«La sanatoria sul sommerso? Funzionerà, ma non per tutti»

22/10/2001


Lunedì 22 Ottobre 2001

Giuseppe Roma, direttore del Censis, giudica la legge che punta a far riemergere il lavoro nero
«La sanatoria sul sommerso? Funzionerà, ma non per tutti»

di CORRADO GIUSTINIANI

ROMA – L’armamentario di sartie, gomene e giubbotti di salvataggio per far venire a galla il lavoro nero è ormai tutto dispiegato. C’è la legge e, dall’11 di ottobre, anche la circolare applicativa. Gli imprenditori interessati alla grande sanatoria non hanno che da presentare la loro dichiarazione di emersione. L’unica incertezza riguarda i termini per la domanda, che verranno quasi sicuramente spostati di 6 mesi, rispetto alla scadenza attuale del 30 novembre («E ci sarà questa sola proroga» ha avvisato il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti).
Ma funzionerà, questo provvedimento? Quanti dei 5 milioni di "irregolari" del nostro paese, in cui l’economia in nero è pari quasi al 30 per cento del prodotto lordo, verranno effettivamente riconosciuti dai loro datori di lavoro? Le domande sono per Giuseppe Roma, direttore generale del Censis e fresco autore, per Editori Laterza, di un volume intitolato proprio "L’economia sommersa".

Non tutti sono ottimisti: c’è chi dice che questo provvedimento sarà un buco nell’acqua. Lei cosa prevede?

«Voglio dire subito che il piano va nella direzione giusta, perché affronta due cause scatenanti del lavoro irregolare: gli oneri contributivi e assicurativi, tanto pesanti da poter dire che sulle aziende gravi il costo del Welfare, e gli oneri fiscali…»

Per le imposte, però, l’Italia è ormai allineata al resto d’Europa, con una "pressione" del 43 per cento
.
«Già, ma non era così quando il sommerso ha avuto il suo boom, dagli anni ’70 in poi, con il vitale decollo delle piccole e medie imprese. E comunque il fisco viene percepito tuttora come impedimento alla crescita. Sia poi chiaro che il "nero" non è un distintivo solo italiano: in Germania sta crescendo a un ritmo dell’8 per cento l’anno, e un futurologo come Rifkin vede due settori in rapida ascesa: no profit ed economia sommersa, proprio perché puntano alla riduzione dei costi».

E’ una misura che va nella direzione giusta, stava dicendo

«Certamente, perché concede forti agevolazioni agli imprenditori che emergono e anche ai lavoratori, che con 200 mila lire potranno regolarizzare ogni anno di lavoro nero e forse persino chiedere gli arretrati. In ogni caso, entreranno in un circuito di diritti contrattuali: sono loro la vera molla di questo piano di emersione».

E gli imprenditori?

«Parteciperanno a un piano di riduzione fiscale che ha una sua coerenza complessiva: perchè alla fine dei previsti tre anni di agevolazioni all’emersione, le aliquote fiscali dovranno scendere per tutti. Il salto verso la normalità, insomma, sarà meno brusco. Con un punto di convergenza, fra chi non paga nulla e chi paga tutto, forse attorno a un’aliquota del 35 per cento. Se la domanda è: il piano avrà effetti miracolosi? La risposta è: no, non li avrà. Di questo se ne rende conto anche il governo che inizialmente dalla sanatoria aveva previsto incassi pari a 7 mila miliardi l’anno, e ora si accontenta di 2 mila».

Ma senza la ripresa, per ora improbabile, l’aliquota generale non potrà ridursi, nel breve periodo

«Certo, la crisi complica le cose. Le imprese oggi in nero avranno difficoltà ad affrontare il mercato, senza poter espandere i loro ricavi».

Non sarebbe stato meglio accordare agli emergenti una fase transitoria più lunga, poniamo cinque anni?

«No. Avremmo creato una nuova categoria, simile a quella dei "diciassettisti" della scuola: insegnanti perennamente agevolati, perché
legati a un certo articolo 17 di una certa disposizione. Chi non ce la fa ad emergere in tre, non vi riesce neanche in cinque anni. Piuttosto, occorre affiancare al provvedimento sul sommerso delle agevolazioni generali, mirate sul Mezzogiorno, dove tornare a galla sarà più dura».
Per chi non è tagliato, questo provvedimento?

«Per i gondolieri veneziani».

Prego?

«Ho scoperto che un gondoliere guadagna in media 40 milioni netti al mese, dunque mezzo miliardo l’anno, e denuncia poche decine di milioni l’anno. L’ho detto proprio in Veneto, a un convegno, e nessuno mi ha contestato: chi gliela fa fare a emergere?»

Chi altro non risponderà all’appello?

«Per altre ragioni, totalmente diverse, le microimprese, per esempio del tessile, che hanno ricavi bloccati, perché i committenti pagano loro poco più di 1 euro una cravatta che vedremo in negozio a 30-50 euro. Costoro non potranno assolutamente affrontare, al termine del triennio agevolato, un incremento di costi pari all’87 per cento».

E chi, invece, può "uscire
vivo" dal sommerso?
«I lavoratori autonomi, soprattutto i più agiati, si metteranno in regola. E poi le aziende più solide e strutturate, quelle che vogliono percorrere un sentiero di crescita, che sono subfornitrici di grandi imprese che le vogliono in regola, o che hanno già qualche contenzioso in atto con i lavoratori. Se ci limitiamo al Mezzogiorno, vedo più emergenti in Puglia che in Campania, e pochini dappertutto, nel settore alberghi e turismo. Ma c’è n’è uno in cui il piano di emersione potrebbe avere un enorme successo».

E quale?

«Il settore del lavoro domestico. Qui non c’è un problema economico: i datori di lavoro potrebbero tranquillamente mettere in regola le loro colf. Il problema è solo normativo. Quei lavoratori stranieri sono molto spesso irregolari e clandestini e per loro non è prevista una sanatoria. Un vero peccato. Un’incoerenza nella stessa visione del governo, che vuole che in questo paese giungano solo stranieri con l’assunzione in tasca e non riconosce chi già lavora da anni».