La sinistra adesso riscopre l’Italia da mille euro al mese

03/12/2003

    3 Dicembre 2003

    TRANVATE 2. NEL PALAZZO CADE IL TABÙ DEI SOLDI

    La sinistra adesso riscopre l’Italia da mille euro al mese

    Il partito trasversale del salario: vedremo altre proteste spontanee

    Bruno Tabacci la sintetizza così: «Il problema è che mille euro di stipendio non sono due milioni di lire. Bisogna adeguare i salari non all’inflazione reale ma a quella percepita». Per l’esponente dell’Udc, presidente della commissione attività produttive della Camera, come per la stragrande maggioranza dei suoi colleghi, prima di tutto viene la condanna dello sciopero selvaggio di due giorni fa a Milano. Ma subito dopo viene il merito delle questioni che stanno dietro la giornata cilena: un contratto fermo da due anni, buste paga prosciugate, le aristocrazie operaie, come del resto il ceto medio, spogliate delle aspettative di reddito e di vita. È su questo scenario che spunta il partito trasversale del salario. Fondato, a destra come a sinistra, sul superamento di un vecchio assioma della politica dei redditi, peraltro anch’essa abbondantemente superata, e cioè l’idea che i salari possano crescere solo in relazione alla crescita del costo della vita: «Negli ultimi anni – è il motto dei salaristi – i profitti sono cresciuti troppo a scapito dei salari».

    Ma a dirlo non è solo l’abitudinario Paolo Ferrero, responsabile lavoro di Rifondazione comunista. Come lui anche l’ex ministro dell’Industria Pierluigi Bersani, e Maurizio Lupi, deputato di Forza Italia vicino alla Compagnia delle opere, invita a mettere il tema del potere d’acquisto in cima alle priorità dell’agenda politica: «Le famiglie non arrivano al 20 del mese, e non parliamo più solo dei nuclei a reddito basso, ma anche di quelle a reddito medio». Cesare Damiano, responsabile lavoro dei Ds, aggiunge che a essere incalzate dalla soglia di povertà sono ora pure le famiglie a doppio reddito, oltre quelle mono.

    Bisogna insomma redistribuire reddito su salari e stipendi. Ma il primo ostacolo sulla strada della redistribuzione è che non ci sono più gli strumenti per attuarla: «Per la prima volta da tanti anni a questa parte – dice Bersani – non abbiamo più tavoli di concertazione. Non c’è una politica dei redditi, non ci sono sedi in cui concordare politiche di disinflazione. Intanto il potere d’acquisto continua a crollare». Normale che, davanti a tutto ciò, Pezzotta lamenti l’impotenza del sindacato: «In questo contesto – aggiunge Bersani – dobbiamo aspettarci un andamento carsico di queste forme di protesta, destinate senz’altro a riscoppiare, perché non ci sono più strumenti per governarle». Né sembra prevedibile, almeno a breve, un’inversione di tendenza, dal momento che, dice Damiano, «lo Stato ha rinunciato a svolgere una qualsiasi funzione regolatrice». A proposito di ruolo dello Stato, e a scanso di equivoci, si precisa da più parti che non si tratta di tornare a Keynes. Questo non lo vuole Bersani («lo spendi e galoppa non funziona di per sé»), non lo vuole nemmeno il responsabile lavoro della Margherita Tiziano Treu («ci manca solo il keynesismo del piffero, quello che fa spendere senza produrre crescita»), secondo il quale la vera svolta consiste nella ricerca di un equilibrio tra dinamiche nazionali e locali. Per Treu lo Stato deve garantire il minimum nazionale, che copra gli effetti reali dell’inflazione sui redditi da lavoro, ma il resto deve restare affidato al criterio della produttività: «Perché se lo Stato – dice Treu – si mette a coprire i buchi finanziari dei contratti stipulati in regime federale, come è il caso dei trasporti, facciamo un passo indietro e un favore ai lavoratori ipergarantiti e improduttivi, gli ereditieri del salario, che saranno anche ereditieri modesti, ma sempre improduttivi restano».