un ambiguo gioco di specchi in cui si alternano Gengis Khan e Catilina, e nel quale nessuno sa più «chi è chi». In questa ulteriore evoluzione identitaria, Cofferati ha di fronte tre sfide importanti. La guerra e le sue implicazioni politico-parlamentari, la gestione di un movimento pacifista in cui cresce l´equazione «Bush uguale Saddam» cara a Gino Strada e il referendum sull´articolo 18. Sulle prime due il presidente di Aprile ha appena indicato le sue linee guida, e non sembrano affatto confortanti. Sulla terza (la più insidiosa per lui che da sindacalista ha trasformato in una «battaglia di civiltà» la difesa dell´articolo 18), siamo in attesa da mesi di sapere come la pensa. Speriamo di non doverlo apprendere dall´articolo di un sito Internet. Magari firmato Cicerone.