La premonizione del professore

22/04/2002

25 Aprile 2002 -N. 17



      ATTUALITÀ
      ESCLUSIVO – DEPOSIZIONE SHOCK DEL DOCENTE UCCISO UN MESE FA A BOLOGNA



      La premonizione del professore

      Nel 2000, dopo il fallito attentato alla sede della Cisl a Milano, Marco Biagi venne interrogato dalla Digos per «interpretare» il volantino di rivendicazione. E disse: «Chi ha scritto queste cose è qualcuno vicino a noi».


      di 
       
      MARCELLA ANDREOLI
      19/4/2002

      «Professore, che impressione ha?». Il giovane funzionario della Digos di Milano, forse un po’ intimidito, aveva appena aperto il verbale di interrogatorio. Marco Biagi, l’illustre giuslavorista ucciso lo scorso 19 marzo a Bologna da un commando delle Brigate rosse, stava rendendo una testimonianza, rimasta fino a oggi segreta e che assume ora risvolti importanti e inquietanti. Perché quella testimonianza riguardava proprio il terrorismo, i suoi addentellati nella società civile, le sue infiltrazioni, i suoi riferimenti. «Professore, ecco il volantino di rivendicazione… Lo legga attentamente. Che cosa pensa?».
      Era il 20 luglio 2000, giovedì, verso sera, quando il professore aveva varcato la soglia della questura milanese. Nessuno poteva immaginare che, 20 mesi dopo, l’apprezzato consulente del ministero del Lavoro e docente universitario sarebbe stato ucciso dalla stessa logica che aveva ispirato quel documento firmato Npr,
      Nucleo proletario rivoluzionario, sigla apparsa una sola volta nella costellazione terroristica.
      Ma il professore, probabilmente, scorrendo le dieci pagine di quell’elaborato che il funzionario della Digos gli stava sottoponendo, aveva cominciato a nutrire i primi dubbi, le prime angosce. Il suo viso, trasparente e mobilissimo, accennò a una smorfia, come se il dolore gli avesse preso la bocca dello stomaco. «Chi ha scritto queste parole ha una vasta conoscenza, direi una conoscenza particolare delle dinamiche sindacali. Sicuramente ha delle ottime fonti»: disse pressappoco così, il professore.
      Due settimane prima di quell’interrogatorio, il 6 luglio, alle 8.20 del mattino, era scattato l’allarme in via Tadino, a Milano. Su due finestre, al piano terra, della sede della Cisl, il sindacato di ispirazione cattolica, erano state scoperte, all’interno di fioriere coperte di fiori finti, due tanichette di plastica morbida riempite di materiale infiammabile, cloruro di potassio stabilirono gli artificieri. I quali sorrisero di fronte alla pacchiana incompetenza dei presunti attentatori. «Ordigni non professionali» decretarono. Niente a che vedere con le bombe trovate, giusto una settimana prima, nella cripta della Basilica di Sant’Ambrogio. Oppure con quelle fatte deflagrare, ancora nel 1997, sul davanzale di una finestra di Palazzo Marino, sede del Comune di Milano.
      Il caso delle fioriere incendiarie alla Cisl si sarebbe chiuso in poche ore se non fosse arrivato alle redazioni di alcuni quotidiani un documento di rivendicazione firmato, appunto, Npr, con corollario della regolamentare stella a cinque punte di brigatistica memoria.

      La novità sorprendente, e che scosse gli inquirenti, non era rappresentata solo dal modo in cui era stata resa pubblica la rivendicazione, via Internet, esibendo così un’inedita specializzazione nell’utilizzo anonimo della posta elettronica. A creare allarme nella magistratura e nella polizia era stato lo spessore ideologico mostrato dalle dieci pagine del documento: un’analisi attenta, puntuale, precisa nei minimi dettagli, del Patto per Milano, l’accordo firmato cinque mesi prima, il 2 febbraio 2000, tra Comune di Milano, Assolombarda e i sindacati Cisl e Uil. Aveva invece abbandonato il tavolo delle trattative la Cgil.

      «Il patto per il lavoro di Milano rappresenta» denunciava il Npr «il nodo di scontro politico tra le classi». Perché l’introduzione di nuove tipologie di contratto «indebolisce la posizione dei lavoratori a tempo determinato», trasforma «il salario in compenso». Insomma, il Patto per il lavoro di Milano è «la testa di ponte per la costruzione di forme istituzionali di relazioni industriali e sociali, tese a contrastare il sorgere e l’organizzarsi di istanze di autonomia di classe derivanti dall’antagonismo oggettivo presente nei rapporti sociali capitalistici».

      Parole in libertà, si poteva commentare. Ma al di là delle enunciazioni enfatiche, lungo le dieci pagine si snodava un pensiero robusto, attribuibile a una persona, o a un team, in grado di maneggiare lessico economico e sindacale ancorandolo a informazioni di primissima mano. In pratica, il documento rappresentava la prosecuzione delle elaborazioni abborracciate dalle Brigate rosse con la rivendicazione dell’omicidio del professor Massimo D’Antona, un altro esimio giuslavorista, amico-collega di Biagi e ucciso un anno prima, il 19 maggio 1999.
      Come potevano i neofiti del Npr essere a conoscenza del travaglio del Patto per Milano? E cosa rappresentava quell’accordo, poi mutuato dalla Regione Lombardia e dalla Provincia di Milano, al di là delle diverse prese di posizione? Gli inquirenti presero la decisione di sondare i diretti interessati. A cominciare proprio dal professor Biagi.
      Il docente era stato uno dei principali consulenti scelti dal Comune di Milano. Alla sua penna si dovevano la stesura materiale di un’ipotesi di intesa tra le parti e il testo definitivo dell’accordo siglato, dopo mesi e mesi di estenuante trattativa, il 2 febbraio. Chi meglio di lui poteva dare qualche utile indicazione per individuare l’estensore dello scritto firmato dal Nucleo proletario rivoluzionario?
      Il professor Biagi, sin dalla prima lettura, esprimeva preoccupazione. «Chi ha scritto questo documento» aveva sostenuto «
      deve avere una conoscenza diretta o indiretta del dibattito che si è svolto all’interno della Commissione di concertazione». Poi, a una seconda lettura, si era soffermato su alcuni concetti svelati dai terroristi e che sembravano riecheggiare alcune polemiche sorte attorno ai quattro tavoli tecnici preposti alla elaborazione del Patto per Milano.
      Alla terza, e ultima, lettura, il professore, con sicuro piglio da analista, aveva puntato il dito su due locuzioni che in sé avrebbero detto ben poco a un profano. Le espressioni erano: «servizi alla persona» e «aziende senza dipendenti». A suo giudizio, quei termini non erano stati usati in documenti definitivi e ufficiali ma in elaborati interni e dunque di circolazione molto privilegiata.
      Il professor Biagi, nella tardissima serata di quel giovedì 20 luglio 2000, lascia la questura milanese. Apparentemente non tradisce alcuna emozione, ma da studioso esperto qual era comincia a porsi interrogativi sulle menti che dirigono il nuovo terrorismo, il cui obiettivo, risulta ormai palese, è quello di inserirsi nelle dinamiche politico-sindacali per far saltare qualsiasi possibilità di accordo. Si sente nel mirino, ovviamente.

      Cinque giorni dopo aver reso la sua testimonianza, il 25 luglio, la questura di Bologna assegna la scorta al docente
      . A Roma, i servizi segreti hanno lanciato l’allarme: gli obiettivi dei nuovi terroristi sono gli uomini definiti «di cuscinetto», come era il professor D’Antona, collaboratore del ministero del Lavoro. Un anno dopo e senza ragione alcuna, al docente viene revocata la scorta nonostante il suo nuovo impegno per il dialogo sociale imperniato nell’elaborazione del Libro bianco per i nuovi lavori. «Ho molta paura» confessava agli amici. Forse il timore non nasceva soltanto da alcune telefonate anonime e minacciose. Il professore pensava a quel documento del Npr, così preciso e così informato da sembrare scritto da un professore.