La protesta contro il carovita: Milano, Torino, Roma

17/09/2003




17 Settembre 2003
MILANO
Vendite quasi dimezzate in molti negozi di lusso
Associazioni milanesi dei consumatori e dei commercianti si rimpallano dati e giudizi opposti sulla giornata di sciopero della spesa. Secondo l’Intesa dei consumatori, il 38% dei milanesi ha aderito all’iniziativa. Uno su tre secondo la Federconsumatori.
Comunque più del 22% registrato nello sciopero dell’anno scorso.
Gli esercenti minimizzano i danni: solo uno su quattro dichiara di aver risentito dello sciopero, «ma in misura limitata, pari in media al 3%». La Camera di commercio, che ha svolto un’indagine su 281 esercizi a Milano e provincia, calcola un danno complessivo per la categoria di 1,3 milioni di euro. Ancor più drastico il giudizio della Confcommercio: «E’ stato un fallimento totale».
A pagare il costo più alto dello sciopero dei consumatori sono stati i negozi di lusso. «Vendite dimezzate», lamenta la titolare di una profumeria del centro, che attribuisce lo sciopero «solo a fede politica». Vendite ridotte anche per i negozi di abbigliamento e scarpe.
Meno penalizzati bar e alimentari: secondo la Camera di commercio, in media un bar sostiene di aver perso 6 euro. «Sciopero della spesa? Neanche lo sapevo», risponde la proprietaria di un chiosco che serve panini e pasti veloci, affollato come sempre all’ora

di pranzo. Anche un’indagine dell’associazione dei panificatori, svolta su venti aziende, esclude cali di vendite.
Eppure la sensazione dello sciopero c’è stata. In mattinata, da via Ripamonti a corso Vercelli, da via Sabotino a via Santa Sofia, il panorama cittadino era lo stesso: negozianti in attesa, clienti lontani. I piccoli negozi sono stati più colpiti. I grandi supermercati ne hanno risentito meno, mentre è stato un giorno come tutti gli altri nei mercati rionali come quello di viale Papiniano, uno dei più importanti e frequentati della città. Gli ambulanti non hanno perso vendite.
E se i consumatori si dividevano sugli effetti dello sciopero («Non serve a nulla»,

capitava di sentirsi rispondere nei supermercati), per il Codacons alcuni commercianti «hanno dimezzato i prezzi pur di boicottare lo sciopero». C’è anche chi ha fatto di più:
ha solidarizzato con i consumatori. L’idea è venuta ai proprietari del negozio d’abbigliamento Visconti, che hanno deciso di abbassare la saracinesca per un giorno. Contro i rincari. Degli altri, naturalmente.
TORINO
Aderisce anche l’Ascom ma lo sciopero non decolla

Quattro torinesi su 10 – secondo le associazioni dei consumatori – ieri hanno aderito allo sciopero della spesa contro l’inflazione. Federconsumatori, Adoc, Codacons, Adusbef – e a Torino anche Adiconsum – sono soddisfatte del risultato ottenuto nella giornata di lotta a cui hanno partecipato inoltre Cgil-Cisl-Uil, Coldiretti e, unica in Italia, l’associazione dei commercianti Ascom. Sostengono che in Piemonte almeno un milione e 600 mila consumatori si sono astenuti da acquisti e consumi a partire dell’uso dei mezzi pubblici per arrivare al caffè, al panino, alla giacca, al libro.
Naturalmente anche in questo caso c’è una piccola guerra delle cifre: per i commercianti i consumi hanno subito una contrazione modestissima. E per la Confesercenti si è trattato addirittura di un flop. Ma il dato più significativo della protesta torinese – dove una delegazione è stata ricevuta in Prefettura che presto potrebbe riattivare il tavolo organizzato nel 2002 per monitorare la conversione lira-euro – è l’adesione della locale Confcommercio che con un colpo di teatro alla vigilia dello sciopero ha annunciato di non sentirsi controparte dei consumatori, ma vittima dell’inflazione che sta taglieggiando i consumi.
Il presidente dell’Ascom Giuseppe De Maria spiega: «Lo dirò anche a Billè che sarà qui nel fine settimana: l’esasperazione dei consumatori è legittima». E aggiunge: «Vogliamo che da Torino parta un segnale nuovo per uscire dalla spirale dei rincari. Accettiamo la proposta dei sindacati confederali e dei consumatori e parteciperemo ai tavoli istituzionali per fare la nostra parte al fine di creare iniziative che rimettano in moto un circuito virtuoso dei prezzi».
Naturalmente De Maria è contrario alle ipotesi di panieri di beni a prezzi concordati, ma parteciperà (con l’altra organizzazione la Confesercenti) agli incontri che si terranno già la prossima settimana in Comune e poi il 29 in Regione. Gli enti locali hanno deciso di raccogliere le sollecitazioni e mettere tutti intorno a un tavolo anche per capire perché a Torino a agosto l’inflazione sia arrivata al 3,2%.
ROMA
Al mercato di piazza Vittorio scuse inventate per i rincari

ROMA
La signora Pina, ancora in gamba per i suoi ottant’anni, non crede a quello che vede. «Giovà, cinque euro per due mutande, per di più fallate? Guarda che oggi non ti compro niente, tanto c’è pure lo sciopero». L’ambulante di intimo Giovanni Scaltriti, molto conosciuto in piazza Vittorio, non fa altro che aprire le braccia. «Signora, cosa ci posso fare io se oggi costa tutto così caro? Guardi che ci rimettiamo pure noi sa! Che cosa crede». Cose da matti, sembra dire la signora, che in tutta fretta alza i tacchi e se ne va. Senza mutande.
Poco più in là il mercato coperto di piazza Vittorio, un luogo storico per la spesa dei romani, che sembra non aver risentito dello sciopero dei consumatori. Anche se, passeggiando tra i banchi, l’aria che si respira è tutt’altro che serena. «Possibile che le ali di pollo siano aumentate, al chilo, di ben 30 centesimi?», sbotta una massaia rivolgendosi a uno dei tanti commercianti stranieri del mercato, il macellaio egiziano Abdelwahab Mostafa. «Il problema vero – spiega Mostafa cercando di convincere la signora con una scusa inventata lì per lì – è che al mercato all’ingrosso, l’Iva che viene applicata sui prodotti che noi acquistiamo è aumentata spaventosamente. E noi siamo costretti ad aumentare…»
«Fandonie – dice giustamnete Antonio Buda, pensionato, che poi se la prende col governo: «Ci sta impoverendo e voi ve ne approfittate perché qualcosa per vivere dobbiamo pure comprarla». Romolo De Feo, proprietario di uno dei box che vendono verdura sembra concordare con i clienti. «E’ vero che costa tutto caro, però vorrei che la gente, soprattutto i consumatori più agguerriti, andassero nelle altre città per vedere e soprattutto toccare con mano che in fondo Roma è ancora accessibile alla maggior parte dei portafogli».
Ma c’è qualcuno che accusa i consumatori di essere troppo «pigri» e di non aver ancora «imparato a comprare con l’euro».Una di queste è Fiorenza Boni, il suo negozio vende latte, uova e pasta. «Invece di fare sciopero e lamentarsi sempre – dice – perché i consumatori non imparano a usare le monete? La gente non ha ancora capito che 50 centesimi sono una fortuna! E non una moneta da dimenticare in fondo alle tasche».
Se il mercato di piazza Vittorio può sembrare un’isola (quasi) felice, nei supermercati romani è andata assai peggio. In viale Manzoni, ad esempio, dove si trova la Sidis, uno dei più grandi del centro storico, ieri giravano pochi carrelli. «Lo sciopero dei consumi si è avvertito» ammette il responsabile Gianni Muffini. «I pochi scontrini che ho battuto – racconta Elisabetta Maio, cassiera – erano al massimo di trenta euro»