La settimana che ha sconvolto il mondo – di V.Zucconi

27/03/2003
         
         
        Pagina 1 e 14 – Esteri
         
        La settimana che ha sconvolto il mondo
        Dalle trincee alle Borse crollano le certezze del conflitto di Bush
                Sfumata la speranza di decapitare subito il regime di Bagdad
                Dubbi dietro i sondaggi ancora favorevoli
                Il primo conto presentato al Congresso ammonta a 74,7 miliardi
                Lo "shock and awe" non ha piegato il nemico. Alto il rischio di "danni collaterali"

                DAL NOSTRO INVIATO
                VITTORIO ZUCCONI

                AL settimo giorno, «tutto procede secondo i piani», ci informa Bush. Bene. Ma c´è un problema: non conosciamo i piani, è tutto sulla parola. E la nuova parola d´ordine è «flexibility». Cambiare il corso della guerra giorno per giorno, strategia a orecchio. Tutti i bollettini, in tutte le guerre, annunciano sempre che «tutto va secondo i piani».
                L´ATTACCO sarebbe dovuto cominciare venerdì, ma la prima salva di missili è stata anticipata a mercoledì notte, nella vana speranza di "decapitare" subito il regime. All´alba di venerdì, il 7mo Cavalleria è entrato in Iraq. Il giorno dopo, è venuto l´annuncio che erano cadute le località più vicine, il porto di Umm Qasr, poi Bassora, la capitale degli sciiti, ostili al potere. Sono passati cinque giorni da quegli annunci falsi e i Royal Marines di Blair devono ancora combattere in tutto il Sud del Paese.
                Il serpente delle colonne americane è lungo ormai 500 chilometri. Si alza uno strano kamikaze, il vento del deserto e le linee di rifornimento si assottigliano, dannazione di tutte le offensive, mentre la difesa gioca in casa, diventa guerriglia e può scegliere la tattica di ogni guerriglia. Travestirsi. Essere feroci. «Contadini di giorno e combattenti di notte» dice il generale Franks. Terroristi. Mordi e fuggi. Non ci sono regole cavalleresche, nelle guerre che si sporcano. La scommessa sulla quale si era fondata la corsa a Bagdad, la sollevazione del popolo sulla scia delle colonne avanzanti, deve ancora essere dimostrata. Forse accadrà e sarà risparmiata agli iracheni e agli angloamericani la strage di Bagdad. Forse. Si dice che la Guardia Repubblicana stia avanzando per affrontare spavaldamente gli americani in campo aperto. Sarebbe la prima buona notizia, per i generali americani.
                La "pistola fumante", il casus belli, la scorta di armi chimiche e biologiche, non si trova, e non si attenua nel mondo la solitudine dell´America mentre si alza il rischio di "danni collaterali". Il Pentagono ammette che qualche missile potrebbe avere sbagliato indirizzo cadendo sul mercato di Bagdad. Succede. Più missili e bombe volano, più l´errore diventa probabile. Si appanna la dottrina di moda, lo shock and awe, il bombardamento iniziale terrorizzante, che non ha né scioccato né piegato il nemico. Il conto, dopo la prima settimana di guerra, è stato già presentato al Congresso: 74,7 miliardi. Più di quanto spendano Italia, Francia e Germania per la difesa, in un anno intero.
                Si trovano indizi indiretti di armi proibite negli ospedali, siringhe di antidoto al gas, l´atropina, ma l´impronta sul terreno non è ancora la scarpa. E l´opinione pubblica americana comincia a porsi le domande di tutti: se le hanno, che cosa aspettano a usarle?
                Resta forte l´approvazione popolare, negli Usa, il 70%, ma l´istituto di demoscopia più rispettato, il "Pew" segnala movimenti sismici sotto la crosta. Il numero di americani che pensa che la guerra «vada molto bene» è crollato dal 71% al 38% di lunedì scorso, come i listini di Borsa, dopo l´euforia. E la prova che, al settimo giorno, la guerra non va bene, ce la dà la fonte più insospettabile, George Bush. Nelle ultime 48 ore, ha pronunciato due discorsi solenni ed entrambi davanti ai militari, uno al Pentagono, il secondo nella base del Comando Centrale, in Florida, per dire che «non c´è dubbio che vinceremo» come in Afghanistan. Se non ci sono dubbi, perché ripeterlo?

         

        LA STRATEGIA
         
        Dimenticati i piani iniziali i primi dubbi di Rumsfeld
        DOVEVA cominciare con 3.000 bombe su Bagdad, c´erano i piani più diversi per arrivare a Bagdad entro domenica scorsa, con a sud il paese in rivolta contro un regime che a nord doveva barcollare. In effetti la "five hundreds" – i 500 chilometri dal Golfo a Bagdad – sono stati percorsi a tempo di record. Ma gli Usa non hanno il controllo del paese. E i militari mettono sotto accusa la strategia "leggera" (anche nei costi) di Rumsfeld. E´ lui che ha voluto pochi uomini per l´operazione lampo. Ora rischia siano troppo pochi per l´attacco alla capitale. E per di più sono stanchi, dopo i combattimenti nelle città, che avrebbero voluto evitare. Il numero delle vittime Usa, è basso. Ma ormai tutti ammettono: la guerra sarà lunga.
        I MEDIA
         
        Tutta la guerra in diretta ma la censura resta
        Con una copertura tv 24 ore su 24 l´attacco a Saddam ha rubato il titolo di "guerra televisiva" al conflitto del Vietnam. Per la prima volta i giornalisti embedded trasmettono quasi in diretta dai campi di battaglia. Ma alla prima occasione si è subito riaffacciata la censura. Il Pentagono ha cercato di bloccare la messa in onda delle immagini dei marines uccisi e fatti prigionieri. Chi più chi meno le tv Usa hanno detto sì. E´ forte la polemica con Al Jazeera, accusata più o meno apertamente di essere filo-irachena. Al punto che il suo sito Internet è stato bloccato dagli hacker. Con sfumature diverse, e senza dimenticare critiche aperte, tutta la grande stampa si è schierata per l´attacco militare.
        L´OPINIONE PUBBLICA
         
        Gli inglesi ora con Blair l´Europa resta divisa
        Una settimana dopo l´inizio della campagna militare, il consenso alla guerra è cresciuto in alcuni dei paesi alleati di Washington ma la larga maggioranza di europei continua a manifestare il suo disaccordo. Il cambiamento di consenso più clamoroso è avvenuto in Gran Bretagna: il 56% degli inglesi oggi sostiene l´intervento militare promosso da Tony Blair. Erano soltanto il 36% alla vigilia dei primi bombardamenti. Ma il "ribaltamento" dell´opinione pubblica non è accaduto in altri paesi alleati degli Usa come in Italia (74% contrari) o in Spagna (83% contrari). Nei paesi già schierati contro la guerra la percentuale di pacifisti continua ad aumentare: in Francia i contrari sono saliti dall´80 all´87%.
        I PROFUGHI
         
        Ancora nessuna fuga l´emergenza è interna
        In nessuno dei paesi confinanti con l´Iraq sono stati finora registrati flussi di rifugiati su larga scala. Ci sarebbero 20mila profughi del Kurdistan iracheno accampati vicino al confine iraniano per sfuggire ai combattimenti tra le forze curde dell´Upk e il gruppo islamico Ansar Al Islam. Secondo l´Unhcr, che ha allestito un centinaio di campi per i profughi e aveva previsto fino a 2 milioni di rifugiati alla vigilia del conflitto, gli iracheni non possono per ora scappare da Bagdad e da altre località a causa dei bombardamenti diurni. Inoltre, ci sono all´interno del paese ancora razioni alimentari sufficienti per due mesi. E´ la situazione igienico-sanitaria (mancanza di acqua e medicine) a preoccupare di più nell´immediato
        I COSTI
         
        Ogni giorno spesi 300 milioni di dollari
        Secondo le cifre del Pentagono comunicate al Congresso la guerra "combattuta" costa ogni giorno 300 milioni di dollari. Il presidente Usa ha chiesto circa 64 miliardi di dollari per un mese di guerra e sei mesi complessivi di impegno militare. Il bilancio suppletivo per finanziare il conflitto ammonta a quasi 75 miliardi. Una somma che supera i costi della prima guerra del Golfo (61 miliardi di dollari) e che rappresenta quattro volte quello che l´Iraq spende globalmente per la propria popolazione. La Gran Bretagna ha già stanziato 1,75 miliardi di sterline (2,58 miliardi di euro) ma secondo gli esperti il conflitto costerà agli inglesi non meno di 3 miliardi di sterline.
        LA DIPLOMAZIA
         
        L´Onu divisa ora pensa agli aiuti umanitari
        L´avvio della guerra ha messo il silenziatore al dibattito all´Onu sulla legittimità dell´intervento e sui rapporti Usa-Europa. L´emergenza umanitaria riunisce per ora le anime dell´Onu divise dalla crisi. La Francia si è messa in disparte, promettendo che un eventuale uso di armi non convenzionali da parte di Saddam la costringerebbe a intervenire al fianco della coalizione. La settimana di conflitto è stata però segnata dallo scontro tra Russia e Usa, con le accuse a Putin di aver venduto armi a Saddam in tempi recenti: Putin intravede la possibilità di contrastare la potenza unica americana. L´Europa, per bocca di Prodi, ricorda ora l´urgenza della creazione di una forza di difesa comune credibile nel contesto internazionale.
        IL MONDO ARABO
         
        Proteste popolari e scontri i paesi moderati tremano
        La violenza dei bombardamenti su Bagdad, che ha provocato manifestazioni di piazza con scontri persino al Cairo – e anche la resistenza del regime all´offensiva americana – hanno avuto come primo effetto di spostare il peso dei governi arabi. I ministri degli Esteri della Lega hanno firmato un documento durissimo contro gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Si chiede «il ritiro immediato degli invasori», la cessazione delle ostilità, la convocazione del Consiglio di sicurezza. La preoccupazione, soprattutto negli Stati moderati, è che dalle prime proteste si passi a rivolte vere e proprie. Tra i paesi a rischio la Giordania, considerata tra le meno critiche della linea americana.
        I MERCATI
         
        Le Borse oscillano tra euforia e depressione
        Prima euforiche, nella speranza di un conflitto breve. Poi depresse, quando invece si profila una campagna lunga e difficile. Infine prudenti e selettive. Borse in altalena nella prima settimana di guerra in Iraq. A Wall Street l´indice Dow Jones era a quota 8.141 punti prima che iniziassero a cadere le bombe, è schizzato a quota 8.500 venerdì scorso, poi è ripiegato verso gli 8.250 punti. Stesso percorso a Londra, dove l´indice FTSE 100 è passato da 3.760 punti mercoledì scorso ai quasi 3.800 di ieri, passando per un picco di 3.860 punti. Meno incertezze per il petrolio, che ha visto il prezzo contrarsi in maniera quasi costante: il Brent con consegna a maggio è crollato da 29 a 25,8 dollari