La proposta: a tutte le donne africane il prossimo Nobel per la Pace

10/03/2010

«L’Africa cammina con le gambe delle donne». È lo slogan della raccolta di firme lanciata ieri anche in Italia per chiedere il Nobel alle donne africane. Non ad una in particolare, a tutte, perché – come ha detto Rosa Calipari, Pd, presentando a Montecitorio la raccolta di adesioni tra i parlamentari italiani – «sono loro, le donne, con la loro umiltà e il loro protagonismo il perno della società africana» e appoggiando loro «si fa la guerra alla guerra». Per presentare ufficialmente la proposta di Nobel ai «saggi » di Oslo, per l’assegnazione del premio l’anno prossimo, servono 2 milioni di sottoscrittori. Ieri ne è arrivata una «di peso», quella di Romano Prodi, che da due anni presiede il gruppo di lavoro Onu-Unione Africana sulle missioni di peacekeeping in Africa. Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini sostiene l’iniziativa, oltre a uno stuolo di parlamentari di entrambi gli schieramenti (si può firmare sul sito www.noppaw.net).
DALL’IDEA ALLA CAMPAGNA
L’idea di un riconoscimento prestigioso come il Nobel per la Pace alle donne africane era stata proposta dalla Fondazione Rita Levi Montalcini, che assegna ogni anno borse di studio a studentesse e ricercatrici africane, l’anno scorso. Quest’anno è partita una vera e propria campagna internazionale – si chiama «Nobel Prize for African Women», in sigla noppaw – sostenuta dalla rete di 45 ong italiane aderenti al Cipsi e da Chiama Africa. L’obiettivo – spiega Enrico Pianetta, Pdl, vicepresidente della Commissione Esteri della Camera – è anche quello di «rilanciare l’impegno per il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio, che sono in tremenda regressione». Non per un caso cinico e baro, però. Il dimezzamento della fame nel mondo, la battaglia per la parità di genere e la salute della donna, obiettivi fissati dall’Onu dieci anni fa sono stati disattesi, traditi, dal governo Berlusconi che ha ridotto quasi a zero i fondi per la cooperazione internazionale. Mail premio proposto non è una scatola di cioccolatini o un mazzo di rose per rimediare un tradimento grave. Almeno non lo è per le donne delle ong che hanno parlato ieri nella sala del Mappamondo. «Per me che sono cresciuta in una baracca e a otto anni già lavoravo in un cantiere, felice così di assicurare la colazione l’indomani a tutta la famiglia – ha detto, commossa quasi alle lacrime Angela Spencer, da vent’anni in Italia – è un grande sogno poter contribuire da qui a dare questo riconoscimento alle grandi cose che ogni giorno le donne fanno là». Per Jean-Léonard Touadi, Pd, primo parlamentare nero della storia italiana, «la nostra immagine e narrazione del Continente africano è solo una foto vecchia e sbiadita, l’Africa informale che resiste al neocolonialismo ci fa vedere donne africane in piedi». In cammino.