La richiesta di Fini: fuori Maroni

03/02/2004



03.02.2004
la vera posta in gioco

La richiesta di Fini: fuori Maroni
Carlo Brambilla

MILANO Scontro sulle pensioni nel Governo. Subito personalizzato. Gianni Alemanno contro Roberto Maroni. Un ministro contro l’altro.
Politiche agricole contro Welfare. Ma soprattutto Alleanza nazionale contro Lega Nord. Il primo, Alemanno, sostiene che il secondo, Maroni, debba presentare una «proposta di riforma più equa e accettabile» e aggiunge che «se non lo farà, ci penserà nei prossimi giorni An a farsi carico della questione».
Maroni replica: «Ma di che cavolo stai parlando? La proposta è stata votata da tutto il Governo e anche da te». Dunque ci risiamo: Lega e An tornano a litigare di brutto. Complice la più strana «verifica» che una maggioranza abbia mai mandato in onda. Una verifica di cui non si capisce assolutamente nulla, ma che assomiglia molto alla più classica spartizione di poltrone governative. Una spartizione che Berlusconi fatica a gestire. Appena apre bocca riesce a scontentare tutti. Tuttavia fra Lega e An in ballo c’è qualcosa di più. Nelle ultime riunioni degli organismi direttivi, Umberto Bossi ha esternato la sua «totale insofferenza» per il partito di Fini, quello che ha fatto suo il recente rapporto dell’Eurispes, sulla crisi italiana. Insomma non ne può più e non lo nasconde nemmeno, dando continuamente corpo alla possibilità di «fare le valigie». Più concretamente potrebbe, al momento buono, (l’apertura ufficiale della campagna elettorale?) «dimissionarsi» dal suo dicastero delle Riforme, per tornare personalmente a dirigere l’orchestra protestataria sul territorio. E se questa è l’aria che tira, An non può star ferma. Deve assolutamente «bruciare» la Lega, magari mettendo in difficoltà un ministro «in vista» come Maroni, accreditando, appunto, la tesi che il Carroccio e solo il Carroccio, con la copertura del solito Tremonti, abbia messo in campo una riforma «iniqua e inaccettabile» delle pensioni. Come noto sulla previdenza, la Lega si è sbilanciata molto. E almeno a parole ha fatto credere di aver difeso a spada tratta, cosa non vera, le
pensioni di anzianità, e ha fatto anche credere al suo elettorato del Nord che il famoso «gradone» del 2008 sia stata una vera e propria
conquista del Carroccio. Ora arriva An, un partito del Governo, che quella riforma, già all’esame del Parlamento, ha votato in Consiglio
dei ministri, a sostenere che «è tutto da rifare» e che «ci dovrebbe pensare Maroni».
Segue un’accusa pesantissima al ministro del Welfare, quella cioè di aver tenuto, sulla materia pensionistica, un atteggiamento coi sindacati solo «pro forma».
Insomma non solo la riforma è da buttare, ma tutta l’impostazione politica, «dogmatica», tenuta dal ministro è stata assolutamente
sbagliata. Gli ha ricordato velenosamente Alemanno: «Sarebbe ben strano non trarre conseguenze dagli incontri coi sindacati». Par di intuire che da questo momento, sempre nell’ambito della verifica più sconclusionata della storia, per An il ministero del Welfare sia nel mirino. Voci incontrollate sostengono che An abbia fatto a Berlusconi esplicita richiesta di avvicendamento su quella poltrona.
Del resto, se un partito di maggioranza come An afferma che un ministro del Governo abbia fatto male il suo lavoro, sotto ogni profilo, questo si chiama sfiducia. Comunque una cosa è certa: il Governo litiga, per motivi bassamente strumentali, su una materia
che sta tenendo in ansia milioni di italiani.
E questo è intollerabile.