La ripresa non c’è, il debito è record

13/09/2004


            sabato 11 settembre 2004

            La ripresa non c’è, il debito è record
            I consumi delle famiglie rimangono al palo. Allarme di commercianti e sindacati

            Laura Matteucci

            MILANO L’Europa ha ripreso a crescere, l’Italia invece continua ad arrancare. L’andamento dell’industria è piatto, tanto da preoccupare anche Confindustria, gli ultimi dati sui consumi sono allarmanti. Salari inadeguati, carovita, inflazione: e gli italiani spendono sempre di meno. L’unico capitolo in decisa crescita nel nostro Paese resta, ancora una volta, il debito pubblico che a giugno registra un nuovo record e si attesta a 1.477.228 milioni di euro contro i 1.466.396 del mese precedente, con un incremento di 10.832 milioni. Rispetto ad un anno fa, quando il debito era pari a 1.411.259, la crescita è stata di 65.969 milioni di euro.
            I dati Istat rivelano ancora una volta i contorni di una ripresa che non c’è. Almeno in Italia. Tra aprile e giugno il pil è cresciuto solo dello 0,3% rispetto al trimestre precedente, dell’1,2% su base annua. Se tutto va bene, per la fine dell’anno avremo una crescita pari all’1%, decimale più, decimale meno. In altri termini, un andamento non molto dissimile dalla stagnazione. Come dice Pierluigi Bersani, responsabile economico per i Ds, una ripresa «lenta, flebile, incerta».

            Non bastasse, i dati collocano l’Italia all’ultimo posto in Europa, e mettono a tacere quanti, tra i nostri ministri, si sono sempre consolati con la favola che la situazione economica negli altri Paesi non era migliore della nostra: il pil della Francia segna +0,8 su base congiunturale, addirittura +3% su base tendenziale, quello della Germania +0,5% su base congiunturale, +1,5% su base tendenziale. La crescita italiana è inferiore anche alla media di eurolandia (+0,5% congiunturale, +2% tendenziale) e ben lontana dall’andamento dell’economia segnata dagli Stati Uniti (+0,7% congiunturale; +4,7% tendenziale). «Nei primi sei mesi la nostra distanza dal ritmo del mondo e dell’Europa non si è ridotta – riprende Bersani – ma si è anzi accentuata».

            Qualche evoluzione positiva si riscontra solo nei servizi, nell’edilizia e nell’export che, grazie anche alla ripresa più sostenuta degli altri Paesi, tra aprile e giugno registra un incremento del 4,7% sui tre mesi precedenti, facendo da traino alla risicata crescita. Ma i consumi interni restano al palo, soprattutto quelli delle famiglie. Il rapporto dell’Istat non indica le ragioni (comunque facilmente individuabili, tra carovita e timori legati al panorama internazionale), ma di fatto la spesa degli italiani cala addirittura dello 0,3% trimestre su trimestre e non aiuta la ripresa, anzi rappresenta un fardello negativo dello 0,2%. È un calo che neanche l’aumento della spesa delle pubbliche amministrazioni (+0,7% sul trimestre) è riuscito a compensare.

            Lo sviluppo positivo delle esportazioni non cambia comunque il trend di declino di competitività che ha caratterizzato gli ultimi tre anni, in cui l’Italia ha continuato a perdere costantemente quote di mercato. E il barometro non è certamente orientato ad un miglioramento, visto che la crescita globale sta ora rallentando.
            Tono preoccupato anche da parte del sindacato. Dalla Cgil, il segretario confederale Marigia Maulucci ricorda come «perdura ormai la patologia della produzione industriale, in decorso cronico e progressivo, se si valutano gli effetti che cominciano a rimbalzare dell’aumento dei prezzi alla produzione e del petrolio». L’Italia, dice Maulucci, non è lontana solo dalla Cina, ma «perdiamo quote importanti di competitività anche in Europa: infatti, mentre il nostro Paese si barcamena tra uno 0,8% di crescita acquisita e un patetico e persino illusorio 1,2% di crescita tendenziale, la Francia, nostro diretto competitore europeo, vola al 3%».
            Nemmeno Confindustria vede rosa. Anzi, sottolinea la preoccupazione degli industriali per l’andamento «ancora piatto dell’industria in senso stretto». Anche se per il momento non rivede la previsione di crescita per il 2004 (1,3% contro l’1,2% del governo). Ma di espansione proprio non si può parlare, come ricordano anche i commercianti. Confcommercio parla di stagnazione: «Nella migliore delle ipotesi nell’intero anno la nostra economia crescerà ad un tasso di poco superiore all’1% secco». «Il rischio – dice Confesercenti – è che le imprese che si rivolgono al mercato interno continuino a perdere terreno e con loro il Paese».