La riforma delle pensioni martedì sbarca in Senato

23/02/2004

    21 Febbraio 2004

    SINDACATI PRONTI ALLA PROTESTA UNITARIA. LO SCIOPERO GENERALE VERRÀ DECISO CON TUTTA PROBABILITA’ IL 10 MARZO

    La riforma delle pensioni martedì sbarca in Senato
    Il governo vara il testo senza modifiche. Maroni: niente spazi per ritocchi

    Roberto Giovannini

    ROMA
    Via libera dal Consiglio dei ministri, senza modifiche rispetto a quanto illustrato alle parti sociali, alla nuova versione della delega per la riforma delle pensioni. Adesso il provvedimento verrà formalmente presentato in Commissione Lavoro del Senato martedì prossimo, dove poi riprenderà l’iter che dovrebbe condurre all’approvazione dell’aula. I tempi non saranno brevissimi: ci vorranno almeno tre settimane perché si concluda la discussione in Commissione Lavoro e il testo venga sottoposto alla votazione di Palazzo Madama. Tre settimane in cui il sindacato – che nel complesso ha dato una risposta più negativa di quanto il governo e la maggioranza sperassero – intende mettere sotto pressione le forze politiche, anche con lo sciopero, e strappare una nuova modifica dell’articolato.
    «Questa è una riforma di cui il paese ha bisogno – ha detto il ministro delle politiche comunitarie Rocco Buttiglione – comprendiamo il dissenso dei sindacato, ma invitiamo a contenerlo». Per l’esponente dell’Udc, questa era una riforma di «cui il Paese ha bisogno», ma su cui in questi mesi «c’è stata una campagna terroristica». Chiude la porta preventivamente a ulteriori correzioni del testo il ministro del Welfare Roberto Maroni. «Non c’è spazio per ulteriori modifiche – ha spiegato – altrimenti non sarebbe una riforma, sarebbe stato meglio non fare niente».
    Ancora una volta, il fattore decisivo per le sorti di questa riforma sarà il tempo. Come si ricorderà, al momento del varo della versione originaria della delega, nel novembre del 2001, il ministro Maroni scommetteva su un’approvazione entro dicembre prima, ed entro gennaio poi. Tra incontri, polemiche interne al centrodestra e verifica politica, si è arrivati a fine febbraio, e la delega previdenziale non ha mosso un passo dalla Commissione Lavoro del Senato. I sindacati hanno cercato di guadagnare tempo: per ottenere aggiustamenti dell’articolato (e due, di rilievo, ne hanno ottenuti) e soprattutto per avvicinare il più possibile la discussione della riforma alle scadenze elettorali amministrative, che dovrebbero suggerire un rinvio del varo di una norma che potrebbe far perdere voti alla Casa della Libertà. Adesso, si tratta di vedere se nella sua nuova versione (che ha attenuato, ma di poco, l’effetto «scalone» per i pensionati di anzianità) la discussione parlamentare prenderà il ritmo accelerato voluto da Maroni.
    Intanto, i sindacati si mettono in moto, e apparentemente con un passo unitario. Obiettivo, «rovesciare l’ordine delle priorità», e modificare ancora la riforma aprendo però una vera e propria vertenza sui temi della crescita economica bloccata, della crisi industriale e del declinante potere d’acquisto di salari e pensioni. Lo sciopero generale (presumibilmente almeno 4 ore, gestito nei territori e con manifestazioni) verrà deciso dall’Assemblea Nazionale dei delegati di Cgil-Cisl-Uil del 10 marzo a Roma, che approverà anche una vera e propria piattaforma unitaria. Nel frattempo, si faranno incontri con i gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione per illustrare le ragioni del sindacato.
    Ieri, nei commenti, i leader sindacali hanno confermato le loro critiche all’emendamento-bis del governo, attribuendosi il merito della marcia indietro del governo su decontribuzione e Tfr. Per il numero uno della Uil, Luigi Angeletti, sono stati ottenuti «risultati positivi». Bisognerà fare ora pressione in parlamento – ha sottolineato – per ottenere ulteriori modifiche, perché «il bicchiere è mezzo pieno, dobbiamo agire per riempirlo ancora».
    «Il punto su cui non ci siamo proprio è l’innalzamento dell’età», ha ribadito Epifani, che ha aggiunto: «Non c’è più lo scalone, c’è di nuovo il pensionamento di anzianità, ma si è fatto uno scalone di altro segno e di altro tipo che penalizzerà soprattutto le donne e quella fascia di lavoratori che sarà coinvolta, per i quali la permanenza al lavoro sarà di oltre quattro anni rispetto a oggi.
    In più – ha detto ancora – la soppressione delle due finestre vuol dire incrementare per tutti la permanenza al lavoro di almeno tre mesi». Pezzotta ha puntato il dito contro l’«estrema rigidita» della proposta del governo e la poca chiarezza sulla questione dei contributi dei lavoratori autonomi. L’aver deciso di non elevarli, ha detto, è un «atto ingiusto e iniquo».