La Rinascente della Damelì

03/10/2005
    venerdì 30 settembre 2005

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      STORIE

        COMMESSE -La straordinaria vita di Nadia d’Amelj Melodia, da trent’anni delegata sindacale nel grande magazzino milanese (domani in sciopero) e da sempre lavoratrice appassionata

          La Rinascente della Damelì

            MANUELA CARTOSIO

              «Nulla di importante al mondo è stato fatto senza passione». La citazione, attribuita a Hegel, accoglie chi visita la sezione «Lavora con noi» sul sito della Rinascente. Fossero spiritosi, di fianco ci metterebbero la foto di un’adorabile nemica, Nadia d’Amelj Melodia, universalmente nota come «la Damelì». E’ la capessa, sindacalmente parlando, delle commesse della Rinascente di piazza Duomo. Delegata della Filcams Cgil dal 1976, Nadia è la réclame della passione. Ne mette in abbondanza in tutto quel che fa. E fa tanto. Fa due lavori in uno, commessa e delegata, e in entrambi ha scelto di non far carriera. In azienda per ovvi motivi d’incompatibilità, nel sindacato «perché così sono più libera, non sono incasellata».

              La storica sede della Rinascente si allarga e si alza come una fisarmonica ma a Nadia non sfugge neppure un angolino. Se due uscite di sicurezza non superano il test d’emergenza, lei sa quali sono e pianta la grana in alto loco. Dal top manager all’ultimo degli interinali, conosce per nome e cognome «quasi» tutte le ottocento persone che lavorano alla Rinascente-Duomo. La sua attività di delegata non si esaurisce nel fare assemblee o organizzare scioperi. Nadia disegna i cartelloni e fa i fiori di carta da portare in corteo, «ho una buona manualità». Tiene il conto di nascite, matrimoni, crisi coniugali, depressioni e malattie che si succedono nel suo reame. Trasforma l’8 marzo nella giornata delle torte, «mi raccomando, le fette piccole piccole, un euro l’una, i soldi vanno a Emergency». Organizza a domicilio, il suo, una «scuola quadri» per trasmettere in modo conviviale i rudimenti del mestiere di sindacalista, «anche qui la professionalità si sta perdendo». Si aggiunga il saper fare «privato»: Nadia taglia, cuce, ripara il ferro da stiro e i rubinetti che perdono, imbianca e smalta. E ha pure il pollice verde, certificato sul terrazzo da due piante di gelsomino che hanno compiuto trent’anni.

                Una casa al Gallaratese

                  «La Damelì» sta al Gallaratese, in una casa popolare dove, quando c’è da sedare una bega condominiale, si ricorre alla sue arti di mediazione. Nadia abita al settimo piano e, da un po’ di mesi, fa le scale a piedi. Si sta allenando per fare il fiato. A novembre partirà per la sua terza spedizione, quindici giorni di trekking d’alta quota in Nepal, al santuario dell’Annapurna, oltre i 5 mila metri. E’ l’ultima delle passioni di Nadia, scoppiata negli anni non più verdi di «una splendida sessantenne» prossima alla pensione.

                    Le prestazioni in alta quota, ovviamente, hanno alzato le quotazioni di Nadia superwoman presso le colleghe. Lei minimizza: «Non soffro di vertigini e di mal d’aria, un po’ di fiato l’avevo già perché vado in bicicletta. Non faccio cose rischiose. C’è solo da camminare otto ore al giorno». La molla per buttarsi nell’impresa? La bellezza, «è un’altra montagna, è un altro cielo». E la voglia di «misurarsi con se stessi, di sentire la propria fisicità».

                      A Nadia, turista consapevole, non sfugge l’altra faccia delle medaglia: per far arrivare una quindicina di «ricchi» europei ai campi base devono faticare una trentina di poveri nepalesi o tibetani. Lo sherpa, che fa da guida, e gli addetti alla cucina non se la passano male. Ma i portatori, «pagati meno di quanto costa mantenere gli yak», fanno la fame. Ci si sente «un po’ vermi» vedendo ragazzini e ragazzine caricarsi sulle spalle «la tua tenda e il cibo che loro non mangeranno». Un’idea, buona ma impervia, Nadia ce l’avrebbe: le spedizioni dovrebbero autotassarsi e girare i soldi alle comunità locali che «rinunciano» a far lavorare i minori come portatori.

                        Chiusa la parentesi montanara, torniamo alla Rinascente. Per nascita (famiglia medioborghese di proprietari terrieri pugliesi, «mi avevano già fidanzata a 13 anni») e per studi (diploma all’Accademia di Brera) Nadia non era destinata a fare la commessa. Comincia a «vendere» nel `61, dopo aver rotto i ponti con i genitori che le avevano vietato di fare la disegnatrice di cartoni animati. Detersivi porta a porta, «al mattino ci caricavano su un pullmino che batteva l’hinterland milanese, io riuscivo a piazzare solo i rossettini e le ciprie omaggio». Nel `67 nasce Alessandro, «non mi sono mai sposata».

                          Nel `70 «grazie a una raccomandazione» entra all’Upim, «sciopero tutti i giorni, io non capivo, mi sono presa della crumira». Ci mette poco a «capire» e di quell’esperienza personale ha fatto tesoro: «Quando una ragazzina un po’ saputella salta su in assemblea a dire che lo sciopero non la riguarda, mai colpevolizzarla». Dopo 21 contratti a termine, «non li hanno inventati adesso», nel `76 è assunta in pianta stabile alla Rinascente di piazza Duomo. «Ho venduto di tutto, dall’abbigliamento sportivo ai casalinghi. Adesso sono la regina delle tovaglie. Se si ritirano di dieci centimetri al primo lavaggio, io alla cliente lo dico».

                            Ancora negli anni `70 fare la commessa nel più prestigioso dei grandi magazzini italiani era «il massimo» per una signorina di bella presenza. All’uscita, «c’era la coda dei corteggiatori». L’azienda una volta «passava» le calze e il buono per il parrucchiere. Adesso solo la divisa, «l’ultima, rossa da caccia alla volpe, è orrenda».

                              Nadia non si è mai sentita «diminuita» a fare la commessa. «E’ un lavoro di relazione, meglio che tirare righe nello studio di un architetto». Saper parlare – «gli interventi non li preparo mai scritti, altrimenti la gente si annoia» – sensibilità e un certo caratterino sono le doti naturali che aiutano Nadia a fare la delegata. Pure questo è un lavoro di relazione. Non basta saper tener testa all’azienda, «prima devi costruire giorno dopo giorno la solidarietà dalla tua parte». Lo stereotipo «Eva contro Eva» un qualche fondamento ce l’ha, ammette Nadia, «tra donne ci si punzecchia». Ma, al dunque, le commesse sono «unite» di fronte all’azienda, «più forti» dei fattorini e degli addetti alla movimentazione merci (in piazza Duomo sono una sessantina) che si presentano con il cappello in mano dal dirigente per chiedere favori personali, non per rivendicare diritti collettivi.

                                Il settore del commercio è stato uno dei primi a essere investito dalla deregulation e il sindacato, Cgil compresa, ha le sue colpe. La più grossa, per Nadia, è aver accettato trattamenti diversi per vecchi e nuovi assunti. «Se io lavoro alla domenica prendo il 70% in più della paga normale, un apprendista il 30%. Non è giusto». Nonostante la frantumazione della forza lavoro, l’adesione agli scioperi alla Rinascente di piazza Duomo resta alta: l’80%, «quando va male».

                                  Ma da una quindicina d’anni in qua si sciopera con le saracinesche alzate, «è una scelta politica di tutta la grande distribuzione». Praticata con rimpiazzi sul filo del lecito. Della nuova proprietà del gruppo Rinascente (vedi box) Nadia pensa tutto il male possibile: ha disdettato tutti gli accordi integrativi, e questo basterebbe. In più, «sono sciatti, poco preparati, non pensano in grande, si intignano su piccole cose». Hanno fatto sparire dai reparti tutte le sedie, licenziano persone malate a pochi anni dalla pensione, lesinano sulle assemblee, assoldano consulenti che scodellano ricette demenziali per contenere tempi e costi. Tipo: fornire un taglierino a ogni commessa perché faccia a pezzi in reparto gli scatoloni dopo averli svuotati, pesti ben bene sotto i piedi i cartoni, indi li avvii in magazzino. «E l’avete anche pagato quel genio?», ha reagito «la Damelì», e i taglierini per ora sono stati archiviati.

                                    «Con gli arabi si va sul sicuro»

                                      Dalla sua postazione in piazza Duomo, Nadia registra le evoluzioni dei consumi e della clientela. Si spende meno, «senza più gioia e contentezza per l’acquisto, in modo nevrotico». Una come lei dovrebbe detestare Natale e, invece, massima prova di attaccamento al lavoro, rimpiange «quelli di una volta, quando non c’era un centimetro tra un cliente e l’altro». Dopo le crisi internazionali, «sono tornati gli arabi, con mogli bellissime e guardaspalle, sono quelli che spendono di più, con loro si va sul sicuro». I clienti più malmostosi? «Quelli che arrivano cinque minuti prima della chiusura e pretendono di tenerti lì apposta per loro dopo le dieci di sera. Le signore che per dispetto infilano la mano nello scaffale, buttano tutto per aria e non comprano niente». I più detestabili? «Quelli che d’inverno tengono i bambini mezza giornata dentro la Rinascente senza togliergli il cappottino e poi, magari, danno in escandescenze se il pargolo piange».

                                        Contro i taccheggiatori Nadia adotta la linea della prevenzione e della dissuasione. «Alludo, faccio capire al cliente che gli conviene posare l’osso. Non ho mai consegnato nessuno nelle mani dei guardiani. Le commesse in genere si comportano così, anche se l’azienda incentiva le denunce con un premio del 10% sul valore della merce recuperata». Niente prezzi scontati per le dipendenti della Rinascente, «aspettiamo i saldi, come tutti».

                                          Tra un anno «la Damelì» andrà in pensione. Paura del salto nel vuoto? «Non è che non ci dorma la notte. Ho in mente tante cose da fare. Imparare bene l’inglese, fare un corso di giardinaggio, leggere finalmente in santa pace, adesso ho tempo solo in metropolitana…».