«La politica torni a parlare al lavoro»

11/03/2010

Dello sciopero generale di domani su «fisco, lavoro e immigrazione», e anche del congresso con cui la maggiore confederazione delinea le proprie linee guida nel bel mezzo della peggiore crisi dal dopoguerra, parliamo con Carlo Podda, segretario della Fp Cgil.
Non è facile scioperare in un momento di crisi come questo. Dal tuo osservatorio, che partecipazione prevedi?
È uno sciopero che si colloca in un momento molto grave anche per i lavoratori pubblici, normalmente considerati «garantiti ». Quel che si tende a sottovalutare è che in molte zone del paese, compreso il nord, quella che era una fonte di reddito, è diventato l’unico stipendio. I salari sono rimasti fermi, è diminuito il loro potere d’acquisto, ed è aumentato il numero di persone che di quel salario deve vivere. Dico questo perchè in assemblea con i lavoratori
mi è capitato di sentirmi dire, anche in zone insospettabili del paese, che oggi fare sciopero è faticoso perchè costa. I lavoratori comprendono e ritengono giuste le nostre ragioni, ma sento crescere la richiesta di forme di lotta meno onerose. Ciò detto mi aspetto una buona partecipazione alla mobilitazione, anche perchè i lavoratori pubblici hanno persino qualche problema in più di tutti gli altri.
Quali?
Il «collegato lavoro» ha una coda per i dipendenti pubblici che mette le mani sul terreno dei diritti, rivisita in pejus tutta la materia dei permessi, e riduce sensibilmente l’utilizzo del part time che diventa una concessione unilaterale – suscettibile di rivisitazione anche per chi già oggi ne usufruisce – del servizio pubblico. Insomma, oltre ai contratti e alle ragioni più generali, ci sono temi specifici della categoria: le lavoratrici e i lavoratori risponderanno.
Una piattaforma tanto articolata non rischia di rendere uno sciopero generale meno efficace?
È un dibattito mai risolto, questo, nel sindacato, nel senso che ci sono buone ragioni per sostenere la necessità di semplificazione dei nostri obiettivi e la riconduzione a parole d’ordine più semplici e più unificanti, ma ce ne sono altrettante perché ciascuno inserisca il tema che lo riguarda più da vicino. Non ho una risposta certa, penso però che molto dipenda dalla capacità che abbiamo di interloquire con le persone.
Come spieghi che un provvedimento come il «collegato lavoro», e con esso l’attacco all’articolo 18, sia passato più o meno nel silenzio generale?
Un po’ fa parte dell’eclissi del lavoro. Ricordo la straordinaria forza della mobilitazione Cgil all’inizio del 2000 su tutta la questione dell’articolo 18 e della legge 30: una forza dovuta alla capacità di trasformare ciò che poteva sembrare la difesa di un diritto di alcuni in una battaglia emblematica a difesa dei diritti di tutti. L’articolo 18 era diventata una parola d’ordine, il lavoro una questione di carattere generale. Ma oggi è davvero molto più difficile, e non a caso è di qualche mese fa la discussione sull’opportunità o meno di cambiare l’articolo primo della nostra costituzione, e cioè se il lavoro possa ancora essere considerato un valore fondante della nostra repubblica.
Sul congresso: hai sottoscritto la seconda mozione ma nella tua categoria è prevalsa la prima. Cosa farai?
Fermo restando che la prima mozione si è affermata nella confederazione, credo sarebbe un errore non tenere conto delle questioni poste dalla mozione 2, alla luce anche dell’affermazione che ha avuto tra gli attivi. Perciò sarà importante il proseguo del congresso, e non è un problema solo di gruppi dirigenti, si tratta di trovare una soluzione e una sintesi politica. Questo è tanto più vero in una situazione come quella della mia categoria, dove in un direttivo di 100 persone il vantaggio, per la prima mozione, è stato di dieci voti.
Quale sindacato in questa crisi?
Ho firmato la seconda proprio per chiedere una discontinuità, una strada diversa da quella praticata finora. Ora bisogna cercare di far sì che il congresso sia anche un’occasione per parlare fuori della Cgil, per parlare alla politica, per convincere la politica, e la sinistra, a tornare a considerare il lavoro una parte fondante di questo paese. Siamo nel bel mezzo di un’emergenza democratica, ma chiunque è in grado di vedere che di lavoro, di crisi, di come far ripartire l’economica, oggi non si parla.