Rassegna Stampa

La Repubblica – Perché torna la fiducia nei sindacati

20/02/2018

Nella tempesta della crisi e in anni di politica debole, il sindacato torna punto di riferimento nella società. I sondaggi dicono che gli italiani sono tornati a fidarsi: «Nel 2017 — spiega Ilvo Diamanti illustrando i risultati del rapporto Demos commissionato da Repubblica — la fiducia nella Cgil è salita dal 16 al 24 per cento nel confronto con il 2016. In crescita anche Cisl e Uil dal 14 al 20 per cento». Sembrano trascorsi anni luce da quando le sigle sindacali erano nell’angolo e sui giornali era considerata una notizia l’apertura della Sala Verde di Palazzo Chigi, quella delle trattative con il governo, a lungo rimasta a prendere polvere venticinque anni dopo la stagione della concertazione. «I partiti? Diciamo che loro stanno peggio di noi», sintetizza Carmelo Barbagallo, numero uno della Uil. E’ un fatto che oggi un italiano su cinque è iscritto a Cgil, Cisl e Uil. Anche prendendo con le molle i dati ufficiali del tesseramento, è evidente che nessun partito si avvicina lontanamente a queste cifre. Così c’è un sottile senso di rivincita nelle parole di chi in questi anni è finito nel mirino dei politici rottamatori: «La notizia della morte del sindacato è da considerarsi un’esagerazione», scherza Susanna Camusso parafrasando Mark Twain. Ma come è stata possibile la resurrezione? Soprattutto, perché i sindacati ispirano molta più fiducia dei partiti? «Perché siamo meno demagogici. Quel che cerchiamo sempre di fare è evitare di utilizzare i disagi delle persone. Il nostro compito è provare a risolvere i problemi non sfruttarli», dice Anna Maria Furlan, numero uno della Cisl. Un paradosso, a ben pensarci. Nello schema tradizionale era il sindacato a gridare forte e toccava alla politica mediare. Ora pare che accada il contrario. La risposta alla risurrezione non sta solo qui. Sta anche nella capacità, un tempo insospettata, dei sindacati di rompere gli schemi e andare incontro ai lavoratori precari, a lungo rimasti senza tutela. Sono molte le storie che spiegano questa rinascita. «Un mandarino pesa 70 grammi. Per riempire una cassetta da 20 chili bisogna raccoglierne 286. Io sono un ragazzo giovane. Alla fine della giornata avrò portato 20 cassette sul camion, se va bene e se c’è tanto lavoro». Jacob ha trent’anni. È ghanese ed è un delegato della Cgil. Vive nelle baracche di Rosarno, vicino alla piana di Gioia Tauro. Nella sua giornata fortunata avrà raccolto 5.720 mandarini. Intascando la paga del giorno: 20 euro. «Se ti va bene e lavori 20 giorni al mese fanno 300 euro». Jacob, perché ti sei iscritto al sindacato? «Perché mi ha aiutato e perché protegge i nostri diritti». Jacob non ha tuta blu. E’ scappato da casa sua, a Sunyani, in Ghana, quando aveva 21 anni: «Qui a Rosarno aiuto le persone. Molti non sanno l’italiano. Serve dargli una mano per i documenti di soggiorno». «Per molti abitanti delle baracche nella piana, la tessera del sindacato è il primo documento che riescono ad ottenere una volta sbarcati in Italia. Come una carta di identità» dice Celeste Logiacco, trentenne, come Jacob. E’ la segretaria della Cgil di Gioia Tauro. Il suo ufficio è un furgone: «Usciamo presto la mattina. Vengono per chiederci assistenza, li informiamo sui loro diritti». Il sindacato di Celeste è molto diverso da quello di suo padre, ferroviere. Ma c’è. E sorprendentemente, è vivo. Il sindacato dà un’identità anche agli italiani? «Con la nostra carta dei diritti del lavoro abbiamo mobilitato oltre un milione di persone. Per il referendum contro il job act di firme ne abbiamo raccolte oltre tre milioni», ricorda Camusso. Maurizio Landini spiega: «Siamo radicati. Ogni giorno ci confrontiamo nelle fabbriche e negli uffici. Abbiamo mantenuto un rapporto con chi lavora e con i cittadini». A differenza dei partiti, sembra di capire. Camusso e Landini lo dicono all’unisono: «Non sapremmo dire quanti sono iscritti a un partito tra i nostri dirigenti». E forse non è più così importante. «Dobbiamo imparare a dare risposte a lavoratori che non hanno azienda»: è questo il mestiere di Silvia Degl’Innocenti, sindacalista atipica per lavoratori atipici. Silvia è coordinatrice di Vivace, l’associazione della Cisl che si occupa anche di lavoratori che non hanno azienda, spesso non hanno un luogo fisico in cui trovarsi, non si vedono quasi mai in faccia. Come si organizza il sindacato per loro? «Si tengono assemblee al computer». Nasce così il sindacato immateriale. Sono lavoratori che non hanno una controparte, hanno solo clienti. «Ci chiedono tutele sulla tassazione, sui livelli minimi di retribuzione. Con il Jobs act abbiamo avuto un boom di richieste di chiarimento». Resistono naturalmente le tradizionali distinzioni tra i tre sindacati maggiori. Ma è un fatto che tutti e tre hanno saputo rinnovarsi e stanno conoscendo una nuova stagione di consenso. Al ristorante dell’Ikea i turni di lavoro sono decisi da un algoritmo che calcola le affluenze e avvisa con 24 ore di anticipo i dipendenti sull’orario di lavoro. La flessibilità è totale: «Ma noi dovremo contrattare anche quell’algoritmo», dice Maria Grazia Gabrielli. E’ lei la responsabile della categoria più numerosa della Cgil, quella del commercio che ha superato i metalmeccanici. «Un sindacato moderno — dice — deve tenere insieme le trattative sulle colf e quella sugli algoritmi. Deve dare tutela e identità». Dal palco del teatro Dal Verme, a Milano, dove la Cgil ha radunato mille persone per discutere del suo programma, Susanna Camusso spiega: «Sapete perché abbiamo conquistato fiducia? Perché diciamo alle persone che possono battersi per difendere i loro diritti e fare parte di un soggetto collettivo. Insomma, che non sono sole». La Cgil ha 5,4 milioni di iscritti, le categorie principali di lavoratori attivi sono commercio e metalmeccanica La Cisl dichiara oltre 4,5 milioni di iscritti. È nata il 30 aprile 1950. Primo segretario generale è Giulio Pastore La Uil ha 2,2 milioni di iscritti, la maggioranza sono nell’industria e nella Pubblica Amministrazione I numeri Commercio e meccanica le categorie con più iscritti 5,4 mln 4,5 mln 2,2 mln La crisi ha costretto le organizzazioni dei lavoratori a rivedere in parte il loro ruolo Furlan: “Risolviamo i problemi”