La riscossa dei piccoli commercianti

02/05/2007
    domenica 29 aprile 2007

    pagina 18 – Economia e imprese

    INCHIESTA – Gli effetti delle liberalizzazioni
    La distribuzione dieci anni dopo la riforma Bersani

      La riscossa dei piccoli commercianti

      Novità nei consumi: le vendite dei negozi crescono più di quelle degli ipermercati

        Vincenzo Chierchia

          MILANO
          Stefano Aiolfi e Claudio Guareschi erano, anni fa, dei grossisti e degli ambulanti di pesce. Oggi gestiscono ret5i di negozi al dettaglio di prodotti ittici in Emilia-Romagna, pur mantenendo l’attività originaria. le famiglie Castegoli e Giacomazzi, nell’area di Parma, producevano pane che vendevano alle salumerie. Oggi continuano la produzione ma hanno reti di negozi gourmet al dettaglio, prodotti da forno e specialità alimentari.

          E ancora, Giancarlo Petruccioli, a Roma (quartiere Appio Latino) gestisce il negozio di alimentari aperto dalla famiglia nel 1953. «Ci siamo riconvertiti grazie ai prodotti tipici e di fascia alta – dice – e così abbiamo respinto l’offensiva dei 15 supermercati della zona. Facciamo degustazioni e anche ristorazione qualificata nelle aziende. Non abbiamo prodotti di massa nè stranieri. Solo il tip dell’offerta italiana». «Il servizio è stato l’arma vincente insieme con il rapporto di fiducia con il consumatore e il personale ben qualificato sul punto vendita, così ci siamo difesi dalla Gdo», rilancia Patrizia De Luise, cui fanno capo due negozi di abbigliamento a Genova.

          «Questi esempi – commenta Mauro Bussoni, componente del vertice della Confesercenti – potrebbero benissimo esere ritrovti anche nel Nord-Est, come al Sud in Sicilia. Il dettaglio è cambiato, sta occupando spazi lasciati liberi dalla grande distribuzione, e i risultati cominciano a vedersi nell’ortofrutta come nei giocattoli. Nel primo comparto, gli operatori offrono al cliente glistessi servizi delle grandi catene, ma sono nel cuore delle città, vicini allefamiglie e con prodotti innovativi come la frutta o le insalate di propria produzione».

          E infatti il 2007 è iniziato proprio all’insegna della rimonta del piccolo negozio e dell’aggravarsi della crisi delle maxisuperfici commerciali. Probabilmente la riscossa dei piccoli, dati per morti da tempo, affonda le radici anche nella deregulation del commercio varata dal ministro Pierluigi Bersani nel 1998. Ma andiamo con ordine.

          Il sorpasso

            Per la prima volta da almeno un decennio le vendite nei piccoli negozi hanno battuto per tre mesi di seguito i risultati delle grandi catene commerciali, dopo aver imboccato la corsia di sorpasso già in dicembre (nell’alimentare): +0,3% a gennaio contro il -1% della Gdo e +0,7% a febbraio contro il -0,1% dei big. «È indubbio – commenta Mariano Bella, direttore dell’ufficio studi di Confcommercio – che il settore del piccolo dettaglio offra oggi importanti e molteplici opportunità imprenditoriali». E una analisi di Piazza Belli rileva innanzitutto che l’esercito delle imprese commerciali è arrivato a quota 881.280, con una crescita del 5,7% a partire dal 2000 il che si traduce in 47.400 nuove imprese commerciali sul mercato. Colpisce poi la trasformazione della struttura: in sei anni le società di capitale sono aumentate del 40,6 per cento. Il nocciolo duro resta comunque di ditte individuali: circa 645mila. «Elevato – aggiunge Bella -l’apporto dei giovani».

            La crisi dei big

              «La crescita delle grandi catene ha raggiunto livelli di saturazione – sottolinea Bussoni -. Più di tanto non possono crescere, la concorrenza orizzontale è alta. Il grande negozio non seduce più». I dati sulle vendite non sono entusiasmanti. Neiprimi due mesi del 2007 l’Istat ha rilevato un calo delle vendite degli ipermercati del 2,5% con un -3,7% per lo strategico settore alimentare; in affanno anche i supermercati con -0,4 per cento. Si salvano gli hard discount (+2,7%) dove la spesa costa poco e non richiede l’uso della macchina perché i negozi sono spesso di vicinato.

              «Si avverte una certa disaffezione nei confronti delle strutture particolarmente grandi, forse troppo grandi – aggiunge Bella -. Infatti, all’interno della grande distribuzione, sono gli ipermercati ad andare male già da qualche mese, mentre, seppure con fatica i supermercati reggono le vendite. Le indagini indicano – aggiunge – che la vicinanza del punto di vendita è sempre rilevante». L’ultima indagine Censis-Confcommercio sottolinea che i consumatori, che vendono il proprio potere d’acquisto indebolito, pongono disponibilità e cortesia sul punto vendita in cima ai fattori determinanti per la valutazione della qualità dei servizi commerciali. le grandi catene commerciali hanno cercato di reagire alle difficoltà rilanciando sul dettaglio minore, accelerando lo shopping o gli accordi di affiliazione con network di piccoli supermarket di vicinato.

              Gli effetti della deregulation

                «Gli esercizi marginali escono dal mercato – rileva Bella – quelli che restano sono più competitivi, efficienti e produttivi». Dal 2001 ad oggi il prodotto per occupato (valore aggiunto per unità di lavoro) è aumentato del 3,9 per cento.

                La riforma del 1998 ha liberalizzato i piccoli negozi sotto i 250 metri. E il 2006, come sottolineano i dati del ministero Sviluppo economico, è stato l’anno con l’incremento netto più elevato degli ultimi sei anni: 35.887 negozi, al netto delle chiusure. Censiti 59.514 negozi di vicinato su 61.266 nuove aperture. Le chiusure sono state 25.379. Si segnala la ripresa dell’espansione della rete commerciale al Nord, dove la grande distribuzione ha raggiunto livelli in linea con le medie dei Paesi più evoluti. Per quanto riguarda i settori, le crescite più consistenti sono state rilevate per negozi di mobili, abbigliamento e perfino alimentari.

                Il ruolo del franchising

                  Il fenomeno dell’affiliazione commerciale ha costituito per i dettaglianti un supporto importante: 20 miliardi di fatturato globale, 766 network di negozi, 57mila punti di vendita, 173mila addetti. L’ingresso in un network commerciale costituisce oggi una importante opportunità di crescita per i giovani imprenditori commerciali.

                  L’esercito degli ambulanti

                    I mercati rionali sono migliaia. In molte aree del Paese la quota di mercato dell’ambulantato supera il 30% per comparti come l’alimentare, l’abbigliamento, le calzature e gli articoli per la casa. Prezzi bassi e vicinanza al consumatore hanno rilanciato un settore che oggi conta poco più di 191mila imprese (180mila quattro anni fa).

                    Le opportunità

                      «La vera sfida oggi si gioca sulla valorizzazione dei centri commerciali naturali – rilancia Bussoni -. Già la riforma del 1998 aveva individuato questa opportunità e indicato i percorsi. Sono stati costituiti in Italia centinaia di aggregazioni, di associazioni e di consorzi ma l’ostacolo principale è rappresentato dai Comuni che hanno aiutato pochissimo il commercio di area a qualificarsi». «A Roma c’è una situazione paradossale – dice Petruccioli – basti pensare che non c’è neppure il piano commerciale e ci stiamo preparando a mettere in mora la Giunta Veltroni». Centri commerciali naturali, consorzi e associazioni di vie sono motivodi soddisfazione per Patrizia De Luise: «In Liguria la formula ha funzionato, solo a Genova abbiamo una settantina di strutture consortili tra negozianti, in tutta la regione sono almeno il triplo e ne nascono di nuove ogni giorno. È il modello vincente proprio per difendere i centro storici dai centri commerciali di massa».