La sentenza del tribunale di Catania, puniti per aver occupato l´azienda durante uno sciopero, tra loro anche un dirigente Cgil

13/10/2010

Protestano i sindacati


CATANIA – Per le motivazioni bisognerà attendere 30 giorni, ma quel che è certo è che cinque lavoratori di una azienda di depurazione in sciopero per rivendicare otto mesi di stipendio arretrato sono stati condannati per "sabotaggio". Due mesi di carcere, ventimila euro di multa e l´interdizione per cinque anni da ogni ufficio sindacale. Una sentenza senza precedenti quella emessa dal giudice Consuelo Corrao che scomoda un articolo di legge del vecchio codice Rocco che non veniva applicato dagli anni Settanta, il 508 che disciplina "l´arbitraria invasione e occupazione di aziende industriali. Sabotaggio", corredato dalla pena accessoria dell´interdizione da cariche sindacali che colpisce l´attuale segretario della Fiom Cgil di Catania, Stefano Materia.
Nel gennaio 2008, Materia era uno dei venti tecnici della "Acim group", azienda specializzata nell´analisi delle acque reflue, realizzazione e gestione di depuratori. L´azienda è in difficoltà, gestisce una cinquantina di depuratori in tutta l´isola, vanta crediti con la pubblica amministrazione ma è in crisi di liquidità e non paga gli stipendi, è passato Natale e le mensilità arretrate di quei lavoratori che vivono di stipendio sono diventate otto. In cinque decidono di astenersi dal lavoro, si riuniscono in assemblea in azienda, non impediscono di lavorare agli altri quindici colleghi che non aderiscono alla protesta. La reazione del titolare dell´azienda è forte: denuncia alla Procura della Repubblica per interruzione di pubblico servizio, avvio delle procedure di mobilità. Per settimane si respira aria di alta tensione in azienda, tanto che i cinque lavoratori preferiscono non impugnare i licenziamenti, vengono in parte indennizzati e presentano le dimissioni.
Due anni dopo la sentenza del giudice provoca la levata di scudi del sindacato: «Siamo stupefatti – dicono il segretario della Fiom Sicilia Giovanna Marano e il segretario della Camera del lavoro di Catania Angelo Villari – La storia parla chiaro: non conosciamo provvedimenti simili che siano mai approdati all´interdizione sindacale. Il diritto di sciopero è garantito dalla Costituzione italiana».
Francesco Maggiore, titolare dell´azienda, spiega: «Eravamo in crisi di liquidità pur vantando con lo Stato crediti maggiori del nostro fatturato. Lo sciopero di quei lavoratori, pur legittimo, non ci consentiva di garantire la gestione di impianti di interesse pubblico come i depuratori di ospedali e carceri e i lavoratori non preannunciarono la loro protesta né concordarono le forme con l´azienda. Da qui la nostra denuncia, per poter continuare a lavorare. Detto questo, non avevamo alcuna intenzione di andare allo scontro, tanto è vero che non ci siamo costituiti parte civile. Il giudice ha proseguito d´ufficio e la sentenza ha colto alla sprovvista anche noi. L´abbiamo appresa dalla stampa. Siamo tutti vittime, lavoratori e aziende, di uno Stato che non riesce a far fronte ai suoi impegni con chi garantisce servizi pubblici essenziali».