La scommessa perduta dalla Confindustria

17/09/2002

 
Prima pagina e pagina 3 – Economia
La scommessa perduta dalla Confindustria
 
IL RETROSCENA
D´Amato cerca di giocare d´anticipo ma la sua scommessa filo-governativa è persa

Un´idillio finito troppo presto ora la Confindustria teme sacrifici
          Niente svolta, niente riforme: si torna alla logica dell´emergenza
          Il Patto per l´Italia, annunciato come "storico", resta una scatola vuota

          MASSIMO GIANNINI


          MENTRE le famiglie italiane continuano a pagare troppo cara la più odiosa delle «tasse», l´inflazione, il presidente della Repubblica toglie al governo l´ultimo alibi pre-elettorale: «meno tasse per tutti» resta un bello slogan, ma per adesso non se ne fa niente. Per l´anno prossimo l´Italia si può scordare le promesse di Berlusconi: avrà ancora bisogno di una manovra finanziaria severa. Per rimettere in ordine il bilancio dello Stato serve molto di più del rapporto talmudico che Tremonti immagina di avere con i numeri. Mentre il Cavaliere continua a pagare troppo cara l´improvvisazione dei suoi ministri, che pasticciano sui crediti d´imposta per il Sud e sui decreti taglia-spese, il presidente della Confindustria chiede al governo l´ultimo aiuto post-elettorale: una Finanziaria di sgravi per l´impresa, «azionista di riferimento» del centrodestra. Mette le mani avanti con tanto di lettera. Torna a dialogare con l´Ulivo per chiedere un´«operazione di verità» sulle cifre dell´economia. Finge di fare la «faccia feroce». Ma ha l´aria di voler negoziare nuovi favori.La mossa di Ciampi è tempestiva e preoccupata. Alla vigilia della presentazione della Legge Finanziaria, il Capo dello Stato indica una chiara priorità: «consolidare il risanamento dei conti pubblici». L´aveva spiegato a Berlusconi due settimane fa, durante il primo faccia a faccia al Quirinale dopo le ferie estive: «interventi strutturali» e «pieno rispetto del Patto di stabilità» concordato a Bruxelles. Ora rafforza il suo richiamo, calcando la mano sull´aspetto più inquietante dell´»anomalia italiana», il debito pubblico. Il percorso di rientro che lo stesso Ciampi, da ministro del Tesoro, aveva pianificato con la Commissione nel ’98, si è interrotto. Il debito è tornato a salire, rispetto al Pil. Questo è il segnale che inquieta l´Unione. Questo è il segnale che il Colle chiede ora di invertire. A Berlusconi e Tremonti il presidente della Repubblica offre una cornice istituzionale, nella quale inquadrare una Finanziaria corposa sul piano delle quantità e rigorosa sul piano della qualità. Ma gli lancia comunque un avvertimento preciso. Non è tempo di allegri spargimenti di denaro pubblico. La prossima manovra richiederà altri sacrifici.
          La Confindustria lo ha capito. Ed agisce di conseguenza. La mossa di D´Amato è intempestiva e disperata. Con la sua lettera al premier, il leader degli industriali prova a giocare d´anticipo una partita che lo vede in campo in posizioni di assoluta debolezza. Appena una settimana fa aveva invocato «una Finanziaria di svolta», fatta di «riforme vere» e di «rilancio della competitività che finora è mancata». Oggi D´Amato sa che non avrà mai le prime, e che gli sfuggirà anche il secondo. E´ il risultato del pessimo ciclo della congiuntura internazionale e della cattiva gestione della politica economica interna. Ma è anche il frutto di una strategia confindustriale che, alla prova dei fatti, si sta dimostrando perdente. D´Amato ha concesso al governo «un´apertura di credito» che non ha riscontro in 50 anni di storia della Confederazione. Ha condotto una battaglia strenua e insensata sull´articolo 18. Ha investito il suo «capitale» di leader sulla firma di un Patto per l´Italia, che lui stesso ha salutato come «una riforma epocale, tra le più importanti nella storia degli ultimi trent´anni». Ha puntato su una sedicente «alleanza per la modernizzazione» con Cisl e Uil, trovando sponda nel governo per isolare la Cgil di Sergio Cofferati. Ancora il 5 luglio scorso, giorno della firma di quel Patto e del via libera al Dpef che lo inglobava, ha scommesso per il 2002 su una crescita dell´economia dell´1,3% e dell´inflazione del 2,2%.
          Dopo tanta sémina, non si vede il raccolto. La delega in bianco a Berlusconi, sul piano politico, è costata cara alla Confindustria: sul fronte esterno un´accusa di collateralismo che non arriva solo dalla Cgil, sul fronte interno una fronda sempre latente ma comunque crescente. La campagna ostinata sui licenziamenti ha avuto come unico risultato quello di rinsaldare l´opposizione sociale con l´opposizione politica. Il Patto per l´Italia si sta rivelando quello che si sospettava, una scatola quasi vuota: per gli ammortizzatori sociali e la prima tranche della riforma fiscale non ci sono le risorse (poco meno di 7 miliardi di euro), degli avvisi comuni su arbitrato, trasferimento di rami d´azienda e sommerso non c´è traccia, il tavolo sulla formazione è rinchiuso in qualche scantinato del ministero del Tesoro, la sessione di politica dei redditi non è ancora partita, la mitica flessibilità non si vede e le uniche assunzioni a tempo determinato si continuano a fare grazie agli accordi sul lavoro interinale firmati ai tempi di Tiziano Treu. I sindacati sono effettivamente divisi, ma Pezzotta e Angeletti allentano i freni delle politiche rivendicative. La crescita, per ammissione dello stesso Centro studi di viale Astronomia, sarà dello 0,6%. L´inflazone, come da verdetto dell´Istat, viaggia verso il 2,5%.

          Questi disastrosi risultati sono stati al centro di una discussione animata, nella giunta confindustriale di una settimana fa. Più di uno, tra gli industriali presenti, ha puntato il dito sugli errori strategici e tattici compiuti dalla Confederazione in questi mesi. Per D´Amato non si è trattato di un «processo». Il leader non rischia nulla, sul piano degli equilibri di potere. Ma sa bene che tra gli imprenditori crescono disillusione e timore. La disillusione nasce da una consapevolezza: con un´economia così debole, e una finanza pubblica così malridotta, la Finanziaria non porterà benefici. Al contrario, l´impressione diffusa è che se ci saranno sacrifici da fare, stavolta toccherà proprio alle imprese. Il Cavaliere si è impegnato troppe volte, pubblicamente, ad alleggerire la pressione fiscale sui redditi più bassi, già provati dal crollo dei consumi. E se è vero che i soldi si prendono dove ci sono, l´unico posto dove cercarli oggi è il bilancio delle aziende. Il timore nasce da una certezza: con un´inflazione al 2,4% ad agosto, e con un ministro delle Attività produttive che continua a ripetere «non c´è problema», gli industriali hanno messo nel conto una stagione di conflitti in fabbrica come non si vedeva da oltre un decennio. Come si diceva una volta, Cgil, Cisl e Uil marciano divise, ma colpiranno unite. A fine anno scadono i contratti del pubblico impiego, dei metalmeccanici e del commercio. A seguire scadranno anche gli altri. Le tre sigle presenteranno piattaforme diverse, ma lo faranno proprio nel modo che D´Amato temeva di più: con una rincorsa reciproca alla rivendicazione salariale. La politica dei redditi è ormai carta straccia, lo scarto tra inflazione reale e inflazione programmata è troppo alto per non innescare la miccia del conflitto redistributivo.
          D´Amato gioca la carta della lettera al premier, chiedendo un incontro urgente sulla Finanziaria. Pretende garanzie. Ma il suo rischia di essere un bluff che neanche Berlusconi può andare a guardare. Dopo il rientro dei capitali e la legge sulle successioni, la Tremonti bis e i maxi-condoni, per ora il Cavaliere non ha più nulla da concedere. Ma sa che D´Amato non ha più altro da esigere, se non i pannicelli caldi caldi del Patto per l´Italia, che sicuramente non cambieranno il corso della storia. Il solo asso che la Confindustria poteva calare, e cioè una rinuncia agli sgravi fiscali per il prossimo anno in cambio di una riforma seria delle pensioni, D´Amato non ha esitato a bruciarlo, sull´altare dell´isolamento di Cofferati. Siglato il Patto con Cisl e Uil, il leader confindustriale si è legato le mani con Pezzotta e Angeletti, ai quali nessuno potrà mai strappare il minimo intervento sulla spesa previdenziale. L´unico che darebbe risultati strutturali dal punto di vista dei conti pubblici, e soluzioni efficaci dal punto di vista dell´equità sociale. L´orizzonte delle riforme si allontana. Il Paese torna ad affrontare i problemi dell´oggi con le solite logiche dell´emergenza, e torna a rimandare gli appuntamenti del domani con le vecchie formule del «tutto si aggiusta». Dal Patto per l´Italia di Berlusconi e D´Amato non ci si poteva aspettare di più.