La rappresentanza al tavolo politico snatura gli Ordini

10/04/2001


martedì 10 aprile 2001

INTERVENTO

La rappresentanza al tavolo politico snatura gli Ordini

Domenica a Genova Maurizio de Tilla, presidente della
Cassa forense e dell’Associazione delle casse private, ha
rilanciato la proposta di «Confprofessionisti», un coordi-
namento delle varie espressioni professionali — compren-
dendo anche le associazioni non riconosciute — che pos-
sa proporsi come interlocutore unico al tavolo politico.
Di fronte alle perplessità, anche all’interno degli Ordini,
de Tilla precisa che «la rappresentanza» non viene tocca-
ta e che continuerà a essere esercitata dagli organismi
"deputati": Ordini, Casse, sindacati e così via.

di Giuseppe Lupoi *

Il mondo delle professioni ordinistiche sta accarezzando
l’idea di autoproclamarsi rappresentante "politico" dei ceti
professionali e di ritagliarsi uno spazio ai tavolo della
concertazione, al quale già partecipano le confederazioni datoria-
li e sindacati.
La concertazione ha subito una graduale trasformazione, con
nuove presenze e diverse incombenze, ma anche con molte
contestazioni. Nell’era della conoscenza la maggior parte dei
lavoratori dipendenti, smettendo la tuta e trasformandosi in
knowledge worker, è divenuta protagonista del lavoro produtti-
vo. Ma basta questo ad affermare che il miglior modo di
rappresentare i ceti professionali sia quetto di creare una nuova
confederazione tra Ordini?
Non vi è alcuno che non veda nell’atteggiamento dei sindaca-
ti di questi ultimi lustri una maturazione, certo troppo lenta ma
inequivocablie, verso un diverso approccio con il mondo econo-
mico, per altro indilazionabile se è vero, come è vero, che i
giovani iscritti al sindacato dotati di un diploma vanno sempre
aumentando. I sindacati hanno accettato il lavoro interinale o in
affitto, hanno sottoscritto accordi sulla mobitità, in alcuni casi si
sono dichiarati favorevoli alle retribuzioni differenziate per aree
regionali. In altri termini hanno capito che i loro rappresentati
sono interessati a forme moderne di tavoro, proprie appunto dei
knowledge worker.
Del pari, le confederazioni padronali hanno acquisito una
buona coscienza, anche in questo caso forse non al livello
auspicabile, che è tramontata l’era della centralità della catena
di montaggio. L’ “industriale” sa ormai di dipendere dai collabo-
ratori che hanno conoscenze specialistiche maggiori delle sue;
sa che la possibilità di restare competitivo, più che dai macchina-
ri, dipende dalla intelligenza del suo staff.
In definitiva il sistema della rappresentanza si sta modificando,
e la proposta di una confederazione di Ordini, che vorrebbe essere
moderna, a ben vedere si immerge nel passato, negando le
trasformazioni in atto. Ancor più debole è la tesi che a costituire il
nerbo della nuova confederazione possano essere chiamati gli
Ordini. Questi sono enti pubblici territoriali creati nei primi anni
del ‘900 quando l’esigenza principale era garantire il cittadino
dalle "prevaricazioni" di quanti avevano la "conoscenza", pochi
che potevano avvantaggiarsi di una palese asimmetria informati-
va. Poi si sono trasformati, tanto che oggi su 1,6 milioni di iscritti
agli AIbi, solo 300mila circa esercitano come attività prevalente
la libera professione; gli altri sono dipendenti.
Voler affidare a questi organismi il compito di rappresentare
gli interessi dei ceti professionali significa definitivamente tradi-
re lo scopo per il quale furono creati (che, poi, è l’unico che
giustifichi la loro persistenza nella attuale forma), aumentare la
confusione nel settore della rappresentanza (quali interessi dei
ceti professionali questa nuova confederazione verrebbe a difen-
dere, quelli dei "liberi professionisti-imprenditori" o quelli dei
"professionisti-dipendenti"), distruggere il processo di crescita
dei sindacati di settore (sia datoriali che dei dipendenti) e
annullare la rappresentanza degli interessi dei ceti professionali
presso il Governo. A meno che non si abbia in mente di
trasformare gli Ordini in associazioni di liberi professionisti e,
quindi, di abolire l’obbligo di iscrizione.

* Coordinamento delle libere associazioni professionali