La riforma difficile che spaventa i governi- M.Riva

07/07/2003


 
lunedì 7 luglio 2003 
Pagina 14 – Commenti
 
La riforma difficile che spaventa i governi
          Non è prevedibile che Bossi apra una crisi ma è pure improbabile che faccia concessioni
          Ai politici non piace mettere mano alle pensioni perché è impopolare e fa perdere voti

          MASSIMO RIVA

          IN tutta l´Europa benessere e progressi della medicina hanno fatto sì che la soglia di sopravvivenza dei suoi cittadini sia in lenta e costante crescita. In questa cornice l´Italia, grazie anche a un tasso di natalità particolarmente basso, è già il Paese più vecchio – vale a dire col maggior numero di anziani – dell´intero continente.
          Ciò comporta che un po´ dappertutto, ma segnatamente qui da noi, il sistema pensionistico debba prendere le misure con un´evoluzione demografica tecnicamente insostenibile rispetto alle regole vigenti, pensate sulla base di prospettive socio-economiche oramai obsolete. È vero che negli anni Novanta, dapprima con la riforma Dini e poi con i ritocchi del governo Prodi, si sono già fatti importanti interventi in materia.

          Ma la speranza di aver così rimesso in equilibrio la spesa previdenziale almeno per due o tre lustri sta già facendo amari conti con una realtà economica generale di bassa o bassissima crescita, non più capace di avvalorare le proiezioni finanziarie di appena qualche anno fa. Dunque, occorre fare di più. È una triste e drammatica verità che, del resto, gli esperti del dicastero del Welfare avevano già messo in evidenza in un rapporto inviato al Parlamento l´estate scorsa dal ministro Maroni, quello stesso che oggi sembra più resistere insieme o per conto del suo leader Bossi a un´ipotesi di nuova riforma.
          «Il mantenimento di un rapporto stabile tra spesa pensionistica e Prodotto interno lordo – diceva il passaggio cruciale di quel rapporto -richiede una crescita media reale di quest´ultimo intorno al 2,2 per cento per tutto il prossimo decennio». Ebbene per il 2002 si sa come sono andate le cose: il Pil non è aumentato neppure di mezzo punto percentuale. Quanto al 2003 le stime più accreditate indicano una crescita comunque inferiore al punto, mentre anche i più ottimisti sull´anno venturo si guardano bene dall´immaginare che si possa superare il due per cento. In altre parole, il rapporto fra spesa pensionistica e Pil sta continuando a deteriorarsi con effetti pesanti sui saldi di un bilancio pubblico già precario su più versanti.
          A nessun governo piace dover mettere mano a interventi sulle pensioni perché si tratta di una questione socialmente – quindi anche elettoralmente – assai sensibile. Ne sa qualcosa per primo Silvio Berlusconi che nel 1994, sull´onda delle manifestazioni di protesta dei sindacati, fu sfrattato da Palazzo Chigi da quello stesso Umberto Bossi che ora, sempre sul tema pensioni, tiene in ostaggio la nuova maggioranza di centrodestra. Forse oggi il leader leghista farà conoscere le sue intenzioni in materia. Immaginarsi, tuttavia, che anche stavolta Bossi possa spingersi fino alla rottura della coalizione di governo al momento non ha senso.

          Ciò che alla Lega importa in questa partita è la difesa di un ben individuato blocco socio-elettorale: quello degli aspiranti alle pensioni d´anzianità ovvero a quei trattamenti anticipati che – caso unico in Europa – hanno fatto dell´Italia un paese dove si sono moltiplicati i pensionati cinquantenni. Le ragioni di questo interesse leghista stanno in poche ed eloquenti cifre: il 27 per cento delle pensioni d´anzianità si trova in Lombardia, oltre il 13 in Piemonte, circa l´11 nel Veneto. Insomma, più della metà di questi trattamenti di maggior favore è collocata proprio nelle regioni dove Bossi e soci ricavano il grosso dei loro consensi elettorali. Che, si badi bene, non riguardano solo i percettori delle pensioni d´anzianità, ma anche la non piccola platea di padroni o padroncini che hanno fatto copioso ricorso a questo istituto per eliminare manodopera senza troppi problemi.
          Il fatto è che questo nodo delle pensioni anticipate non costituisce solo la più vistosa anomalia italiana in Europa, ma è anche il punto di partenza decisivo per poter raggiungere l´obiettivo di fondo ineludibile di una qualunque riforma che punti davvero a rimettere in equilibrio la spesa pensionistica: l´innalzamento dell´età pensionabile, quella effettiva – s´intende – non quella proclamata per la forma e poi aggirata con mille artifizi. Se non è prevedibile che Bossi possa aprire una crisi di governo come nel ’94, è però anche altamente improbabile che la Lega possa fare concessioni reali su questo nodo. Tanto più perché potrà fare gioco di sponda sui sindacati, che sono già sul piede di guerra e minacciano di ritrovarsi di nuovo uniti e compatti contro qualunque ipotesi di riforma vera del sistema previdenziale.
          Una volta ancora le ragioni le ragioni dell´economia e quelle della politica sembrano destinate a non incontrarsi. Le prime dicono che un intervento sulle regole del regime pensionistico – a cominciare dall´innalzamento reale dell´età di quiescenza – è necessario. Le seconde indicano che dalla maggioranza berlusconiana potrà venire soltanto un simulacro di riforma, tanto per far vedere d´aver fatto qualcosa lasciando irrisolti i nodi di fondo. Nel frattempo il paese invecchia…con quel che segue.