La Repubblica – Noi cassiere al lavoro tra paura e orgoglio

17/03/2020

E poi ci sono gli altri eroi. Quelli che non stanno dentro a un ospedale a salvar vite umane, ma non stanno nemmeno a casa. Non possono. Fanno qualcosa di cui l Italia in quarantena ha bisogno, per mantenere almeno uno dei riti della normalità e non cadere nel timore isterico di rimanere senza il pane, la pasta, il latte, le uova. Gli altri eroi siedono dietro una cassa di supermercato che il Coronavirus ha trasformato in trincea urbana, hanno paura e dicono “così non ci sentiamo tutelati, dobbiamo ridurre l orario di apertura” . Se facciamo ancora la spesa è grazie a loro, che non intubano persone ma battono scontrini e danno resti. Tutto come prima, o quasi. “Prego signora, digiti il pin”, “prego signore, rimanga a un metro di distanza”. Immobili sul posto di lavoro mentre centinaia di sconosciuti sfilano loro vicini, troppo vicini, e non gli è concessa neanche l illusione di poter schivare le malefiche goccioline del respiro infetto. È un fronte anche questo, più scoperto e meno tutelato. Quindi, potenzialmente, esplosivo.
Barbara Suriano ha 40 anni e ogni sera, dopo il turno all’Ipercoop Casilino a Roma, torna a casa coi macigni sul cuore. «Mi assale il dubbio: l’avrò preso? Domani mi sveglierò con la febbre?». ». Barbara lavora in quel supermercato da 17 anni, è la rappresentante sindacale aziendale iscritta alla Filcams Cgil e negli ultimi giorni ha visto cose che non le sono piaciute. «I primi tre giorni dopo il decreto del premier (quello che ha allargato la zona arancione all’intera Italia, ndr) siamo stati senza mascherine perché l azienda non le forniva. Ci siamo arrangiati con quelle che usano gli addetti al forno e ai laboratori. Poi mercoledì sono arrivate, ma le hanno centellinate e infatti la maggior parte di noi è stata costretta ad usare la stessa per 4-5 giorni, di fatto rendendola inefficace. Poi la sanificazione dei locali mica l hanno fatta: gli addetti alle pulizie, poveracci, fanno quello che possono, ma il team non è stato rafforzato». Barbara, che ha un contratto part-time e oltre alla cassa si occupa anche dell accoglienza dei cliente, raggiunge la sua trincea quotidiana per 830 euro al mese, che è la paga base escluse le domeniche. Per i full time sale a 1.100 euro. «Ma perché non riducono l orario di apertura?», si chiede Barbara. «Abbiamo proposto di aprire dalle 10 alle 18, per ridurre il tempo di esposizione al rischio contagio, e di fare due turni di rifornimento a ipermercato chiuso. Non abbiamo avuto risposta. E perché dobbiamo rimanere aperti anche la domenica?». È un grido d allarme che la Filcams Cgil, insieme agli altri sindacati di categoria, ha fatto proprio, e risuona per tutti quei lavoratori che devono per forza stare a contatto con la clientela: farmacisti, dipendenti delle pulizie, personale degli autogrill. I sindacati hanno scritto una lettera al premier, sollecitando maggiori tutele e più chiarezza nelle misure di protezione da adottare.
Perché sono eroi di servizio, non kamikaze. «Io ho paura, lo ammetto, come tutte le colleghe», è la premessa di Federica Scanu, che ha trent’anni ed è incinta del secondo figlio. Fa la cassiera da dieci anni al supermercato Ma, nel quartiere popolare di Garbatella a Roma, e si capisce che a lei la riduzione d orario appare insufficiente. «Forse dovrei rimanere a casa, oggi vedo il medico. Speriamo…Batto 150 scontrini al giorno per otto ore di fila, ho una mascherina di stoffa che ci ha fatto un amica, perché quelle professionali con la valvola non si trovavano più. Centinaia di persone passano a pochi centimetri di distanza perché da quando c è l epidemia vendiamo il triplo, comprano come se ci fosse la guerra. Chi lo sa chi è malato e chi no? E il pensiero di portare a casa il virus, mi fa stare male». Ogni sera Federica prima di abbracciare il suo bambino che ha solo tre anni è costretta alla “procedura”. «Appena entro in casa mi tolgo le scarpe, poi mi spoglio nel corridoio, metto i vestiti a lavare e mi butto sotto la doccia, mi lavo le mani anche con l igienizzante. Solo allora abbraccio il mio piccolo Gabriele. Ma non sono più gli abbracci prima, perché continuo a pensare: e se la mascherina che uso non ha funzionato? E se sono infetta? È una malattia che non si vede, è un incubo». Noi li chiamiamo eroi, queste cassiere e questi cassieri e tutti gli altri dipendenti che, nonostante tutto, continuano ad aprire ogni mattina i negozi. Li vediamo così, ma loro eroi non si sentono. «Sono solo una persona responsabile», dice Barbara, la cassiera dell’Ipercoop Casilino. «So di fornire un servizio essenziale per tutti i cittadini, quindi lo faccio. Però ci sentiamo esposti al contagio. E anche se siamo con gli altri colleghi, in realtà siamo soli: non parliamo più tra di noi, non scherziamo, non ci sono più i clienti affezionati che ti portano una caramella o ti accarezzano con una parola gentile. Ora, al supermercato, c è solo silenzio. E paura»