La Rinascente alla sfida dell’iper

02/05/2001

Il Sole 24 ORE.com



Finanza & Mercati – pagina 24 Martedì, 1 Maggio 2001

    Grande distribuzione
    Cobolli Gigli e Lheureux spiegano il piano quinquennale della controllata Ifil-Auchan

    La Rinascente alla sfida dell’iper
    Investimenti per 700 miliardi all’anno – Previsto un centinaio di nuove aperture
    Aldo Bernacchi
    MILANO «Siamo come due fratelli siamesi». Giovanni Cobolli Gigli e Benoit Lheureux ricorrono a questa espressione per spiegare il proprio lavoro di amministratori delegati del gruppo Rinascente , il manager italiano responsabile per il settore non alimentare, quello francese per l’alimentare, entrambi impegnati a realizzare un piano a medio termine ambizioso ma realistico che da qui al 2005 prevede circa 700 miliardi di investimenti medi all’anno con un centinaio di nuove aperture e punta a rafforzare la redditività alzando dal 6 al 7% l’incidenza del cash flow lordo sul fatturato netto. «Sarà un piano che mira a ottenere le migliori performance possibili per ciascuna delle nostre divisioni», dicono i due amministratori che dopodomani presenteranno in assemblea i conti del 2000, il terzo esercizio dopo la grande alleanza siglata dal gruppo Ifil con la francese Auchan, chiuso con un fatturato salito del 3,8% a 10.733 miliardi e un risultato di gestione migliorato del 5,2% a 258,8 miliardi. Un’alleanza su cui la Borsa torna sovente a ricamare nuovi assetti anticipando e stravolgendo quanto è scritto negli accordi. Che ufficialmente si limitano a specificare che nel 2007 Auchan acquisirà un ulteriore 1% di Eurofind, la finanziaria di controllo di Rinascente che oggi vede Ifil al 51% e i francesi al 49%. Inoltre dal 2013 la finanziaria degli Agnelli avrà la possibilità di cedere tutta o parte della sua quota ricevendo eventualmente in cambio anche azioni Auchan.
    L’Ifil, che ha sempre smentito modifiche dell’intesa, nell’ultimo incontro con gli analisti si è detta soddisfatta dei risultati raggiunti da grandi magazzini, bricolage e supermercati, meno da Upim e ipermercati. Una Rinascente a doppia andatura, a seconda delle formule. È esatto?
    Limitandomi al settore di mia competenza — risponde Cobolli — è indubbio che Upim non ha ancora raggiunto la redditività dei grandi magazzini. Questi ultimi mediamente hanno un cash flow lordo pari al 10-12% del fatturato che è una media tra le performance, ad esempio, della Rinascente di Milano Duomo e quelle di Catania e di Cagliari, ancora sotto il break even. Ma va ricordato anche che solo quattro anni fa Upim era pesantemente in rosso mentre oggi ha già raggiunto il pareggio.
    A quale cura, signor Lheureux, Auchan sta sottoponendo il settore alimentare?
    Quello dei supermercati procede ad andatura corretta con un cash flow lordo pari al 4% del fatturato di 3.681 miliardi. Risultato di rilievo se si tiene conto che nel frattempo sono stati assorbiti i punti vendita della Colmark. Quanto agli iper abbiamo completato il processo di conversione alla formula Auchan coinvolgendo nel 2000 ben 16 magazzini. Per la loro dimensione sono collocati in aree decentrate, meno a portata di mano del cliente. Ecco la ragione della nostra politica di investire in particolare negli iper per inserirli in centri o gallerie commerciali di grande attrazione. Con un giro di affari di 5.132 miliardi, pesano per il 47,8% del fatturato consolidato di Rinascente. E come tali saranno sempre più decisivi sulla redditività complessiva del gruppo.
    La congiuntura dei consumi vi sta dando una mano?
    Piuttosto rema contro. Da un decennio assistiamo a un’evoluzione del modello di consumo delle famiglie che ci penalizza. Nel ’90 su un totale di 393 miliardi di euro del totale dei consumi, quelli riferiti a merceologie vendute da gruppi come il nostro erano pari al 34% mentre nel 2000 sono scesi al 24% di una torta comunque cresciuta a 712 miliardi di euro. Il che vuol dire che la gente è sempre meno disposta a spendere per cibo e vestiti di quanto non lo sia per il tempo libero.
    Stesso trend anche nel 2001?
    I dati non sono positivi. La crescita prevista del Pil è stata rivista al ribasso dal 2,9 al 2,5%; l’aumento dei consumi delle famiglie dal 2,3% al 2 per cento con il rischio che quelli di nostra pertinenza crescano ancora di meno. Rinascente nel primo trimestre ha comunque segnato un fatturato in aumento del 5,8%. Vuol dire che abbiamo eroso quote di mercato agli altri. Ma a fine anno il settore attende un’altra prova del nove: quella dell’avvio dell’euro, con il primo bimestre 2002 di doppia contabilità alle casse.
    Qual’è la fotografia di Rinascente nell’ambito della grande distribuzione in Italia e in Europa?
    Stando ai dati del 2000 la Rinascente con quasi 10.800 miliardi di fatturato rappresenta circa il 3,3% dei beni commercializzabili stimati in 169 miliardi di euro (327mila miliardi di lire). A riprova della polverizzazione del settore. Le stesse Coop, che sono leader, hanno poco più del 5% del mercato. Segue Conad con il 3,9%; Carrefour-Gs è intorno al 3%. È inutile dire che a paragone dei big europei del settore l’Italia presenta fatturati di gran lunga minori. Ad esempio la stessa Auchan ha un giro di affari nel mondo di oltre 40mila miliardi.
    Questo scenario induce a pensare che le manovre di aggregazione siano appena agli inizi.
    È inevitabile che vi siano nuove operazioni di consolidamento tanto più che è un settore ancora dominato da capitali familiari.
    Rimpianti per la Standa, soprattutto per la parte non alimentare finita a Coin?
    A trattenerci dall’operazione è stata la concomitanza che ci vedeva impegnati nel massimo sforzo per rilanciare la Upim.
    Quali sono le proiezioni di crescita della grande distribuzione a scapito del dettaglio tradizionale?
    Siamo partiti con un gap storico rispetto all’Europa. Non l’abbiamo affatto colmato. Nell’alimentare prevediamo che nel 2005 la quota della distribuzione moderna sarà superiore al 50% mentre nel settore non alimentare raggiungerà circa il 40%. Colpa della lungaggini burocratiche per le aperture — tre anni quando va bene —, colpa di una cultura diffusa di difesa delle botteghe tradizionali.
    Tra piccoli e grandi sarà sempre più scontro?
    Non è vero. Con il franchising le due parti stanno trovando un punto di incontro. È una formula che in Rinascente sta avendo un grande sviluppo con la salvaguardia degli interessi di tutti. Abbiamo già 928 affiliati sparsi un po’ ovunque in Italia, in particolare nell’area dei supermercati.
    Nel piano a medio termine quante aperture sono previste?
    Circa un centinaio, che vuol dire un aumento del 25% dei nostri 430 punti vendita attuali. Prevediamo una decina di iper, trenta Upim, dieci grandi magazzini, 25 supermercati, venti punti di bricolage con la Sib. Che è la joint venture nata tra Rinascente e Leroy-Merlin della famiglia Mulliez, la stessa che controlla Auchan. Che siamo un gruppo in continuo sviluppo lo dimostra anche il patrimonio immobiliare, passato da 1.100 miliardi del ’95 a 2.400 miliardi dell’ultimo bilancio.
    I big della grande distribuzione europea hanno investito in Italia. La Rinascente non ha mai pensato di andare all’estero?
    È un progetto che finora resta tale ma che cova dopo l’alleanza con Auchan. In Spagna ci siamo andati vicino. L’obiettivo è aprire grandi magazzini non alimentari nei centri commerciali gestiti nel mondo da Auchan.
    Ciò detto, in Borsa la Rinascente ha perso circa il 40% dai giorni dell’annuncio dell’intesa con Auchan. Il mercato, malgrado le tante smentite, sembra riscoprire la società tutte le volte che tornano voci di Opa totalitaria o di un’Ifil sul piede di partenza. Qual è la vostra valutazione?
    Noi dobbiamo guardare ai fondamentali. L’esempio europeo ci dice che i titoli dei nostri concorrenti capitalizzano a un livello pari al 50-55% del fatturato. In base ai multipli comparati la capitalizzazione di Rinascente dovrebbe essere attorno ai 5mila miliardi rispetto ai poco più di 3mila di oggi. Anche con la prova del cash flow lordo si arriva alle stesse conclusioni: la media europea dice che in Borsa la valutazione di un’azienda distributiva è mediamente 10 volte il suo cash flow. E il nostro cash flow è 574 miliardi.
    Martedì 1 Maggio 2001
 
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