«La politica? Un ruolo da notai del Lingotto»

08/02/2011

Non si può certo negare che l’unico soggetto ad aver sempre detto – negli ultimi sei mesi – che le mosse Fiat avevano senso solo in caso di una fuga a Detroit, è stata la Fiom. Parlarne con Giorgio Airaudo, torinese e «dentro» la fabbrica come pochi altri, è perciò obbligatorio.
Cosa si prova ad aver avuto ragione da subito?
E’ un po’ frustrante, perché i buoi sono scappati. Adesso tutti si affannano a dire che bisogna «incontrare» l’azienda; in realtà tutti si preparano a giustificare il mantenimento di pure «succursali». Quando si dice che ci saranno quattro centri direzionali, si sta dicendo che non ci sarà più la gestione principale a Torino. Suddividere in quattro il quartier generale di Mirafiori – che è la «Fiat mondo» – vuol dire una riduzione.
Di cosa, in particolare?
Di un «sistema». A Torino c’è un pezzo di «cervello dell’automobile» che è fatto da aziende di prototipazione, che fanno i modelli statici, l’elettronica, l’ingegnerizzazione dell’auto. E che vivevano dello sviluppo del quartier generale Fiat. Insomma, l’indotto della parte alta, l’intelligenza del settore. Che, insieme a saper fare l’auto, si è sedimentata in 100 anni di storia e fa di Torino uno dei 5 o 6 centri dell’auto al mondo. Qui si progetterà di meno, non solo meno prodotti. C’è un effetto interno e uno di indotto, difficilmente valutabili.
Lo si capisce solo ora?
Quando c’è stata la trattativa su Mirafiori abbiamo chiesto con lettera formale alla Fiat si trattare su tutto, compresi gli enti centrali. Ma ci hanno fatto discutere – tra gli applausi – solo della Carrozzeria, che è solo una delle aree della grande Mirafiori. Si vorrebbe far passare l’immagine di una grande «idra», ma è ovvio che in questo schema ci sarà un centro più importante degli altri…
Detroit…
È perfino comprensibile che sia lì, visto che lì ci sono i finanziamenti e i finanziatori, non solo pubblici; lì il mercato più importante per la nuova Fiat-Chrysler. È stato possibile perché lì c’è un governo con una politica industriale attiva, qui ci sono – nel discorso pubblico – solo i lavoratori con le loro pause o la mensa. Ma con queste cose non si tiene il cervello e lo sviluppo dell’auto. È un prodotto che richiede grandi investimenti; hanno lasciato «libera» la Fiat, che ora si comporta come un’azienda «non più nazionale». Che va dove ha i messimi vantaggi. E noi paghiamo il conto.
Ma il governo ora vuole incontrare Marchionne…
Tutti gli vogliono parlare. Ora. Il governo a ranghi completi e in pompa magna. Ma intanto dicono che non c’è più niente da fare. Si vedono per certificare che se li sono fatti scappare.
Pure l’opposizione, però…
Diciamo che quella nazionale ha perso l’occasione per «fare politica», dire cosa avrebbe fatto al posto del governo. Sarebbe bene alzasse una voce, caso mai ci fosse la possibilità di avere un’alternativa. Sul piano locale è pure peggio: il centrosinistra è passato dal tappeto rosso a Marchionne all’accettazione del piano inclinato. Fa il notaio di quel che dice Fiat. Non è in grado di dare un elemento di indirizzo. Il che è grave.
Eppure si sono messi nei panni dell’operaio per farlo votare sì…
Sarebbe interessante che si mettessero nei panni loro, di chi ambisce a governare in modo alternativo questo paese.
Parli di intervento pubblico?
No, penso che però quattro soldi bisognava trovarli. Magari per fare come negli Usa, dove Marchionne sta già sta restituendo in prestiti e si lamenta pure che gli interessi sono «da usura». Ma lì, poi, deve chieder scusa; mentre qui si permette di dire «o fate come dico io o niente». Invece di vantarsi di non avere dato nessun contributo a Fiat, sarebbe stato meglio costruire una grande innovazione: obbligandola a restituire i prestiti, con gli interessi, agli italiani che pagano le tasse. Un piano produttivo contrattato. Sarebbe stata una novità per tutto il sistema italiano, perché mica solo la Fiat ha preso – senza restituirli – soldi pubblici.
La Lega, cos’ha fatto?
Si è accomodata in un attimo. È passata dal dire che la Fiat era un’azienda «mantenuta» ad andare – il presidente Cota – a cena al Rotary o correre a Detroit per vedere la fabbrica-modello di Jefferson. Senza sapere che quell’impianto è stato fatto e pagato da Mercedes prima di mollare Chrysler. Ma non ha mai visitato Mirafiori, altrimenti saprebbe che tutti gli stabilimenti italiani sono migliori di quelli Usa, tranne Jefferson che Marchionne ha avuto gratis. Questo è «il ministro del Piemonte», di una Lega simile alla peggiore Dc, quella che diceva solo «gradisca»… Quasi li ringraziamo che lasciano qualcosa qui!
Il sindato del «sì» come sta?
I lavoratori hanno capito tutto, sia a Pomigliano che a Mirafiori o altrove. Hanno fatto un vero disastro, indebolendo il fronte dei lavoratori. Non è un problema di sigle, la Fiat ha perso il consenso.
E il modello si allarga agli statali
Chi pensava che fossero i metalmeccanici a «cercarsela», non ha capito che c’è un tentativo vero di cancellare il sindacato confederale, quello dei contratti nazionali e della solidarietà. Per tenere su solo un sindacato aziendalista