La «questione sociale» epilogo dei due congressi – di Stefano Folli

08/04/2002



    IL PUNTO
    di Stefano Folli

    La «questione sociale» epilogo dei due congressi
        Alla fine la «questione sociale», ossia il confronto sull’articolo 18 (licenziamento e reintegro del lavoratore), ha tenuto banco nei due congressi paralleli di An e Rifondazione come il vero tema politico dei prossimi tempi. Intorno ad esso sono destinati in qualche misura a rimodellarsi i rapporti all’interno della Casa delle libertà e nel recinto dell’opposizione di sinistra. Si capisce perché. Gianfranco Fini ha concluso il congresso di Bologna, da cui è uscito trionfatore, sulla base di un paio di chiari impegni a breve termine. Primo, nessuna marcia indietro sull’articolo 18, argomento su cui Berlusconi non consente deroghe. Secondo, favorire la cosiddetta ripresa del dialogo sociale dopo lo sciopero del 16 aprile. «Dialogo» significa riportare al tavolo delle trattative i sindacati, o una parte di essi, offrendo un negoziato sull’intero «pacchetto lavoro». Non si può aggirare l’articolo 18, ma si può annacquarlo dentro una trattativa più ampia. Ad esempio, sfruttando la carta degli ammortizzatori sociali, per i quali peraltro il governo deve trovare le risorse.
        In altre parole, si tratta di smussare la tensione e i rischi del conflitto sindacale. Che hanno un alto costo economico, insiste a dire Fini, e costituiscono il più arduo ostacolo sulla via delle riforme. Questo sembra essere il ruolo all’interno del governo che il leader della destra assegna a se stesso. E poiché tra i sindacalisti c’è Sergio Cofferati, con il suo disegno politico di medio termine, ma ci sono anche Pezzotta e Angeletti, presenti entrambi all’avvio del congresso di di An, ecco che Fini intravede una sponda.
        Anche Fausto Bertinotti ha immaginato un percorso che gira intorno alla «questione sociale». E non poteva essere altrimenti. Il complesso rapporto tra il leader di Rifondazione e la Cgil è giunto forse al momento cruciale. Nel momento in cui Cofferati surroga la funzione dei partiti ulivisti (lo si è visto sabato con l’abbandono del corteo anti-israeliano per la Palestina), l’unica strada per Bertinotti è condizionare da sinistra il sindacato. Condizionarlo e «contaminarlo» con gli umori del movimento.
        Ne deriva che anche per Rifondazione, uscita culturalmente rinnovata dal congresso di Rimini, lo sciopero generale è il punto centrale. A destra, Fini spera che dopo il 16 aprile Cofferati resti isolato a sinistra. Bertinotti coltiva la speranza opposta: che la pressione della piazza, grazie alla miscela fra tradizionale protesta operaia e nuovi movimenti, sia in grado di impedire la frattura tra Cgil, Cisl e Uil, o almeno il cedimento della Cgil. «Sull’articolo 18 la battaglia si può vincere» continua a ripetere Bertinotti, ben sapendo che è questo il terreno su cui sperimentare la sua nuova ricetta anti-Ulivo: coniugare insieme un messaggio radicale, in sostanza massimalista, e una prospettiva di unità a sinistra. Costringere i partiti della sinistra, a suo avviso già succubi della Cgil, a piegarsi verso i «movimenti». Facendo leva sul fatto che la Cgil, a sua volta, finirà per essere condizionata nelle piazze dalle frange intransigenti, verso le quali Rifondazione agirà come garante.
        Sul fronte opposto, Fini sembra aver capito il pericolo quando indica, con accenti simili a quelli di Casini, la necessità di ridurre lo scontro sociale, utilizzando i segnali di disponibilità che vengono da Cisl e Uil. Ed è chiaro che il vicepresidente del Consiglio è pronto a fare da mediatore in questa fase. Del resto, è la via lungo la quale lo spinge il suo partito. Entrambi, Fini e Bertinotti, hanno scelto l’articolo 18 e il rapporto con la Cgil come il banco di prova di una politica. Non sarà uno scontro senza vincitori e vinti.


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