La signora e la badante a tavola insieme

03/05/2004





 
   
1 Maggio 2004
INCHIESTE




 
La signora e la badante a tavola insieme
«Bianche» emancipate a disagio nei panni delle «datrici di lavoro» evitano di confrontarsi su un rapporto asimmetrico che richiede fatica, sensibilità e consapevolezza

MANUELA CARTOSIO


Di notte piangeva, di giorno era una pena, il pensiero fisso ai figli piccoli lasciati in Sri Lanka. Cristina, commercialista di Reggio Calabria, ha chiuso la breve esperienza con un biglietto aereo di ritorno pagato a sue spese e un «mai più» la tata immigrata, rigorosamente rispettato da quindici anni. Collaboratrice editoriale a Milano, single, figlia unica, madre anziana malata a trecento chilometri di distanza: una solida vedova polacca ha messo fine alla girandola delle badanti, resterà «fino alla fine», quando «succederà» affitterà lei l’appartemento (il padrone di casa è d’accordo). «Per me è la sorella che non ho avuto».

Corre tra questi due estremi la relazione tra donne italiane e donne migranti. Relazione difficile e scabrosa, perché ha come oggetto il trasferimento dietro compenso dalle prime alle seconde del lavoro domestico e di cura che segna come un marchio tutte le donne, comprese quelle «emancipate». A questa debolezza di genere si sovrappone lo squilibrio di potere insito in ogni rapporto di lavoro, enfatizzato dalla condizione di migrante della lavoratrice. La scena del rapporto è la casa, la materia del lavoro sono le persone, bambini e anziani. In uno spazio privato e separato si intrecciano sfruttamento e affetti, risentimenti e mutuo soccorso, incomprensioni e alleanze. Qui non ci occupiamo delle storiacce, della padrona che mette il lucchetto al frigorifero o della colf che sparisce con il collier della nonna. Ci occupiamo della faticosa normalità e, in particolare, del silenzio pubblico delle donne italiane su un’esperienza ormai di massa e consolidata.

Donne globali. Tate, colf e badanti
, curato dalle sociologhe statunitensi Barbara Ehrenreich e Arlie Russell Hochschild, tradotto da Feltrinelli qualche mese fa, è una bomba che non ha innescato neppure un mezzo dibattito. E’ un pugno nello stomaco per le cinquantenni o su di lì che «da femministe» avevano strappato il velo che copriva il lavoro domestico non pagato e battagliato per dividerlo con l’altro sesso. Da schivare, evidentemente. Il libro non nomina l’Italia, eppure parla di noi. Siamo il paese europeo con il più alto numero di donne immigrate messe al lavoro nelle case. L’ultima sanatoria ne ha regolarizzate 340 mila; sommando quelle già il regola e le «clandestine» si supera il milione. Abbiamo persino coniato l’orrendo neologismo «badanti». Pur con qualche eccesso di manicheismo e moralismo, le autrici toccano un nervo scoperto. Il silenzio opposto misura la nostra coda di paglia e i nostri sensi di colpa. Stessa sorte un paio d’anni fa toccò a un libretto provocatorio già nel titolo, La serva serve, quattro storie di migranti «nuove forzate del lavoro domestico» raccolte da Cristina Morini per Derive-Approdi.

Insomma, stiamo a disagio nei panni della «datrice di lavoro» (e che lavoro!) e giriamo alla larga dall’argomento. Ben volentieri cediamo a un un uomo – il sociologo Maurizio Ambrosini – l’onere di porre le domande sgradevoli sul lavoro di cura appaltato alle migranti, le stesse allineate dalle spietate americane. Chi pensa ai figli e ai genitori delle donne che accudiscono i nostri bambini e i nostri anziani? E’ giusto che l’emancipazione delle donne occidentali gravi sul lavoro servile delle donne del Sud del mondo? Quanto a lungo potrà reggere un sistema fondato su una doppia discriminazione (etnica e di genere)? Quanto capitale umano va sprecato se le migranti sono condannate in eterno al lavoro di cura, unica emancipazione loro permessa?

Perché il femminismo, nato come presa di parola e di coscienza, non produce nulla su questa particolare relazione tra donne? «Perché lì c’è una nostra debolezza e una contraddizione enorme», risponde Lea Melandri. «L’80% delle donne che conosco hanno o hanno avuto una colf o una badante immigrata. Tutte cerchiamo aggiustamenti privati». Il privato non era politico? «Nei gruppi, nelle associazioni di donne italiane e migranti facciamo un gran parlare di diritti. Manifestiamo contro la Bossi-Fini. Ragioniamo sul welfare fatto in casa, sappiamo che non ci potrà essere un’immigrata per ogni anziano. Ma del nostro vissuto, delle tattiche e della strategie che adottiamo per venire a patti con la realtà, diciamo poco e niente». La realtà è che «usiamo» il lavoro servile, con sfumature «quasi» schiavistiche, fatto da «un’altra donna».

Gestire un rapporto asimmetrico richiede fatica, sensibilità e consapevolezza, dice la psicologa Ilaria Corti della Cooperativa Crinali. Tiene corsi di formazione per «curanti» e ha coordinato una ricerca nel centro storico di Milano sul rapporto tra famiglie e migranti. Entrando nelle case, ha visto di tutto: dalla badante supersfruttata e angariata a quella che «spadroneggia». In genere, la «padrona» dipinge una realtà tanto idilliaca quanto fasulla. «Funziona tutto benissimo, ci diamo del tu, mangia a tavola con noi…»; poi però, quando tocca alla badante rispondere alle domande, «non esce dalla stanza», vuol controllare quel che dice. Le immigrate descrivono le «signore» in modo altrettanto stereotipato: tutte «egoiste, ipocrite, se ne fregano dei genitori. Al mio paese, invece, la famiglia conta, i vecchi li rispettiamo». Entrambe «se la contano su»: per l’immigrata la finzione è una tecnica di sopravvivenza, per la «padrona» è un espediente per evitare i sensi di colpa. Se ce li ha. Ad averceli sono soprattutto le donne che per cultura, convinzioni politiche e estrazione sociale mai avrebbero immaginato d’avere una donna «alle proprie dipendendenze». Questa è la vera novità, secondo Ilaria Corti, se si guarda al rapporto dal lato delle donne italiane. «Serve» e «padrone» sono sempre esistite. Ma le padrone erano borghesi, ora anche l’operaia se vuole continuare a lavorare deve ricorrere alla «curante».

Alessandra, giornalista free lance a Roma, ha saldato a modo suo il debito di gratitudine con la baby sitter che l’ha aiutata a crescere due figli. Le ha «finanziato» un figlio: continua a versare i contributi per l’immigrata che da un pezzo non lavora più da lei. Il che non significa che il rapporto in passato sia stato tutto rose e fiori – «abbiamo fatto le nostre belle litigate» – e che adesso sia «davvero alla pari». La disparità non si cancella, si trasforma: «Ora il nostro rapporto somiglia a quello tra madre e figlia, l’essenziale è che non siamo trasparenti una per l’altra.

Non sono poche le donne italiane che ancora dopo anni aiutano e sostengono l’ex colf, dice Ainom Maricos, dell’Associazione Cittadini dal mondo. Qualcosa è cambiato da quando sua madre arrivò a Milano per fare la cameriera: «Allora le padrone non si sforzavano neppure d’imparare il nome delle colf straniere. Le ribattezzavano Rosa, Lucia, Caterina». Qualcosa, non tutto. «Trovi sempre l’anziana paralizzata che fa mettere i guanti alla badante somala anche per allacciarle i bottoni della camicia, non vuole essere toccata da mani nere». Nessuna immigrata sceglie il lavoro di cura. Appena può permettersi un letto e un tetto suoi, preferisce fare le pulizie a ore in cinque posti diversi. «Però, sempre lavoro domestico è», pochissime riescono a fare «il salto di qualità». Venute via dai loro paesi per emanciparsi sono finite «tra le quattro mura di un’altra donna»; hanno fatto studiare i figli, mantenuto i genitori, «ma al prezzo di rinunciare a una vita piena».

«Non si può fare la serva per tutta la vita», ci dice da Torino la peruviana Mercedes Caceres. Lei al mattino fa la baby sitter, al pomeriggio lavora ad AlmaTerra (vedi articolo su questa pagina). Per le donne dell’Est, che hanno progetti di migrazione limitati nel tempo, il lavoro di cura può anche essere un’opportunità. Per le latinoameriane, che si fermano a lungo, diventa una gabbia. Le donne italiane «sensibili» lo sanno. Sono puntuali nei pagamenti, rispettano orari e contratti, anticipano soldi in casi d’emergenza, fanno carte false perché la colf possa rinnovare il permesso di soggiorno. Ma uscire dal girone del lavoro servile è estremanente difficile. E dall’inizio dell’anno è pure difficile entrarci. Chi perde il lavoro perché l’anziano muore, non riesce a trovarne un altro. Volevamo interrogare il silenzio delle donne italiane, abbiamo scoperto che il mercato del lavoro di cura è saturo. E’ il bello delle inchieste.