La rinascita del commesso viaggiatore/2

04/02/2010

Pochi decenni fa fiorivano articoli e libri sulle trasformazioni del mercato del lavoro, i quali assicuravano che nel volgere di una generazione l’80 per cento della popolazione avrebbe svolto un lavoro che al momento non esisteva nemmeno. Ora una generazione è abbondantemente passata e l’80 per cento di noi fa dei lavori che esistevano già oltre un secolo addietro. Lo fa magari con un laptop sottomano, l’occhio sul Gps e l’auricolare all’orecchio, ma l’attività con cui si guadagna da vivere, e che al tempo stesso fa vivere la società, è sempre quella: il camionista guida autocarri, l’infermiera assiste pazienti, gli operai assemblano pezzi fabbricati da altri operai e gli insegnanti insegnano. E i commessi viaggiatori bussano alla porta o suonano il campanello per vendere ogni sorta di bene o di servizio.
Il venditore porta a porta non solo è uno dei mestieri più antichi. La sua figura sociale attraversa la storia della letteratura, del teatro, del cinema, delle scienze sociali, delle vignette umoristiche; oltre che, ovviamente, di quella dei manuali di marketing. Il suo attuale ritorno in forze rappresenta, da un lato, un’espressione di due imperativi che hanno fatto presa su tante aziende contemporanee, anche quando vanno bene: primo, cerca di non assumere nessuno; secondo, scarica la responsabilità del fatturato e del guadagno sull’ultimo anello della filiera produttiva. Il quale a volte è un operaio o un impiegato, a volte un venditore. Se non vende, un venditore pagato a commissione invece che a stipendio non guadagna, e per di più rischia il posto perché il suo blocco ordini è rimasto vuoto.
D’altro parte, la professione di venditore offre rispetto ad altre il vantaggio di avere ogni giorno degli autentici contatti umani. In fabbrichee uffici milioni di persone trascorrono la giornata lavorativa guardando per la maggior parte del tempo cose inanimate: lo schermo del computer; i pezzi di metallo o di plastica che fabbricano o montano alla catena; il quarto di manzo da trinciare appeso a un convogliatore; la camera d’albergo da rassettare. In tutto il giorno, scambiano poche parole con i compagni o con i capi – sempre gli stessi. Invece il venditore porta a porta guarda in faccia delle persone, ne riceve lo sguardo e subito dopo deve parlare e ascoltare. Dal modo in cui guarda, e in cui viene guardato, come dal modo in cui parla e ascolta nel momento in cui una porta gli viene aperta, dipende in gran parte se in quel caso riuscirà a chiudere un contratto. E sul finire del giorno avrà interloquito e discusso con decine di persone. Sicuramente una gran fatica. Ma anche un modo non dei meno validi per sentirsi vivere, e sentire intorno a sé la vita.
A volerlo fare bene, non è nemmeno un mestiere facile quello del venditore porta a porta. I loro manuali di istruzione comprendono decine di capitoli. Non c’è soltanto la vendita, anche se questa rimane il fine ultimo. Bisogna saper pianificare dimostrazioni, viaggi, percorsi urbani, contatti con famiglie di strati sociali differenti. Si devono usare efficacemente i mezzi personali di comunicazione: il chiarimento di un collega ottenuto in un minuto sul cellulare può fare la differenza tra il convincere l’interlocutore e il vedersi chiudere la porta in faccia. Occorre padroneggiare l’espressione orale non meno che quella scritta. Bisogna saper ascoltare, un compito particolarmente difficile dal cui assolvimento dipende il comprendere ciò di cui l’interlocutore ha effettivamente bisogno, o di cui non vuole nemmeno sentire parlare.
Il ritorno dei venditori porta a porta, di quelli che si chiamavano commessi viaggiatori, è una ulteriore dimostrazione della sopravvivenza nell’economia contemporanea di due processi contraddittori. Pagare un lavoratore a commissione, magari senza assicurargli nemmeno un minimo fisso, piuttosto che assumerlo versandogli un regolare salario, risulta essere nella sostanza, anche se la parola è un po’ forte, null’altro che una forma di sfruttamento. D’altra parte la diffusione di queste figure che in molti casi fanno volentieri questo pesante lavoro, che girano a piedi nei quartieri oltre che in auto tra le città, che salgono scale e bussano a porte e parlano con innumeri persone che magari le trattano male, rappresenta anche un filo, sottile quanto si vuole, dei tanti che tengono insieme una società. Ogni giorno vediamo rompersene qualcuno, e l’economia e le imprese hanno in ciò responsabilità non da poco, tra ristrutturazioni e delocalizzazioni e cessioni di rami di impresa che finiscono tutti allo stesso modo – mettendo tot lavoratori per strada. Trattiamolo con rispetto, questo filo che fa tanto mestiere dei tempi andati, ma recupera forme di socialità che sembravano perdute