Rassegna Stampa

La Repubblica – I ragazzi dei megastore rimasti senza domenica

07/08/2017
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Qui non è mai domenica. Orari non stop, mini stipendi e contratti precari nei megastore lavorano 500 mila “invisibili” SONO le undici di sera, i negozi del centro commerciale hanno chiuso da un’ora, ma le insegne sono ancora illuminate. In giro non c’è nessuno, i manichini sembrano fantasmi. «Come noi davanti ai clienti», dice una commessa. «Preghiamo i gentili clienti di non parcheggiare negli spazi riservati alle auto per disabili». La voce registrata dell’annunciatrice si diffonde, gentile e surreale come il computer di 2001: Odissea nello spazio, nel vuoto del grande centro commerciale, sciorinando poi un elenco di prodotti in promozione. Sono le undici di sera, i negozi hanno chiuso da appena un’ora, ma le gallerie deserte e le scale mobili in movimento sono ancora inondate di luce. Illuminate anche le insegne dei marchi della moda low cost, delle calzature, dell’intimo, dell’elettronica, dell’abbigliamento sportivo, dell’arredamento. Dell’immancabile ipermercato. Icone di una religione dello shopping che ormai sconfina nell’integralismo: da Zara a H&M, da Auchan a Carrefour, da Ikea a Leroy Merlin, e via via tutti gli altri a presidiare ogni megastore del nostro Paese. In giro non c’è nessuno, nelle vetrine i manichini sembrano fantasmi. «Come noi commesse davanti ai clienti», ci dice Maria che in realtà non lavora qui, in questo centro commerciale affacciato sul Raccordo anulare di Roma dove sfrecciano le auto del sabato sera: fa la commessa in un altro negozio di Zara, ma non importa perché sono tutti uguali i templi del consumismo, le moderne acropoli delle città italiane. Le nuove fabbriche, a volerle declinare nelle categorie del lavoro, e non è un caso se ad Arese dove un tempo c’era l’Alfa Romeo oggi troneggia un centro commerciale. Dalla Sicilia alla Lombardia, nelle metropoli e in provincia. Dai megastore che circondano la Capitale, all’infilata di negozi di Corso Vittorio Emanuele a Milano, dove ogni mattina puoi incrociare l’esercito di commesse, commessi, fattorini, cassiere che prendono un caffè prima di attaccare. «Siamo fantasmi per i clienti e burattini per le aziende», ribadisce sconsolata Maria. Il popolo dei “senza domenica”, perso nel labirinto degli orari non stop e dei contratti: part-time, tempo determinato, tempo indeterminato, somministrazione, a chiamata, apprendistato, merchandiser promotor… Una giungla che li sta trasformando, come avverte il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy, «nel nuovo sottoproletariato, specie dove si sono diffusi patologicamente i processi di esternalizzazione». Ogni tanto emergono dall’oblio dell’opinione pubblica, magari per lo sciopero contro l’apertura a Pasqua dell’outlet di Serravalle, o per le chiusure improvvise di punti vendita annunciate da aziende che continuano a macinare utili. Emergono, poi tornano ad essere i sommersi, gli invisibili del lavoro. «Tra le vecchie assunzioni c’è ancora il tempo indeterminato full-time – racconta Fabrizio Russo, segretario della Filcams Cgil – poi negli anni si è scivolati sempre di più verso il part-time involontario, il tempo determinato, l’interinale, il job on call, gli stage. C’è stata anche la stagione dei voucher nelle domeniche e nel notturno, per non parlare del lavoro indiretto delle cooperative, molte con contratti “pirata”, a cui viene affidato il servizio notturno e la logistica». Sul totale di tre milioni di addetti del commercio in Italia, quelli della Grande distribuzione organizzata sono circa mezzo milione con retribuzioni medie che, tra subordinati e indiretti e considerando appunto le mille forme contrattuali, oscillano tra i 600 e i 1300 euro, con una prevalenza di diplomati e una presenza significativa di laureati. Lavorano nelle aziende associate, in ordine sparso, a Confcommercio, Federdistribuzione, Confesercenti, Lega Coop. E già qui inizia la giungla, perché i contratti nazionali sono più di uno, con Confcommercio e Confesercenti che hanno rinnovato il loro, e Federdistribuzione ferma al 2013. «Contratti e retribuzioni diversi per lo stesso lavoro – dice Russo – una stratificazione che non tutela le assunzioni più recenti. Nel lavoro subordinato incide in particolare il part-time involontario, nell’indiretto pesano terziarizzazione, somministrato, merchandiser promoter». Federdistribuzione sottolinea che tra le proprie aziende i contratti a tempo indeterminato sono a quota 91% e Confcommercio, nel suo ambito, stima solo al 15% la quota del tempo determinato. Ma si parla, beninteso, della platea dei dipendenti diretti. Poi ci sono tutti gli altri. «Gli strumenti contrattuali realmente utilizzati dalle imprese non sono così numerosi – assicura Francesco Quattrone, direttore area lavoro di Federdistribuzione – e in molti casi si tratta di forme impiegate in momenti particolari dell’anno. D’altro canto, per la crisi dei consumi le aziende hanno trovato telai organizzativi adeguati, evitando chiusure dolorose». Part-time, lavoro domenicale e aperture nei giorni festivi sono il paradigma del lavoro nei negozi della grande distribuzione. E il part-time, su tutti, è l’emblema delle donne lavoratrici. Perché se da un lato, come spiega Yole Vernola, direttore per le politiche del lavoro di Confcommercio, ha «favorito nel nostro settore il 65% di occupazione femminile», dall’altro suona come un freno alla speranza: «Le multinazionali – sostiene Francesco lacovone, sindacalista dell’Usb – non ci dicono che il part-time non è quasi mai una libera scelta della lavoratrice, è l’unica opzione che le viene offerta per essere assunta. La possibilità di migliorare questa condizione è remota e spesso non passa attraverso il merito o l’anzianità, il risultato è un salario che viaggia sui 600-700 euro mensili». E la storia di Stefania, commessa al banco del pane in un ipermercato della periferia romana, che parla con l’impeto di chi si sente in credito con la vita: «Avevo un contratto full-time, poi alla nascita delle mie figlie, visti i turni impossibili, ho chiesto il tempo parziale. Quando sono cresciute, per tornare quantomeno al part-time a 30 ore ho dovuto fare causa. Tra i miei colleghi c’è chi ha contratti con tutte le domeniche lavorative e con turni spezzati che impediscono una vita privata normale». Più o meno lo stesso racconto di Maria: «Spesso anche chi ha il part-time deve dare la disponibilità sull’intero arco delle quattordici ore di apertura. Succede pure di lavorare consecutivamente per tredici giorni. E protestare è un rischio per chi ha un contratto a tempo determinato che va rinnovato. Così scatta una guerra tra poveri: ci si sente poco tutelati e ognuno pensa a se stesso». Una guerra tra poveri che ha anche un altro fronte: «I clienti – dice ancora Maria – considerano il nostro lavoro meno di niente e ci trattano di conseguenza». Secondo Marco Ferri, consulente di aziende e istituzioni, fondatore dell’agenzia di comunicazione Consorzio Creativi, «pensiamo di avere davanti solo un grembiule che batte sui tasti, invece quella persona conosce i meccanismi del marketing e della relazione con il pubblico». La riflessione di Ferri ingaggia ognuno di noi, almeno nel nostro ruolo di consumatori: «È una categoria di lavoratori destinata a un posto nell’antropologia postindustriale. Come sacerdoti del tempio del consumo, una religione di cui tutti dovremmo essere bigotti, altrimenti, come si dice, “l’economia non gira”. Precari e mal pagati, oltre a rivendicare una “normale” vita di sfruttamento, legittimata da un contratto a tempo indeterminato, pongono la questione di una sana richiesta di felicità personale e con i loro cari». Nel centro commerciale a due passi dal Raccordo anulare adesso si sono spente anche le luci e il parcheggio deserto, dove il vento fa mulinare una manciata di depliant, si perde nella notte. Che sarà breve. Domani mattina, domenica, di buonora il grande tempio riaprirà le porte ai suoi fedeli e ai suoi sacerdoti. Come ogni sacrosanto giorno. (Marco Patucchi)