La sfida dei sindacati al governo

25/03/2004


  sindacale



giovedì 25 marzo 2004

La sfida dei sindacati al governo
Lo sciopero generale di domani per una svolta nella politica economica
Laura Matteucci

ROMA – Domani si sciopera, i sindacati chiedono ai lavoratori di fermarsi per quattro ore, otto nel Lazio e in Sicilia, l’intero turno in alcuni settori. Si sciopera perché è necessario portare all’attenzione un fatto grave: il paese si sta impoverendo, è fermo, non cresce. È in stagnazione da oltre 30 mesi, «è la più lunga stagnazione della storia della Repubblica e non abbiamo segnali di un’inversione di tendenza», ha denunciato ieri Epifani che con Pezzotta e Angeletti ha illustrato le ragioni e le modalità della protesta cui aderisce anche l’Ugl, il sindacato di An. Ci vuole «una svolta», «s’impone rapidamente e invece il governo non mette nulla in campo, non un’idea, non una manovra né uno strumento», dice ancora il leader della Cgil.
I lavoratori saranno in piazza, (sessanta piazze quelle contate) per dire agli inquilini di Palazzo Chigi e ai vicini di palazzo Madama e di Montecitorio che l’economia del paese è una priorità, che i salari lo sono, la lotta all’inflazione, alla disoccupazione, alla desertificazione industriale perché le aziende non chiudono più solo a Sud ma anche nel «ricco» nord e l’aumento vertiginoso delle ore di cassa integrazione straordinaria la dicono lunga sulle «ristrutturazioni» in corso. Sono prioritari gli investimenti per lo sviluppo, per il futuro del Mezzogiorno. Non lo è invece la riforma previdenziale e contro quella dell’esecutivo domani si sciopera.
Ci dovrebbe essere questo nell’agenda di un governo, qualcosa di più di un derby mancato. E invece non se ne parla, né si affrontano i problemi dell’economia del paese, non hanno appeal o forse per prenderli di petto bisognerebbe prima riconosce il «fallimento» di quanto fin qui fatto. E anche questo chiedono i sindacati.
Sfidando populismo e demagogia ieri i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil il coraggio di fare il paragone tra il calcio e la politica economica l’hanno avuto. Da un lato la solerzia, la rapidità con cui si il premier-presidente del Milan è sceso in campo con un turbinio di intenzioni per togliere le castagne dal fuoco ai club di calcio; dall’altro l’oblio a cui sono stati condannati documenti e proposte sulla previdenza, sul Sud, sullo sviluppo del Paese che Cgil, Cisl e Uil hanno firmato finanche con Confindustria, come dire più bipartisan di così. Per non parlare dei tavoli annunciati e mai apparecchiati (qualcuno ricorda quello sul Welfare?). Il ministro Maroni ieri ha detto che dopo lo sciopero le parti sociali saranno convocate, ma i suoi annunci non si contano più. «Mentre ai lavoratori vengono tagliate le pensioni ad altri vengono tagliate le tasse. Consiglio al governo di darsi una regolata e non far pagare sempre gli stessi», manda a dire Savino Pezzotta che giudica «scandaloso», il decreto salvacalcio, come scandalosa, per il leader della Cisl è la sproporzione tra lo
stipendio di un qualunque lavoratore e quelli miliardari dei calciatori: «Perché – provoca – non legarli alla produttività»?. Pezzotta risponde anche a chi si è affannato a decretare «l’inutilità» dello sciopero: «È inutile interessarsi delle famiglie che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese? – si è chiesto -. Il governo deve cambiare atteggiamento». Quanto al corporativismo, non è un’accusa che tenga, «Qui – ha afferma – to il segretario della Cisl – si toglie ai padri e ai figli». Due anni fa Sergio Cofferati diceva la stessa cosa.
Serve una «svolta», ripete Epifani, se è vero, come prevedono gli economisti, che quest’anno il Pil crescerà dell’1%, è altrettanto vero che «quell’incremento per gran parte sarà dovuto al 29 febbraio», sì proprio al giorno in più di produzione portato dall’anno bisestile.
C’è poco da stare allegri. «Credo che la proposta avanzata da Cgil, Cisl e Uil sia l’unica in grado di affrontare e risolvere i problemi con equità e coesione sociale», dice il segretario della Cgil e racconta come a differenza del governo si sia mosso il mondo delle imprese. Confcommercio, Confesercenti hanno manifestato attenzione per il documento dei sindacati e la Confindustria ha scritto all’esecutivo perché intervenga.
«Siamo in condizione di dover far sciopero perché tutti i tentativi di farci ascoltare sono caduti nel vuoto», afferma Luigi Angeletti per il quale «la ricetta di politica economica del governo rischia di essere una palla al piede per la ripresa. Occorre cambiare registro – ha detto Angeletti – più che mai urgenti sono investimenti in infrastrutture, ricerca e innovazione». Il sindacato non sta a guardare, dopo lo sciopero generale di domani starà in campo il 3 aprile con i pensionati, il 17 aprile per l’Africa, il 25 aprile e il primo maggio. «Poi valuteremo – ha promesso Epifani – non resteremo senza far nulla».