La Quercia e il post-fordismo incompiuto

25/01/2006

      Lunedì 23 gennaio 2006
    Pagina 4 – Primo Piano

      Sinistra e imprenditori - La cultura industriale torinese. La simpatia per le scalate. Il feeling con Telepiù. E il mito di Mattei

        La Quercia e il post-fordismo incompiuto

          Fassino, D’Alema, Veltroni: storia e futuro di un laborioso confronto tra anime diverse

            di Giorgio Meletti

            Nell’album di famiglia della Quercia c’è un’immagine che fotografa la difficoltà di pensare una politica industriale per l’Italia post-industriale. Torino, gennaio 2000, congresso dei Ds: prende la parola l’imprenditore sardo Renato Soru. La sua Tiscali, da pochi mesi in Borsa, capitalizza più della Fiat. Soru infiamma i delegati spiegando che «se c’è un’economia reale che dà nuove occasioni e posti di lavoro questa è proprio l’economia virtuale», che non chiede capitali ma può contare «sulla fantasia, la libertà, il coraggio e quell’intelligenza che il buon Dio non ha riservato solo alla provincia di Milano». Standing ovation. Sipario.

            A sei anni di distanza è facile constatare che ha imparato più Soru dai Ds che i Ds da Soru. Lui oggi è presidente della Regione Sardegna. Mentre il suo show al congresso illumina l’approccio timido al post-fordismo del gruppo dirigente diessino. Negli anni 1999-2000 il governo D’Alema, travolto dall’emergenza della guerra del Kosovo, mancò l’occasione storica chiamata Internet. Il poco che fece si riassunse nel Forum per la Società dell’Informazione, solitariamente retto da un giovane dirigente di Palazzo Chigi, Giuseppe Rao, e sfociato in un convegno nell’estate del 1999 in cui Massimo D’Alema promise per l’economia in rete agevolazioni puntualmente tagliate tre mesi dopo nella legge Finanziaria.

              Allora i big della Quercia presero strade diverse, ma senza uscire dalla logica del risiko dei capitalisti. In una fase di svolta del capitalismo italiano, alle prese con l’euro, la globalizzazione, le prime liberalizzazioni e l’inizio del declino, il gruppo dirigente della Quercia ha di fatto preferito la strategia delle relazioni a quella dei contenuti, il «chi sta con chi?» al «che fare? ». Tanto che ancora in questi giorni, sull’Unità, Alfredo Reichlin torna ad avvertire che la grave crisi di un «capitalismo senza capitali (…) dominato da un insieme di corporazioni e massonerie», non si risolve certo «creando una nuova potenza finanziaria all’interno di quel sistema oligarchico e senza regole». Un acuto studioso del capitalismo come Napoleone Colajanni, le cui analisi sono oggi rimpiante non solo dalla sinistra, lo denunciò quando D’Alema dette la benedizione alla scalata di Roberto Colaninno a Telecom Italia: «Quello che il governo non deve fare è trattare con i padroni gli assetti azionari».

                E il confronto di D’Alema tra i «capitani coraggiosi» e l’inadeguatezza dei signori dello 0,6%, cioè gli Agnelli, non provocò solo la profezia dell’allora numero uno della Cgil, Sergio Cofferati («Una cordata plurima con al suo interno diverse vocazioni e interessi, non nego che possa esercitare del fascino, ma sono anche tante le incognite e le preoccupazioni»). Quasi stizzita fu la reazione dell’allora ministro del Commercio estero, Piero Fassino: «Non condivido la polemica. Alla Fiat dobbiamo chiedere che investa per difendere e ampliare la presenza nel settore auto. Ed è evidente che non possiamo pensare che gli Agnelli tengano aperti troppi fronti».

                  Pochi mesi prima il leader torinese si era laureato con una tesi sulle lotte operaie alla Fiat, e in particolare sui famosi «35 giorni» del 1980, che sottolineava errori del sindacato e «ambiguità» di Enrico Berlinguer. Il rapporto con la casa automobilistica fa parte gramscianamente del suo Dna politico. Di fronte alla sollecitazione forte dell’Opa Telecom, D’Alema pensa finanza. Fassino pensa industria. Segue con apprensione il destino della Fiat, preferisce l’accordo con General Motors a quello con Daimler-Chrysler. All’indomani della morte di Giovanni Agnelli, quando sul futuro del gruppo si intrecciano le idee più diverse (ci sono anche un’offerta di Colaninno e un’ipotesi Gnutti), si preoccupa di esorcizzare «la vendita al primo che passa». Subito dopo lancia un segnale forte, annunciando l’acquisto di una nuova Panda, «un atto di fiducia nella Fiat che spero facciano molti cittadini italiani».

                    Storia e cultura diverse spingevano invece Walter Veltroni a cercare nel mondo della televisione la chiave di un rapporto con l’internazionalizzazione e il post-industriale. Nel 1998 fece scalpore il suo annuncio che i francesi d i Canal Plus, che controllavano in Italia la piattaforma digitale Telepiù, avrebbero finanziato il cinema italiano per una trentina di miliardi. Erano tempi di bicamerale e di polemiche sul cosiddetto «inciucio» tra sinistra e Berlusconi. Il quale era azionista di minoranza di Telepiù, e quindi beneficiario «pro quota» del trattamento generoso della legge Maccanico, che aveva lasciato alla pay tv le frequenze terrestri che dovevano esserle secondo logica sottratte.

                      «Figuriamoci: io non ho neanche il decoder di Telepiù a casa», tagliò corto D’Alema, segnalando così la sua distanza dai francesi. A sua volta l’universo veltroniano non mancò, pochi mesi dopo, di accogliere positivamente le ricostruzioni giornalistiche sulla differenza di giudizio a proposito delle mancate fusioni tra Unicredito e Comit e tra Imi-Sanpaolo e Banca di Roma: con D’Alema descritto in sintonia con lo stop della Bankitalia di Antonio Fazio, e Veltroni vicino ai nuovi banchieri «stoppati», gli Alessandro Profumo e i Rainer Masera.

                        Per un partito giocare al risiko del capitalismo è difficile: qual è il metro di giudizio? Quando Colaninno si allea con Berlusconi, bisogna rinnegarlo o far finta di niente? Quando sono i «bresciani» di Emilio Gnutti a rinnegare Colaninno e mollare Telecom Italia (luglio 2001), D’Alema se la prende con l’acquirente, Marco Tronchetti Provera: «Hanno comprato Telecom, non hanno fatto l’Opa, e hanno fregato i risparmiatori». E’ lì che l’Unipol di Giovanni Consorte si lega strettamente con Gnutti, e la sinistra non vede che Colaninno ha rotto con il bresciano dandogli la patente dello speculatore.

                          Proprio la distanza tra Colaninno e Gnutti è diventata la cartina al tornasole delle letture strategiche della Quercia. Per D’Alema le immagini dei due «padani» non hanno mai smesso di sovrapporsi e confondersi, fino alla ormai celebre domanda estiva «e che cos’ha che non va Gnutti?». E lo stesso Fassino ha dovuto spiegare e rispiegare il senso del suo apparente elogio del raider Stefano Ricucci («E’ tanto nobile costruire automobili o essere concessionario di telefonia, quanto operare nel settore finanziario o immobiliare»). Il gioco degli amici e dei nemici rischia di diventare una trappola: è capitato anche al militante bolognese Ermanno Gamberini (citato da Michele Smargiassi su Repubblica del 18 gennaio scorso). Per difendere Consorte ha escogitato un magistrale paragone storico: «Anche Mattei forse metteva via qualcosa per sé, però ha dato tanto all’Eni». Il più classico degli autogol: Mattei è passato alla storia anche per il gusto di usare i partiti «come taxi».