La rabbia di Pezzotta

06/12/2002




6 dicembre 2002


RETROSCENA

La rabbia di Pezzotta: ci hanno presentato un accordo già firmato da Torino

      ROMA – «Allora, adesso vi posso offrire un aperitivo?» domanda Gianni Letta ai tre segretari generali dei sindacati metalmeccanici. Alle sette e mezza la giornata più convulsa per la crisi della Fiat sta per finire. Gianni Rinaldini (Fiom-Cgil), Tonino Regazzi (Uilm-Uil) e Giorgio Caprioli (Fim-Cisl) hanno appena terminato una riunione riservata con il sottosegretario alla presidenza sui dettagli del «non accordo». Ma non c’è proprio nulla a cui brindare. Letta lo sa: la sua è pura cortesia. Rinaldini mormora un «no grazie» e se ne va. E l’aperitivo se lo prendono Letta, Caprioli e Regazzi. Loro tre insieme, un’immagine che è la migliore sintesi di tutta la giornata. Tutto comincia verso le 11 della mattina, quando improvvisamente viene convocata una riunione fra il governo e i rappresentanti della Fiat. Da una parte del tavolo ci sono Letta, il vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini e i ministri del Welfare e delle Attività produttive Roberto Maroni e Antonio Marzano. Dall’altra il direttore generale della Fiat Alessandro Barberis accompagnato dal responsabile delle risorse umane Pierluigi Fattori. Il governo cala l’asso: è praticamente il piano che verrà portato nel pomeriggio a Palazzo Chigi per essere sottoposto anche ai sindacati. Si discute un po’ e alla fine gli uomini della Fiat lo sottoscrivono. Del resto, aver ottenuto la mobilità lunga per 2.400 dipendenti è un bel successo. Tanto più considerando che Maroni aveva sempre fatto capire che non l’avrebbe concessa.
      Il terreno è stato accuratamente preparato. Passo passo, dietro le quinte, la Confindustria, nella persona del direttore generale Stefano Parisi, ha affiancato la Fiat nella trattativa. E mercoledì, subito dopo aver criticato il premier Silvio Berlusconi per il suo attacco al management della Fiat, il presidente degli industriali Antonio D’Amato gli ha telefonato per accertarsi che, nonostante le velate minacce arrivate dal governo, la concessione della cassa integrazione fosse comunque garantita.
      Ma nessuno, fra i sindacati, si sarebbe mai aspettato un colpo di scena così clamoroso. Già, perché la proposta presentata dal governo alla Fiat era praticamente identica a quella che i segretari della Cisl Savino Pezzotta e quello della Uil Luigi Angeletti avevano immaginato nei giorni precedenti senza però riuscire a ottenere il consenso del leader della Cgil Guglielmo Epifani. Come sia finita alle 11 di ieri sul tavolo di quella riunione fra la Fiat e il governo è un mistero.
      E la cosa irrita ancora di più soprattutto Pezzotta, perché appena la sera prima il leader della Cisl ha cercato in tutti i modi di scongiurare in extremis la rottura. Ha parlato al telefono con Epifani, con Letta e perfino con l’amministratore delegato della Fiat Gabriele Galateri. Durante quest’ultima telefonata ha sondato la disponibilità dell’azienda a bloccare le lettere di cassa integrazione in cambio della disponibilità del sindacato a prendere in esame formule nuove per Termini Imerese. Ricevendo però segnali di una chiusura totale che pare determinata anche da risentimento nei confronti di Berlusconi per le parole pronunciate il giorno prima dal premier.
      Così, quando Angeletti e Pezzotta vedono la proposta, non possono fare altro che reagire duramente: «Con la Fiat avete trattato voi e non noi. E’ scorretto». A nulla valgono le spiegazioni di Marzano e Letta («Abbiamo portato le vostre richieste ottenendo molto»), né l’appello di Fini («Il governo si è impegnato al massimo, prendete atto di questo sforzo»). Mentre Epifani stronca anche il nuovo piano. Questo round finisce così, senza la temuta rottura fra i sindacati. Ma è soltanto il primo.
Sergio Rizzo