La rabbia degli impiegati

09/12/2002



07 Dicembre 2002




 

La rabbia degli impiegati
Il pubblico impiego sciopera con il sindacalismo di base. In 50 mila sfilano a Roma per il rinnovo dei contratti e contro i tagli in finanziaria
CINZIA GUBBINI


ROMA
Quando il corteo è arrivato alla metà di via Cavour, c’è ancora chi sta muovendo i primi passi da piazza della Repubblica. Secondo le «tavole numeriche» del manifestante doc, che conosce a menadito i percorsi dei cortei a Roma, vuol dire che quello di ieri è riuscito bene, anzi molto bene. Piero Bernocchi, portavoce dei Cobas, ha quindi buone ragioni per definire «esaltante» la manifestazione nazionale dei lavoratori del pubblico impiego, che ieri hanno scioperato con Cobas e Rdb-Cub per l’intera giornata. «Siamo in 50 mila – dice – siamo stati capaci di mettere insieme tutte le categorie, ma anche una marea di studenti che spontaneamente hanno deciso di essere vicini ai lavoratori. E’ uno sciopero per il rinnovo dei contratti, contro i tagli in finanziaria, contro la devolution e la riforma Moratti. Un programma che si intreccia strettamente alle parole d’ordine del movimento antiliberista». Lungo tutto il corteo il megafono ricorda la solidarietà dei lavoratori agli indagati per i fatti di Genova.
A guastare la festa la notizia che, proprio ieri mattina, la maggioranza ha bocciato tutti gli emendamenti dell’opposizione alla legge finanziaria per salvare gli appalti delle cooperative che raggruppano i lavoratori socialmente utili (Lsu) della scuola.«Loro sono i nostri lavoratori Fiat», spiega Mimmo Provenzano delle Rdb. Storia drammatica e dimenticata, quella degli Lsu, che ieri erano tanti e compatti: «Siamo 16 mila nella scuola – spiega Roberto Ciullo, uno di loro -l’85% è concentrato al sud. Tutti abbiamo già passato la cassa integrazione e la mobilità, siamo tutti ex-licenziati. Per anni abbiamo lavorato nella scuola come bidelli, poi ci hanno raggruppato in cooperative per assicurare i servizi di pulizia. E adesso ci sbattono fuori, in mezzo a una strada». Ma le facce preoccupate si vedevano un po’ ovunque, ieri, nel corte del sindacalismo di base. Qualche lavoratore portava appeso al petto il seguente cartello: «Il governo Berlusconi ci ha fatto fare tanta strada che quasi siamo arrivati in Argentina».

Insieme a loro, ad esempio, anche i Vigili del fuoco, che ieri hanno sfilato dietro un cartello eloquente: «Non siamo eroi ma neanche coglioni». I Vigili – un po’ restii a riconoscersi nella retorica americana di «salvatori della patria» – protestano contro il rischio che la loro categoria venga spostata dal comparto pubblico a quello della sicurezza. Loro, invece, vogliono stare con la Protezione civile, da una parte per mantenere una contrattazione pubblica, dall’altra perché non apprezzano affatto essere spediti, come già accade, a sfrattare la gente o a «sfondare le porte per conto della polizia», dice uno di loro.

Agguerriti, ovviamente, anche gli insegnanti e gli Ata – che aspettano il rinnovo contrattuale – gli impiegati degli Enti locali, per non parlare di quelli dell’università che il rinnovo lo aspettano da due anni. Ormai la parola d’ordine è la scala mobile, ieri rappresentata da 11 persone – ciascuno con una lettera sulla maglia per comporre la parola – che per tutto il corteo si sono divertiti a scambiarsi di posto. In molti settori lo spettro è anche quello della privatizzazione. In sanità, ad esempio, ma anche per le agenzie fiscali, per il comparto della ricerca e per i lavoratori del ministero dei beni culturali, che avanzano con due statue di cartapesta con su scritto: «Vendesi, rivolgersi alla ditta Urbani-Tremonti».