La prima emergenza del Paese: i salari

03/12/2003


  Sindacale




03.12.2003
La prima emergenza del Paese: i salari

Sei milioni di lavoratori attendono il rinnovo e l’aumento già divorato dall’inflazione
di Oreste Pivetta


 Sei milioni in attesa di contratto. E si potrebbe concludere qui il quadro tetro: sei milioni di persone, lavoratori dipendenti, che da due anni o poco meno (la media è di sedici mesi di attesa prima di vedere il rinnovo) attendono un contratto che adegui il loro stipendio al costo della vita, sei milioni di persone che intanto vedono salire gli affitti, i prezzi della verdura, le tariffe dei trasporti pubblici, che non possono accorgersi di tasse in discesa e che devono sommare a tutto il resto la precarietà del posto e l’incertezza dell’avvenire. Non sanno per quanto tempo ancora potranno lavorare, ma non sanno neppure quando potranno andare in pensione. Leggono attorno a sè tutti i segnali della crisi: Tremonti che rastrella quattrini vendendo immobili d’arte, la Fiat che sopravvive alla giornata, interi settori industriali decimati: la Cgil vede nei prossimi sei mesi trecentomila posti in pericolo. Ma non possono che aspettare, salvo scioperare. Chi deve aspettare, appartiene a tante categorie diverse: commercio, edili, artigianato, tessili, chimici, gomma e plastica. Si aggiungeranno gli agricoltori dipendenti. Dei ferrotramvieri s’è detto. Più di un terzo del lavoro dipendente deve aspettare: sei milioni e per fortuna è stato da poco almeno raggiunto un preaccordo per la sanità, altrimenti i milioni sarebbero addirittura sette. Si sta peggio e, stando peggio, si tagliano i consumi, sarà un Natale povero, il cane si morde la coda: il cerchio magico (più consumi, lavoro, reddito) si è rotto.

Ovviamente vi sono state alcune novità. Un po’ a sorpresa stiamo peggio tutti: al declino delle retribuzioni reali degli impiegati e degli operai s’accompagna l’arretramento di quadri, tecnici e impiegati, colpiti dalle ristrutturazione e da modelli organizzativi che utilizzano aziende terze: un indotto fragile e comunque dipendente. Siamo il solo, tra tutti i palesi industrializzati, ad avere registrato una dinamica delle retribuziuoni orarie al di sotto dell’inflazione tra il 1997 e il 2003: un andamento dell’inflazione complessivo del 15 per cento, un andamento delle retribuzioni inferiore al 13 per cento. Non è stato così in Francia, in Germania, in Inghilterra. Negli Stati Uniti, il nostro modello, di fronte a un’inflazione inferiore al 15 per cento i salari sono aumentati del trenta. Dal 2000 ad oggi, nei tre anni di euro, le retribuzioni reali degli italiani sono scese in alcune categorie fino al ventuno per cento. È un sondaggio soltanto (su circa ottocentomila profili retributivi), però è drammatico: pagano i dirigenti (meno 7,3 per cento), gli operai (9,3), soprattutto i dirigenti dell’auto (meno ventidue per cento). Nessun ceto sociale sembra riuscire ad aggirare l’effetto depressione sulla busta paga.

Persino l’Istat appare preoccupato: «Valutando prospetticamente la quota dei contratti in vigore, nei prossimi sei mesi si assisterebbe, ove non intervenissero rinnovi, ad una situazione pressochè stazionaria fino a dicembre e a un repentino abbassamento del grado di copertura a partire dal gennaio 2004».

L’altra novità arriva per legge e si chiama legge 30. Contratti a termine, flessibili, atipici che diventano un universo o una banca per le imprese: pescano come vogliono. Ma per chi lavora cresce solo il bilancio della precarietà: siamo oltre il contratto, siamo nell’evanescenza del contratto e del reddito che oggi ci sono e domani non più. Anche l’Inps, come l’Istat, appare preoccupato: vi sono aziende che assumono collaboratori piuttosto che dipendenti per pagare il 12 per cento anzichè il 32,7 per cento della contribuzione per la pensione. Vi sono aziende che preferiscono “assumere” soci: così non pagano nulla. I “soci” si dovranno pagare poi le loro assicurazioni.

Si vorrebbe qualche cosa di meglio ancora: la Lega lo chiama «gabbie salariali», ma anche Formigoni lo propone per la sua sanità e per i suoi trasporti. Significa mettere da parte i contratti nazionali e piegare tutto alla contrattazione regionale, locale, aziendale. L’interesse collettivo si spegne davanti alla forza contrattuale di ciascuno: chi sta male, starà peggio. S’arrangi. L’Italia si divide anche così.

Nel conto non entra il “sommerso”, entità astratta che assomma in un mondo un poco misterioso lavoratori di ogni genere senza contratto, senza stipendio fisso e garantito, senza diritti: tre milioni e mezzo secondo l’Inps (che denuncia l’evasione fiscale conseguente: seicento milioni di euro).

Un infemiere con trent’anni d’anzianità guadagna milleduecento euro al mese, un metalmeccanico e un edile non toccano i mille euro al mese, un apprendista s’aggira attorno ai seicento euro (quattrocento però se sta a Napoli o a Palermo). Quanto hanno dovuto pagare di più in un anno? Hanno pagato in più la luce (2,5 per cento), il gas (2,2), le autostrade (1,5), i trafori (20), l’assicurazione (10), il canone Rai (3,5), i carburanti (8,6) e ovviamente la frutta, la carne, i vestiti, le scarpe. L’inflazione pesata dall’Istat sarà a fine anno tra il 2,5 e il 2,7 per cento. Inflazione reale, ma dicono i portafogli di tutti poco attendibile e magari un poco “rimaneggiata”. Gli aumenti contrattuali si dovrebbero fare sulla base dell’inflazione programmata, che sarebbe l’1,4 per cento, talmente virtuale che nessuno osa più nominarla. Poi, ogni due anni, si dovrebbe recuperare la differenza: ma l’esperienza e i tramvieri insegnano quanti ostacoli si possano incontrare.

Però gli italiani che lavorano sempre più poveri (il centro destra ha cancellato anche il reddito minimo di inserimento che era stato introdotto dalla finanziaria del ‘98), con i pensionati ( i più tartassati con un taglio netto del trenta per cento del potere d’acquisto), potranno godere di alcune novità vantaggiose grazie al governo Berlusconi Bossi Tremonti Fini: un buono per i figli che frequentano le scuole private e mille euro per il secondo figlio, purchè lo facciano alla svelta.