La sinistra dei movimenti: solo Sergio unisce. Ma i liberal: è il passato

26/06/2002

26 giugno 2002



Flores d’Arcais: i dirigenti della coalizione vogliono ridimensionarlo. Pardi: ha dovuto sostituirsi a partiti senza più ruolo

La sinistra dei movimenti: solo Sergio unisce. Ma i liberal: è il passato

      MILANO – «Dal 23 marzo, quando Cofferati non solo ha portato in piazza tre milioni di cittadini ma lo ha fatto con la capacità unitaria di tenere insieme le più moderate rivendicazioni riformiste con il sostegno dei nuovi movimenti, i dirigenti politici del centrosinistra sembrano ossessionati esclusivamente dall’obiettivo di ridimensionare la sua leadership»: legge così, Paolo Flores d’Arcais , direttore di MicroMega , la clamorosa spaccatura dei Ds nella direzione di lunedì. Un evento che al promotore degli autoconvocati del Palavobis appare solo l’ultimo episodio di una lotta di potere contro il segretario del maggiore sindacato italiano. Ma è tutto il mondo dei movimenti a schierarsi con il leader Cgil e la sua «fortissima irritazione» verso la maggioranza ds dopo la bocciatura del documento che voleva impegnare il partito «a sostenere» la posizione del sindacato.
      Il fiorentino
      Pancho Pardi , alla guida del movimento dei professori, lo capirebbe pure il segretario della Quercia: «Il ragionamento teorico di Fassino ha una sua dignità», il partito è cosa diversa dal sindacato. Però lui e gli altri, «dovendo scegliere», non esitano a definirsi «tra i sostenitori più convinti della Cgil», il sindacato «che, non volendo, negli ultimi anni ha assunto un ruolo di rappresentanza politica perché i partiti quel ruolo l’avevano perso».
      E pensare che la posizione di Pardi avrebbe anche qualcosa in comune con quella del senatore ds
      Franco Debenedetti , esponente dell’area liberal, d’accordo con Fassino nel bocciare il documento sostenuto invece dal correntone della Quercia. Se Pardi attribuisce «dignità» alla scelta di Fassino, Debenedetti va oltre e la considera espressione di «un fatto sostanziale: non esiste che un partito politico appoggi il sindacato. Un partito si rivolge al Paese. Pretendere il contrario vuol dire chiedere un cambiamento radicale dei partiti della sinistra italiana, che non sono mai stati tradeunionisti». E una possibile mini- intesa sui principi diventa subito grande distanza, visione politica opposta.
      Debenedetti è addirittura «fortemente contrario» alla battaglia sull’articolo 18, all’idea della Cgil di «impostare tutta la questione sulla tutela dei diritti»: così facendo si «fa arretrare la visione delle relazioni industriali in un’economia sviluppata come l’Italia». Con «gravi danni per la sinistra di governo e per il Paese». La conclusione è obbligata: «Chi propone uno stadio arretrato di sviluppo non può candidarsi a guidare sviluppo e crescita del Paese». Sarà questo qualcosa di simile all’atteggiamento di «esagerata acquiescenza alle ragioni della proprietà economica» che Pardi attribuisce in verità alle ultime riflessioni sulla sinistra di Massimo D’Alema? Certo è difficile pensarli nella medesima coalizione. La stessa di Flores d’Arcais, sicuro che «oggi chi unisce e allarga i consensi e contrasta la destra populista è mille volte più Cofferati di tutti i Fassino, Rutelli, D’Alema, Amato e Tony Blair messi insieme».
Enrico Caiano


Politica