La sinistra col cerino acceso (A.Minzolini)

02/10/2007
    martedì 2 ottobre 2007

    Pagina 5 – Primo Piano

      WELFARE
      L’ALA MASSIMALISTA

        Retroscena
        E si moltiplicano gli scricchiolii centristi

        La sinistra col cerino acceso

        La paura del Prc: firmare sul welfare, poi veder cadere dal centro il governo

          Augusto Minzolini

            Ormai è diventata una consuetudine. Ogni giorno viene raccontato un episodio, un aneddoto, che testimonia l’insoddisfazione dei centristi dell’Unione. Anche a New York, durante l’assemblea generale dell’Onu, Lamberto Dini ha voluto dare un segno della sua freddezza nei confronti di Romano Prodi: malgrado il premier lo abbia invitato ripetutamente a far parte della delegazione italiana nella grande aula del Palazzo di vetro, il presidente della commissione Esteri del Senato ha declinato l’invito. Se Dini disobbedisce alla luce del sole e presenta il simbolo del suo nuovo partito, Antonio Di Pietro continua a muoversi in silenzio. Con una studiata regia il ministro delle Infrastrutture tiene alta la suspense sui suoi disegni: la settimana scorsa ha fatto girare la voce su sue possibili dimissioni; poi, ha lanciato una crociata contro Vincenzo Visco prima di raggiungere un compromesso; infine ha fatto dire ai suoi che sabato prossimo a Vasto, nella riunione annuale, i «dipietristi» discuteranno sulla permanenza nel governo. Naturalmente non succederà nulla, ma intanto l’ex-pm annusa l’aria che tira per essere pronto ad ogni evenienza.

            Eppoi c’è Clemente Mastella che un giorno sì e un altro pure è arrabbiato con l’Unione. Il senatore Domenico Fisichella che non ne può più. Quelli della Südtiroler-Volkspartei che meditano di staccarsi da un governo impopolare per non avere brutte sorprese alle amministrative di primavera. E per stare ai racconti di Gianfranco Rotondi pure tra i ministri c’è chi non crede più al futuro di Prodi: «Il governo – avrebbe detto Giuseppe Fioroni al segretario della nuova Dc – è finito. Se portiamo a casa questa Finanziaria è già tanto». Per non parlare, infine, di Marco Follini, che malgrado abbia buone frequentazioni con Walter Veltroni, consiglia quotidianamente di staccare la spina a Prodi.

            Insomma, a ben vedere non è il solo Silvio Berlusconi a prevedere la crisi di governo e, magari, le elezioni a primavera. E questa condizione di precarietà mette la sinistra massimalista, e in particolare i neo-comunisti, in una difficile situazione. Quasi da incubo: c’è il rischio, infatti, che su argomenti delicati, fondamentali per il «blocco sociale» di riferimento della sinistra radicale come il welfare, Fausto Bertinotti e i suoi raggiungano un compromesso al ribasso per salvaguardare il governo, accorgendosi però un minuto dopo che il governo potrebbe cadere lo stesso per mano dei «centristi» dell’Unione e ritrovandosi così nella scabrosa situazione di andare alle urne con il proprio elettorato scontento.

            Che il popolo neo-comunista sia scontento di questo governo non ci sono dubbi. Basta guardare a quello che è successo ieri a Mirafiori: non sono mancati i fischi verso chi ha difeso l’accordo tra il governo e il sindacato e, soprattutto, verso chi, come il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani, ha argomentato il «sì» all’intesa come un passaggio fondamentale per salvaguardare Prodi. Un segnale che è stato subito colto dentro il variegato mondo della sinistra massimalista. «Spero che il malessere di Mirafiori – ha rimarcato Manuela Palermi, capogruppo del Pdci al Senato – sia ascoltato dalla politica. Spero che la Cgil, al di là delle rigidità incomprensibili sul protocollo del 23 luglio, sappia comprendere l’errore e modificare la propria posizione. Ad Epifani vorrei ricordare che la Cgil si è sempre considerata autonoma dai partiti e dai padroni». «Le dichiarazioni di Epifani – ha osservato il senatore di Rifondazione Fosco Giannini – sono gravissime. Rappresentano un ricatto e danno l’idea di un sindacato cinghia di trasmissione tra governo e poteri forti. Di questo passo bisognerà costruire un nuovo sindacato».

            Insomma, con l’aria di elezioni che tira non sono pochi i parlamentari neo-comunisti che sentono sempre più il richiamo della foresta. La questione, insomma, è seria e non può essere esorcizzata dalla solita «teoria» – che pure ha il suo seguito nel vertice di Rifondazione – che «questo governo – per usare una frase cara a Franco Giordano – non può cadere da sinistra». «Sì – ammette il capogruppo dei neo-comunisti al Senato, Giovanni Russo Spena – corriamo il rischio di essere cornuti e mazziati. Per questo il compromesso sul welfare deve essere alto. Non possiamo permetterci di firmare un accordo che non possiamo difendere di fronte agli elettori: ecco perché il discorso di Epifani sul governo è come minimo azzardato. L’intesa sul welfare deve porre fine in maniera inequivocabile al precariato a vita. E Prodi dovrebbe ascoltare un consiglio: deve fare in modo che il provvedimento sia slegato dalla Finanziaria per poterlo votare a gennaio, se non a febbraio».

            Appunto, in una fase in cui il quadro politico sarà più chiaro, come pure le intenzioni dei «centristi». Il rischio elezioni non può non irrigidire Rifondazione sulle sue posizioni. «Certo – spiega il capogruppo dell’altro ramo del Parlamento, Gennaro Migliore – noi non asseconderemo Dini che vuole tagliare il ramo della pianta dove siamo seduti. Anche perché lui tenterà di farlo lo stesso. Ma proprio per questo dobbiamo rafforzare l’intera pianta e per farlo dobbiamo riconquistare al governo il consenso degli strati sociali che rappresenta. Per questo l’intesa non può essere fatta al ribasso e deve essere difendibile più nel Paese che non nel Palazzo».

            Concetti che piano piano si stanno facendo largo anche nella mente di Prodi. Al vertice di maggioranza della scorsa settimana il premier aveva fatto fuoco e fiamme su ogni ipotesi di modifica dell’accordo sul welfare. Paradossalmente solo gli interventi di riformisti come Rutelli, Franceschini e Fassino avevano evitato la rottura con Rifondazione. Anche l’altro ieri il Professore è tornato ad usare toni di battaglia perentori contro le richieste della sinistra, che 24 ore dopo ha puntualmente smussato. Alla fine forse il premier, facendosi due conti, preferirà vedersela con Dini che non con i rifondaroli: per lui il «primum vivere» è più importante dei sogni riformatori.