La scelta di Epifani vara una Cgil a trazione Fiom

28/04/2003

              25 Aprile 2003




              DUBBI SUL SÌ ANCHE TRA I COFFERATIANI
              La scelta di Epifani vara una Cgil a trazione Fiom
              L’asse con la sinistra interna mette però fine all’unanimismo

              La Cgil di Guglielmo Epifani non c’è ancora. Quelle in corso sono prove di identità: prima con l’annuncio – quasi una svolta – sulla necessità di risindacalizzare la confederazione, poi con la scelta di schierarsi per il sì nel referendum per l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto nelle piccole imprese. Scelte complicate, talvolta contraddittorie, per un’organizzazione che negli ultimi anni ha mutato pelle: un po’ partito-movimento, un po’ sindacato.
              Nello schierarsi per il sì (ancorché "tecnico"), Epifani ha privilegiato l’asse con la sinistra interna, in particolare con la Fiom che del referendum, insieme a Rifondazione e ai Verdi, è uno dei promotori, anche a costo di non ritrovare al proprio fianco esponenti di spicco della segreteria confederale e di comprovata fede cofferatiana: da Achille Passoni a Giuseppe Casadio a Carlo Ghezzi. Questi ultimi faranno un’altra scelta: quella della "libertà di voto". Opzione più adatta a non accentuare le distanze con la Cisl e la Uil e a non imbarazzare (dato il peso organizzativo della Cgil) i partiti della sinistra moderata, Ds e Margherita con i primi orientati ad assumere la ormai abusata formula del "né né", in versione referendaria, e i secondi schierati per il no. La scelta dei tre importanti segretari nazionali (Passoni è, tra l’altro, tra gli animatori di Aprile) dovrebbe finire anche per depotenziare il valore politico del dissenso che sulla linea di Epifani esprimerà, nella riunione del Direttivo del 6-7 maggio, la piccola pattuglia dei cosiddetti riformisti cigiellini, guidati da Antonio Panzeri (segretario della Camera del lavoro di Milano), Agostino Megale (presidente dell’Ires) e Aldo Amoretti (presidente dell’Inca) anch’essi per la libertà di voto e comunque contrari al sì. «La libertà di voto – sostiene Megale – è l’unica opzione che permette di considerare l’esito del referendum neutro rispetto alle posizioni della Cgil. Non dimentichiamo che abbiamo raccolto cinque milioni di firme a difesa dell’articolo 18 e delle nostre proposte. Non abbiamo raccolto le firme per il referendum».
              La novità è che la Cgil, dopo il clamoroso unanimismo degli ultimi anni, torna a discutere e a dividersi tatticamente. Il prossimo Direttivo è destinato a non concludersi con un documento unitario. E così, mentre tende a rivitalizzarsi l’area di formazione socialista, Epifani decide – in questa fase – di coprirsi a sinistra (con la Fiom, i settori vicini a Gian Paolo Patta, la Funzione Pubblica di Laimer Armuzzi) sul referendum e, nello stesso tempo, a dare copertura alle scelte della sinistra sindacale fiommina, destinata sul contratto nazionale ad un epocale sconfitta, anche di tipo culturale. Non può passare inosservato, per esempio, che ieri, mentre l’ex ministro del Lavoro e ora presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino, benediva l’accordo alla Fiat per il rilancio produttivo di Pomigliano d’Arco, il segretario generale della Fiom nazionale, Gianni Rinaldini, parlava di peggioramento delle condizioni di lavoro invocando «un pronunciamento democratico dei lavoratori», in sintonia con Rifondazione comunista.
              La battaglia sull’articolo 18 ha segnato una svolta nella storia della Cgil, con l’enorme manifestazione del 23 marzo 2002, oggi la Cgil deve ancora fare tutti i conti con l’articolo 18.