La sfida di un leader – di Curzio Maltese

25/03/2002

La sfida di un leader

CURZIO MALTESE

La «più grande manifestazione di tutti i tempi», come l´hanno definita anche a destra, «una giornata storica». Per una volta le iperboli sono giustificate. Questo 23 marzo dei tre milioni in piazza, nel sole e nel vento della primavera romana, può cambiare la storia d´Italia. Di certo, segna la nascita di un movimento di massa sorprendente per forza, ampiezza e serenità, nell´Italia dell´egemonia berlusconiana. E il capolavoro politico di un leader, Sergio Cofferati, che da oggi si pone naturalmente come futura guida di una sinistra in cerca dell´unità e dell´identità perdute.
Nessuno, prima di lui, era riuscito nel miracolo di mettere insieme in un colpo solo tanti pezzi di politica e società, da Di Pietro a Rifondazione, passando per tutto l´Ulivo, dai no global ai girotondi, i padri e i figli, studenti e pensionati, operai e ceti medi: una vera e propria costituente dell´opposizione
Cofferati è partito da solo e li ha riuniti per strada, sotto le bandiere rosse della Cgil, con un obiettivo concreto, la difesa dei diritti, e lo slogan più acclamato della storia: «Siamo tutti figli della solidarietà».
Dal Circo Massimo è venuta anche la più efficace e potente risposta al terrorismo. Il minuto di silenzio dei tre milioni ha onorato la memoria di Marco Biagi più di tante parole. La presenza di un immenso popolo maturo e civile incarna la negazione della violenza e la difesa della democrazia, meglio di quanto abbiano saputo fare il governo e le polizie. Nulla di nuovo, per chi conosce la storia di questi trent´anni. Ma in un Paese dove la memoria viene azzerata ogni giorno, non era scontato che tanti decidessero di sfidare il martellante ricatto di questi giorni, l´equazione fra piazza e violenza avanzata dal novanta per cento dei media. Chi ha voluto strumentalizzare la morte di Marco Biagi contro il 23 marzo si è ritrovato insomma di fronte a un boomerang. Alcuni, nel governo, ne hanno preso atto. Altri provano a rilanciare teoremi rabbiosi e insultanti. Fra questi, spicca per scarsa lucidità il commento del ministro Tremonti, che parla di un «trionfo dell´estremismo». Tre milioni di estremisti, come definizione, è una "new entry" sorprendente perfino nel generoso stupidario nazionale.
È del resto comprensibile che qualcuno al governo perda la testa di fronte a una novità destinata a riscrivere i rapporti di forza fra maggioranza e opposizione. Grazie alla discesa in campo di un terzo attore inatteso e imponente: un movimento di massa che ha già fatto saltare tutti i calcoli politici. È un movimento nuovo anche per la storia della sinistra, autonomo rispetto ai singoli partiti e associazioni, ancora poco indagato. Ma che si muove sulla base di valori profondi, i diritti, la solidarietà, e quel che più conta, in pochi mesi ha conquistato valanghe di consensi, dalle piccole iniziative alla marea del Circo Massimo. Sulla base di una straordinaria capacità di aprirsi e includere, attrarre e unire soggetti sociali e generazioni molto distanti. Senza peraltro alcun bisogno di venire a patti con il modello da anni egemone di "modernità". Bastava guardare dal palco quella distesa di bandiere e simboli. Dev´essere stata una scoperta, per i leader della nomenclatura ulivista che sul palco non potevano salire, costretti a fare da comparse nel Cgil-Day, vedere Cofferati riunire tanto consenso moderato sotto le bandiere rosse e i simboli del lavoro, senza richiami spettacolari (a parte il sobrio pianoforte di Nicola Piovani). Dopo tanti anni sprecati a ridipingere di azzurrino i palchi dei congressi; a collezionare esperti d´immagine, Vip e status symbol; a esibirsi nei salotti televisivi con i discorsi e gli abiti dei funzionari di Bankitalia. Il tutto senza guadagnare un voto, anzi.
Cofferati ha offerto un´idea diversa di riformismo, fedele ai valori e all´identità storica della sinistra. Ma con le antenne ben piantate nella società e la capacità di dialogare con tutti, dai no global ai girotondi, da Bertinotti ai moderati. Il resto l´ha fatto una qualità sempre più rara, il coraggio. Il coraggio di decidere da solo la mobilitazione di ieri, quando gli altri sindacati minacciavano ancora accordi separati, rischiando l´isolamento e la sconfitta. Il coraggio di confermarla dopo l´assassinio di Marco Biagi, subito usato contro il 23 marzo.
Ha rischiato, "il Cinese", e ha vinto. Si è confermato l´unico leader capace di condurre una ferma ed efficace opposizione al governo Berlusconi. L´unico bravo a unire la sinistra, fra tanti formidabili a dividere. Per questo, Berlusconi e la destra ne hanno paura e gli scatenano contro una campagna mediatica di una violenza mai usata con nessun "nemico". Ma intanto il governo incassa la giornata più nera. Con tutte le sue raffinate strategie di comunicazione, si ritrova un´immagine a pezzi. Mentre Berlusconi si esibisce nei vertici all´estero, in patria la tensione sociale cresce, i sondaggi calano, i conti economici non tornano e la mediocrità della squadra di governo precipita in tutti i settori, a cominciare dall´ordine pubblico, verso lo stato d´emergenza permanente. È vero che i ciarlieri ministri riescono sempre ad affollare la scena di dichiarazioni. Ma con chiacchiere e distintivo, diceva il personaggio di un film, non si va lontano.