La riforma delle pensioni insieme al prossimo Dpef

07/03/2003


            7 Marzo 2003

            GOVERNO 1.
            PARLA IL CHIEF ECONOMIST DI PALAZZO CHIGI
            La riforma delle pensioni insieme al prossimo Dpef
            Secondo Polillo va accelerata la legge Dini e aumentata l’età

              Si sa: è la madre di tutte le riforme. Dunque è meglio farla, in tempi rapidi, per dare un segnale all’Europa e anche ai mercati. Il ragionamento di Gianfranco Polillo, chief economist di Palazzo Chigi è del tutto lineare. L’incertezza geopolitca non può, ovviamente, non aver effetti sulle scelte di politica economica ma resta il fatto che talune riforme non sono rinviabili, anzi sono il fattore che possono garantire la stabilità. Non si può cadere nella paralisi. La tabella di marcia, allora, può essere la seguente: riforma delle pensioni nel prossimo Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) e approvazione di questo in parlamento entro il 30 giugno, prima, cioè, dell’inizio della presidenza italiana dell’Unione europea.

              Quella che indica Polillo non è affatto una terapia shock. E’ quella che tutti gli esperti di previdenza hanno suggerito da tempo. La novità è che viene fatta propria dal Capo del Dipartimento economico della Presidenza del Consiglio: accelerazione dell’andata a regime della riforma Dini del ’95 e meccanismi di incentivi-disincentivi per innalzare l’età pensionabile di fatto. In realtà Polillo non parla di disincentivi, anche se a proposito di misure solo incentivanti (come quelle proposte nella legge delega dal ministro Roberto Maroni) per restare al lavoro una volta maturati i requisiti per accedere al pensionamento di anzianità, osserva: «E’ una strada debole».

              La riforma delle pensioni di anzianità – è bene ricordarlo – andrà a regime nel 2008 mentre solo nel 2030/2035 tutti i lavoratori saranno interessati al sistema di calcolo della pensione esclusivamente con il metodo contributivo. Solo allora il sistema sarà in equilibrio. «Ora non lo è», dice l’economista, già capo del servizio studi della Camera e poi capo della segreteria tecnica del ministero dell’Economia. «Nel 2002 l’Inps ha ricevuto contributi a carico del bilancio dello stato pari a 5,3 punti del pil. La spesa pensionistica è pari al 15% del pil, ne deriva che 1/3 della spesa previdenziale pesa sul bilancio dello stato». All’interno della quale – obiettiamo – vi sono però voci di natura squisitamente assistenziale. «Secondo alcune nostre valutazioni – certo opinabili – quel 5,3 è costituito per 1,3 da spese di carattere assistenziale e per 4 punti da spesa pensionistica in senso stretto. E’ incontrovertibile, ad esempio, che i 4,6 miliardi di euro di disavanzo del fondo ferrovieri appartiene alla spesa previdenziale».

              Ancora una volta sarà il «vincolo esterno» europeo a condurci alle riforme. «L’interpretazione flessibile del Patto di stabilità ci obbliga comunque a realizzare le riforme strutturali anche perché si rischierebbe di compromettere il buon lavoro fatto sotto il profilo della gestione attiva del bilancio». Insomma non ci si può affidare esclusivamente, da una parte ai cosiddetti «stabilizzatori automatici» che intervengono in relazione all’andamento del ciclo economico, e dall’altra ai mega swap e alle cartolarizzazioni. E una sorta di appello alla via delle riforme sarà contenuto nel position paper che Silvio Berlusconi presenterà al Consiglio europeo di primavera (21 e 22 marzo) in cui chiederà all’Europa di rafforzare il processo di riforme indicato a Lisbona nel 2000.