La sapete l’ultima? I salari battono i prezzi

23/03/2005
    mercoledì 23 marzo 2005

      Per il 2004 l’Istat parla di un aumento medio del 2,9% delle retribuzioni lorde contro un incremento dell’inflazione del 2,2%
      La sapete l’ultima? I salari battono i prezzi
      Intanto Federmeccanica minaccia: non si può rinnovare il contratto dei metalmeccanici

        Laura Matteucci

          MILANO L’Istat dà i (suoi) numeri: nel 2004 le retribuzioni lorde considerando sia industria che servizi sono cresciute mediamente del 2,9%. Un dato che, a fronte del 2,2% registrato dall’inflazione, sempre nell’anno, fa trionfare il sottosegretario al welfare Maurizio Sacconi, al grido di «dati inequivoci: le retribuzioni sono aumentate nettamente al di sopra dell’inflazione». Per la precisione: salari (lordi) battono inflazione (netta) dello 0,7%.

            Ma è davvero così? Sono gli stessi tecnici dell’Istat a spiegare che l’incremento non è riuscito a compensare quanto perso negli ultimi due anni: nel 2003, infatti, le retribuzioni lorde erano aumentate dell’1,8% a fronte di un’inflazione del 2,7%, mentre nel 2002 l’incremento dei prezzi è stato del 2,5% contro il +2,4% delle retribuzioni.

              Insomma, a conti fatti il differenziale di crescita con i prezzi al consumo nel 2004 è inferiore a quanto perso negli ultimi due anni. Soprattutto perchè nel 2003 si era registrata una «caduta enorme» (dice lo stesso Istat) delle retribuzioni, cresciute quasi un punto in meno rispetto all’inflazione.

                Visto che i contratti sono biennali (perchè poi ovviamente stiamo parlando solo di lavoratori dipendenti, il dato non tiene conto della massa sempre più numerosa di precari, e statisticamente rischia di diventare poco rilevante), la puntualizzazione è sostanziale. E va ricordato anche che ai lavoratori continua a non venire restituito, dal 2002 e nonostante le promesse del governo, il drenaggio fiscale che invece gli spetta.

                  Per ricapitolare: nel biennio 2002-2003 per circa 10 milioni di dipendenti nel settore privato (esclusi agricoltura e pubblico impiego) le retribuzioni di fatto hanno avuto una dinamica significativamente più bassa dei prezzi al consumo.

                    Oltretutto, la tendenza è negativa. Nel quarto trimestre 2004, infatti, si è verificato un rallentamento della crescita rispetto ai primi tre trimestri. Nel periodo gennaio-marzo 2004, infatti, le retribuzioni erano salite su base annua del 3,2%, nel trimestre successivo avevano segnato un +3%, nel terzo trimestre l’incremento è risultato pari al 3,1%, mentre nel quarto trimestre si è fermato a +2,3%. Considerando l’intero anno, l’aumento maggiore si è avuto nell’industria (+3,6%), più contenuto nei servizi (+2%).

                      Come dice Carla Cantone, segretaria confederale Cgil: «I dati Istat non sono attendibili perchè costruiti su parametri per nulla realistici». Ovvero: «Per determinare se c’è stata una concreta tutela del potere d’acquisto delle retribuzioni – spiega – non si può far riferimento alle modifiche delle ultime buste paga, bensì a come si è arrivati agli aumenti e in quanto tempo, e per quanto tempo i salari, e quindi i lavoratori, sono rimasti fermi al palo senza rinnovo contrattuale, mentre prezzi e tariffe sono aumentati in termini insostenibili. Anche questo è salario». Anche da parte della Cisl «cautela e scetticismo», come dice il segretario confederale Giorgio Santini, perchè i dati «sono poco rispondenti all’effettiva realtà». E Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil, polemizza direttamente con Sacconi, che tra l’altro ha attribuito la responsabilità del calo della produttività alla contrattazione sindacale.

                      «Una vera provocazione – dice Lapadula – Anche Confindustria riconosce ormai da tempo che c’è un problema di insufficienti investimenti in ricerca e formazione». Sono queste, insieme alla incapacità delle imprese a innovare e alla precarizzazione del lavoro, le cause del calo della produttività totale dei fattori, aggiunge. «Un concetto che sfugge completamente a Sacconi, il quale vuole scaricare sui lavoratori responsabilità che sono invece del governo di cui fa parte».

                        Intanto per i metalmeccanici si profila un confronto difficile. Anzi, secondo il direttore di Federmeccanica, Roberto Biglieri, c’è il rischio «molto alto» di non arrivare addirittura al rinnovo. Terreno di scontro, salario e flessibilità. Per quel che riguarda la busta paga, in particolare, i sindacati chiedono 105 euro di aumento (più 25 per chi non fa contrattazione aziendale), mentre gli imprenditori affermano, «stando alle regole», di essere tenuti solo a un aumento di 59 euro e 58 centesimi.