La riscossa del «Cinese» – di Gian Antonio Stella

25/03/2002






La riscossa del «Cinese»
(e la sinistra riparte dai «No»)

di GIAN ANTONIO STELLA

      ROMA - «Sergio!». «Sì?». «Non ci fanno salire». «Spiacente, sale solo il direttivo Cgil». Dovevate vederlo, Cofferati, mentre infilzava perfido questo o quel gruppetto di notabili della sinistra, gli occhi da mandarino affilati in un ghigno divertito. Erano tutti, lì, in coda, ansiosi di correre su per i gradini che portavano al palco per andare a raccogliere la loro quota del bagno di folla più oceanico della storia della sinistra italiana. C’era Massimo D’Alema, che ai tempi in cui svettava lo trattava con ironia distante: «La riforma delle pensioni? La spiegheremo anche al dottor Cofferati». E c’era Piero Fassino, che vincendo il congresso a Pesaro contro Giovanni Berlinguer, non concesse al «Cinese» neanche di parlare all’ora richiesta.
      E Fausto Bertinotti che un giorno esclamò: «Lo sapevo che Sergio era di destra, ma così di destra poi!». E tutti quelli che per anni l’hanno visto quasi come un outsider che minacciava un dì d’irrompere nel partito. Tutti, infine, imbarcati lassù, nel sole, in vetta all’immenso altare di tubi Innocenti. Uniti. Entusiasti. Consci però che, bene o male che sia per la
      gauche italiana, il trionfo oggi era suo: del «Signor No».
      «Diciamone sette, di no!», strillava al microfono Lodovica Modugno, attrice cigiellina: «No! No! No! No! No! No! No!» E da sotto, dal catino del Circo Massimo e da viale Aventino e su su verso via San Gregorio e il Colosseo allagati da un popolo sdiluviante, saliva mugghiando l’eco: «Nooo! Nooo! Nooo!». E certo, Sergio Cofferati avrà buon gioco a spiegare che lui, nel discorso più spettinato, veemente e applaudito di tutta la sua vita, ha parlato anche di scontro frontale contro il terrorismo e di necessità che la sinistra sia parte attiva nelle riforme e di disponibilità a riaprire il dialogo se… Il messaggio forte, l’urlo che lui e il suo popolo hanno voluto fare sentire il più forte possibile, è però quello: No.
      Il «Cinese», del resto, l’aveva detto chiaro già due settimane dopo la vittoria della destra alle elezioni del 13 maggio, attaccando insieme Confindustria e Polo: «Questa nuova forma di collateralismo può creare sia a D’Amato sia soprattutto a Berlusconi problemi seri: a me pare un’istigazione al masochismo. Il premier designato si dice pronto a scelte impopolari? Benissimo: l’importante è che sappia quali saranno le conseguenze». Forse, mettendola giù così dura, voleva anche rispondere a Giuliano Ferrara, che solo tre giorni prima aveva proposto: «La sinistra consegni le chiavi della città diroccata a Cofferati». Fatto sta che, non bastandogli l’avvertimento dato, aveva rincarato con dalemiano sarcasmo: «Ci sarà, certo, da fare opposizione. Non so se il "dottor Cofferati" potrà esser d’aiuto o se lo può esser questo sindacato conservatore. Però non si sa mai. Io aspetto». Pausa.
      Sorriso affilato. E affondo micidiale: «Sono curioso di vedere, per esempio, se le questioni per le quali venimmo definiti conservatori ora non diventino, per caso, argomenti di battaglia di un centrosinistra in cerca di riscossa».
      Ed eccolo qui, il grande fiume della sinistra. Che dopo essere nato da un rigagnolo morettiano si è via via ingrossato ed è sceso a valle zigzagando tra professori fiorentini e girotondi, assemblee autoconvocate al Palavobis e raduni di rinascita a San Giovanni, è sfociato dove il «Cinese» aspettava: in un «No» tonante. No a Berlusconi, protagonista di migliaia di cartelli e magliette dominate da grandi corna presidenziali («buon lavoro, presidente!») e striscioni che giocano sulla statura: «Silvio, alza i tacchi!». No alla Confindustria di Antonio D’Amato, che tempo fa aveva ironizzato sulla «vacca sacra» Cofferati dicendo di vederlo «completamente isolato». E poi no alla riforma della Moratti, no alla sanità di Sirchia, no alle nuove regola di Maroni…
      A sentirlo, Ferrara s’è sentito ribollire il sangue: «Una specie di Nerone redivivo che al Circo Massimo ha celebrato nell’ambiguità e nell’ipocrisia più sfacciata il suo trionfo come nuovo imperatore della sinistra dei poeti e dei sogni, della sinistra che non conosce la combinazione di lotta e compromesso, della sinistra che si appella alle regole e ai diritti mentre disconosce quella piccola regoletta formale che attribuisce il diritto di governare alle maggioranze parlamentari, a chi è investito dalla volontà popolare sovrana del diritto di decidere».
      A leggere le accuse, il «Cinese» farà probabilmente spallucce. Lui cercava la prova di forza. E l’ha vinta. Non erano tre milioni, tutti quei manifestanti arrivati da tutto il Paese perfino con pullman (quelli italiani erano finiti) noleggiati in Francia, in Croazia o in Germania? Boh… Erano comunque l’immagine plastica, piaccia o non piaccia, della più grande manifestazione di massa mai vista in Italia. Più grande perfino, nota Armando Cossutta con una lacrimuccia, «dei funerali di Togliatti dove con la Emy portai anche i bambini». Per non parlare dei confronti con le manifestazioni del Polo in piazza Duomo a Milano o in piazza del Popolo a Roma.
      Resta il tema: può una sinistra di governo ripartire dai no, no, no? Dall’arroccamento su battaglie che perfino molte voci intestine considerano di puro contenimento? Da una visione del conflitto così poco laica che D’Alema arrivò a dire che «non dobbiamo poi stupirci se le nuove generazioni non si iscrivono al sindacato»? Mah… Non era tempo, ieri, per questi dubbi. Dopo tante batoste, al popolo rosso bastava e avanzava contarsi. Urlare: «Siamo tantissimi!» E adesso? Cosa farà il «Cinese» di questa enorme «dote» di consensi? «Non credo che vorrà spenderla in politica», risponde gigione Bertinotti: «Chi glielo fa fare d’immalinconirsi nelle beghe dei partiti?» Uffa, basta con questi discorsi. Festa! Festa! Festa! Ecco Rosi Bindi: «Oh! Hocchettussai hosa mi hanno cantato di sotto? "Sei bellissimaaa! Sei bellissimaaa!"». Ma che volete di più?