La Scure Del Governo Su Scuola E Università

21/04/2011

Per carità, non chiamateli tagli alla scuola e all’università, sono solo «minori spese» per 4,5 miliardi di euro nel 2012, 4,5 miliardi per il 2013 e per altri 4,5 miliardi nel 2014. Sono le cifre stampate nella tabella contenuta nel Documento di economia e finanza (Def) che è stato presentato dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti l’altro ieri a Bruxelles. Li possono osservare tutti su internet, mentre il vicesegretario Pd Enrico Letta li sventola in faccia al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini nel corso di Ballarò andato in onda martedì su Raitre.
Uno scoop clamoroso che ha fatto sorridere un Letta beffardo e pugnace, mentre la Gelmini saltava come un grillo dalla sua poltrona. «Non sono tagli, Tremonti me lo avrebbe detto! Lei Letta, vuole creare inutilmente del panico». Abituata a mettere la polvere sotto il tappeto e a recitare a soggetto, grazie al suggerimento di un occhialuto collaboratore seduto dietro di lei, il ministro Gelmini si è affrettata a dire che queste cifre sono «cifre computate rispetto al 2008». Abbiamo verificato sul sito del ministero dell’Economia dov’è possibile consultare il Def.
E in effetti è vero, la cifra di 13,5 miliardi per il prossimo triennio somma i tagli della legge 133 del 2008. Ma c’è un punto da chiarire. Rispetto alle cifre conosciute, a decorrere dal 2012 c’è uno scarto di almeno 600 milioni all’anno. E non è chiaro dove il governo prenderà queste risorse, ma di sicuro sta pensando ad un’altra operazione ragionieristica che farà crollare il sistema dell’istruzione pubblica a favore di quello privato tanto caro al Presidente del consiglio Berlusconi.
Nella scena madre di Ballarò non è stata purtroppo menzionata la notizia più devastante. Abbiamo appreso che nel prossimo trentennio il governo ha deciso che la ricchezza prodotta verrà progressivamente spostata dall’istruzione pubblica a settori di spesa non ancora precisati. La quota attuale del Pil impegnata nella scuola e nell’università è del 4,2 per cento, calerà al 3,7 per cento nel 2015 per raggiungere il 3,2 entro il 2030.
Siamo certi che a questo punto persone ben informate, e competenti, si sono già messe al lavoro per quantificare la cifra. Quello che ad oggi possiamo dire è che i «risparmi» (cioè i tagli) previsti sono senz’altro più alti di quello che si legge nel Def. Nell’immediato il contenimento della spesa provocherà la progressiva riduzione degli stipendi degli insegnanti e dei ricercatori che sono già oggi i più bassi d’Europa. Il Def conferma inoltre che gli scatti stipendiali congelati da Tremonti nella manovra estiva del 2010 non verranno restituiti nel 2013 e che per il personale della scuola non è previsto alcun rinnovo del contratto.
Ma non è finita qui. Nel testo si continua ad affermare una falsità. Si parla ancora di un reintegro di 800 milioni del Fondo ordinario di finanziamento delle università (Ffo), quando invece è universalmente noto che si tratta solo di un parziale reintegro di un taglio di 1,3 miliardi previsto sin dal 2008.
Sempre nella memorabile scena il ministro Gelmini si è soffermata sull’immissione in ruolo di 30 mila docenti precari prevista per il prossimo anno «in accordo con i sindacati», cioè con Cisl e Uil. Una tesi contestata da Domenico Pantaleo, segretario della Flc-Cgil, che apostrofa il metodo seguito dalla Gelmini come quello che si segue «al Bar degli amici». «Questo numero – sostiene – non garantisce alcuna aggiuntività rispetto ai posti disponibili che sono oltre il doppio ed è insufficiente per garantire stabilità ai precari». «Se il Ministro non è in grado di interpretare da sola le tabelle del Def – ha rincarato la dose la responsabile scuola del Pd, Francesca Puglisi – se li faccia spiegare con esattezza da Tremonti». «Quello che è certo – afferma Alessandro Ferretti, fisico a Torino e esponente della Rete 29 aprile – è che per 3 anni non si investirà un euro nella ricerca come nella scuola. I costi però continueranno ad aumentare e l’unico modo per sostenere l’istruzione pubblica in questo paese sarà quello di diminuire il numero degli studenti, delle sedi e dei servizi».