La riforma? Sì agli incentivi, no all’aumento dell’età (R.Mannheimer)

01/09/2003






lunedì 1 settembre 2003

SONDAGGIO SULLE PENSIONI /
Contrari ai provvedimenti generalizzati, gli italiani accetterebbero misure per restare al lavoro volontariamente

La riforma? Sì agli incentivi, no all’aumento dell’età. E resta la diffidenza

di RENATO MANNHEIMER

      Il sentimento prevalente degli italiani verso la riforma delle pensioni è caratterizzato dal timore di «perderci qualcosa», di dover rinunciare a benefici ritenuti già acquisiti o a prestazioni su cui comunque si era – a torto o a ragione – fatto conto. È un atteggiamento che, nella maggior parte dei casi, non deriva tanto da un computo basato su calcoli di contributi versati e/di anni lavorati, ma da un generico stato d’animo di preoccupazione, accentuato dalla obiettiva difficoltà della tematica e, specialmente, dalla complessità dei meccanismi in discussione. Il giudizio sulle ipotesi di riforma delle pensioni appare, in altre parole, più legato a componenti, per così dire, emotive, che a considerazioni «razionali». Questo atteggiamento di base spiega il diverso giudizio di fronte alle proposte di provvedimenti «erga omnes», vale a dire di carattere generalizzato e rivolti al complesso della popolazione, rispetto alle opzioni che lasciano comunque al singolo individuo la possibilità di scegliere autonomamente. Riguardo ai primi, si rileva un estesissimo rifiuto, particolarmente accentuato, a fronte dell’ipotesi di abolizione delle pensioni di anzianità. Meno intensa – ma comunque maggioritaria, dato che coinvolge oltre tre quarti della popolazione – è la bocciatura popolare nei confronti della proposta di innalzamento dell’età pensionabile. In larga misura opposto è invece l’orientamento che emerge di fronte all’ipotesi di introdurre degli incentivi rivolti a chi sceglie liberamente di continuare a lavorare anche dopo avere raggiunto l’età pensionabile e/o (ma la seconda proposta ottiene assai meno consensi) di applicare dei disincentivi a chi sceglie di andare in pensione prima.
      L’elemento della decisione individuale – e, di conseguenza, dell’assenza di un obbligo generalizzato – sembra essere il principale fattore che determina il consenso alle proposte di riforma. Esso risulta «contare» più del conflitto di interessi generazionale e/o delle fratture politiche. Anche se, beninteso, entrambi questi elementi giocano un loro ruolo nel formare gli orientamenti. I giovani, ad esempio – specie i giovanissimi – appaiono ancora più coinvolti nella già rilevante differenziazione di atteggiamento tra i provvedimenti «erga omnes» e le opzioni lasciate alla decisione individuale: gli under 25 sono ancora più contrari alla prima ipotesi (i provvedimenti generalizzati) e ancora più favorevoli alla seconda (le opzioni individuali). Ancor più dell’età «conta» l’orientamento politico. È vero infatti che la differenza di giudizio descritta sin qui è presente in modo sostanzialmente «trasversale» tra gli elettori di tutti i partiti. Ma i votanti per il centrodestra appaiono generalmente esprimere un atteggiamento relativamente più favorevole alle proposte avanzate in questi giorni, specie, ancora una volta, a quelle che rispondono a una scelta individuale legata agli incentivi (questa posizione è più diffusa tra gli elettori di Forza Italia) o ai disincentivi.
      Tuttavia, come si è visto, più delle appartenenze politiche, più di quelle generazionali, prevale un atteggiamento di insicurezza dietro al quale sembra risiedere un giudizio di inaffidabilità nei confronti dell’intervento pubblico generalizzato. Certo, un’adeguata comunicazione della natura dei problemi e delle alternative in discussione potrà rendere in qualche misura più «consapevole» l’orientamento dell’opinione pubblica. Ma i pareri emersi sulla questione delle pensioni fanno intravedere, ancora una volta, un connotato quasi «strutturale» degli italiani: la relativamente scarsa fiducia nella capacità dello Stato – spesso al di là del colore dei governi – di operare a favore dei cittadini.


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