La politica dei redditi, dieci anni dopo

01/07/2003






martedì 1 luglio 2003

BILANCI & ANNIVERSARI -Il protocollo legava i salari alla produttività, con il recupero dell’inflazione programmata

Luglio 1993, si avvia la politica dei redditi, Dieci anni dopo la sfida è la competitività
Sindacati e Confindustria si dividono sulle ricette per ridefinire lo storico accordo sui salari

      ROMA – È passato alla storia come l’accordo del 23 luglio 1993, in realtà fu concluso il 3 luglio. Poi, nei venti giorni successivi Cgil, Cisl e Uil sottoposero l’intesa al voto. Partecipò solo un milione 300 mila lavoratori. I sì furono 852 mila, il 67% del totale. Ma bastò a Bruno Trentin (Cgil), Sergio D’Antoni (Cisl) e Pietro Larizza (Uil) per firmare, insieme con il presidente della Confindustria, Luigi Abete, e i leader di altre 25 sigle imprenditoriali e sindacali, il «Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione, sugli assetti contrattuali, sulle politiche del lavoro e sul sostegno al sistema produttivo».

      IL POTERE D’ACQUISTO. Ventinove pagine che cambiarono il corso delle relazioni industriali e favorirono il risanamento dei conti pubblici. Ma che oggi, secondo gli stessi protagonisti di allora, va adeguato ai tempi. In una parola, la priorità non è più l’inflazione, ma la competitività. Su come raggiungerla, però, le ricette differiscono. Al centro dello scontro c’è, anche oggi, il modello contrattuale.
      La Cgil vuole rafforzare sia il contratto nazionale sia quello decentrato. La Cisl preferisce invece spostare il baricentro sul contratto aziendale o territoriale, che dovrebbe essere obbligatorio e legato alla partecipazione dei lavoratori ai risultati d’impresa. Entrambe le proposte rappresentano un aumento dei costi per la Confindustria, che vuole invece articolare di più i salari rispetto alle differenze territoriali e di settore.
      Ma oggi, a differenza del ’93, non c’è più l’emergenza a spingere governo e parti sociali. Allora il Paese viveva una fase drammatica. La prima repubblica si stava disfacendo sotto i colpi dell’inchiesta Mani pulite. A guidare il governo era stato chiamato il governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. Che il 29 giugno 1993 lanciò dal palco del congresso della Cisl l’ultimo appello alle parti sociali, proprio mentre a Bruxelles il comitato monetario della Cee faceva slittare l’erogazione della seconda tranche del prestito di 8 miliardi di Ecu concesso all’Italia. Poi arrivò il chiarimento del ministro del Lavoro, Gino Giugni, sulla contrattazione aziendale (non sarà obbligatoria, ma «si tratta dove si vuole trattare»). Infine, sabato 3 luglio Ciampi, prima di partire per il G7 di Tokio, mise sul tavolo il testo «prendere o lasciare» sul quale arrivò il sì sofferto da un lato di Trentin («è un accordo con luci e ombre») e dall’altro di Abete («seguendo l’istinto non avrei firmato, ma ho seguito la ragione»).
      IL TRACOLLO DEGLI SCIOPERI. Tra i commentatori della prima ora, il sociologo Aris Accornero, vide giusto: «È un bell’accordo, di quelli che hanno le gambe lunghe. Dopo 20 anni di chiacchiere sono stati finalmente sistemati i livelli di negoziazione». E così in questi 10 anni i contratti sono stati fatti secondo un modello condiviso: contratto nazionale con aumenti di retribuzione biennali legati all’inflazione programmata più un eventuale contratto aziendale. Rispetto alla situazione precedente i cambiamenti più evidenti sono stati due: un tracollo degli scioperi nell’industria, la rottura della spirale tra prezzi e salari con la discesa dei primi e l’allineamento dei secondi. Che, con fasi alterne, hanno mantenuto il potere d’acquisto. Lo dice anche un’approfondita ricerca realizzata dall’Ires, il centro studi della Cgil presieduto da Agostino Megale, e presentata ieri in un seminario.

      IL PESO DELLE RETRIBUZIONI. Le retribuzioni contrattuali hanno perso l’1,8% all’anno rispetto all’inflazione nei biennio d’avvio della politica dei redditi (’93-95), ma poi hanno guadagnato lo 0,4% nel periodo 1996- 2002 (ma nel 2003 si stima perderanno lo 0,9%). Le retribuzioni di fatto (che includono anche i premi aziendali) sono cresciute nel decennio 1993-2002 mediamente dello 0,44% più dei prezzi. Ma nello stesso periodo la produttività per addetto è salita dell’1,61% più dell’inflazione. Chi si è mangiato questa ricchezza? Non certo i salari, ha sottolineato il leader della Cgil, Guglielmo Epifani. Il peso delle retribuzioni nella distribuzione dei redditi è infatti sceso dal 32,6% del prodotto interno lordo di prima dell’accordo al 30% attuale. Ma, secondo la ricerca Ires, neppure ai profitti, rimasti stabili intorno al 32% del Pil. È invece salito dal 22,2% al 24,8% il peso delle imposte e dei contributi.
      Per Stefano Parisi, nel ’93 capo del dipartimento economico di Palazzo Chigi, tra i registi dell’accordo, e oggi direttore della Confindustria, il protocollo «ha difeso il potere d’acquisto delle retribuzioni» e tanto basta. Cgil, Cisl e Uil dicono invece che è aperta nel Paese «una questione salariale» perché negli ultimi anni l’inflazione programmata è stata troppo più bassa dell’inflazione reale. Il fatto è che si è rotto il meccanismo della «concertazione», altra parola inventata con l’accordo di luglio, e che ne descrive la cornice politica. Giacché, come sottolinea Guido Fantoni (una vita nelle relazioni industriali, prima all’Asap e poi all’Aran), si trattò prima di tutto di «un accordo politico, dove si scambiò la moderazione salariale con la concertazione, cioè col diritto del sindacato di influire su tutte le scelte di carattere sociale», compreso il tasso d’inflazione programmata, cioè il tetto di crescita dei salari.

      IL LIBRO BIANCO. Poi è arrivato il 2001, il governo Berlusconi, il libro Bianco di Marco Biagi, la fine della concertazione e la sua sostituzione col «dialogo sociale», che nella pratica ha significato la possibilità di fare accordi anche senza la Cgil. I sindacati (ma anche la Confindustria), che negli anni della debolezza della politica hanno avuto un potere enorme, giocano ora in difesa, spesso litigando tra loro. La riforma dell’accordo di luglio gli offre la possibilità di rilanciarsi. I sindacati per tornare a essere, come ha detto il segretario della Cisl, Savino Pezzotta, «un’autorità salariale», la Confindustria per non perdere anch’essa il controllo sulle dinamiche retributive. La ricerca Ires dimostra infatti che ormai circa un terzo delle retribuzioni di fatto è determinata da fattori esterni al contratto nazionale. Il lavoratore, ha ammesso Pezzotta, è sempre più «individuale» e sempre meno «massa».

Enrico Marro


Economia



IL SINDACALISTA

Ghezzi: intesa valida su ricerca e innovazione Da ripensare il capitolo delle rappresentanze

      ROMA – «È stato un grande accordo sindacale, che ha aiutato a portare l’Italia in Europa». Parola di Carlo Ghezzi, segretario confederale della Cgil, che però nel ’93, da capo della Camera del lavoro di Milano, fu uno dei 26 dirigenti sindacali che nel direttivo Cgil votò «no» al protocollo di politica dei redditi concluso il 3 luglio (i sì furono 105, gli astenuti 10) col governo Ciampi e le imprese.
      A distanza di dieci anni ha cambiato idea?
      «Votai di no perché ero contrario al fatto che si prevedesse di garantire un terzo dei posti delle rsu (le rappresentanze sindacali unitarie che vengono elette in azienda dai lavoratori,
      ndr. ) a Cgil, Cisl e Uil. Il resto mi andava bene. Ancora oggi non ho cambiato idea, ma, col senno di poi, non voterei di no. Forse mi asterrei. Allora ero più giovane e focoso e il clima, a Milano, era completamente diverso».
      Perché?

      «Il giorno prima della conclusione dell’accordo a Palazzo Chigi, si era insediato il nuovo sindaco di Milano, il leghista Marco Formentini, dichiarando che i nuovi sindacati (il Sinpa, sindacato padano
      ndr .) avrebbero spazzato via i vecchi sindacati della prima repubblica. Io ero molto colpito da questa campagna e mi opposi con ostinazione all’idea che nel capitolo dell’accordo di luglio sulle rsu si prevedesse che un terzo dei posti di questi organismi elettivi fosse comunque garantito alle tre confederazioni, mentre anche allora dichiarai che ero d’accordo sul resto del protocollo».
      Ma quello delle rsu era un punto marginale rispetto a un’intesa che si proponeva di regolare il modello contrattuale, introdurre la politica dei redditi e rilanciare lo sviluppo.

      «Oggi può sembrare così, ma ancora adesso quando si vota nelle fabbriche funziona che un terzo dei posti è garantito a Cgil, Cisl e Uil e io continuo a pensare che questo sia un vulnus per la democrazia sindacale, ma certo non ho le preoccupazioni né l’arrabbiatura di allora».

      Anche perché Cgil, Cisl e Uil non sono state spazzate via, anche grazie all’accordo di luglio.

      «Sì, dal punto di vista sindacale fu un accordo importante. L’impianto contrattuale era buono, così come l’idea che i salari si difendono con la politica dei redditi. E la parte sulla ricerca e lo sviluppo è valida ancora oggi».

      A Milano però l’accordo fu bocciato dai lavoratori.

      «Intendiamoci: io votai contro nel direttivo della Cgil, ma poi, siccome l’intesa fu approvata dalla nostra organizzazione, andai in giro e difesi il protocollo. Ma, alla fine, sia pure di poco, i no prevalsero».
Enr. Ma.


L’IMPRENDITORE

Bombassei: bisogna eliminare i diritti di veto Seguire l’esempio del Patto per lo sviluppo

      «È giusto dopo dieci anni rivedere il Protocollo del ’93, ma salvaguardando ciò che ha funzionato». Per Alberto Bombassei, presidente di Federmeccanica e titolare della Brembo, azienda leader mondiale nella produzione di freni, è arrivato il momento di dare una «rinfrescata» all’accordo firmato nel ’93 «che ha funzionato bene – sostiene -, ma alcune cose vanno riviste e ora ci sono le condizioni per farlo».
      Quali condizioni?
      «Mi sembra che sia Confindustria sia sindacati condividano l’esigenza di rimettere mano al Protocollo. E dopo la firma del Patto per lo sviluppo anche da parte della Cgil ci sono tutte le condizioni per aprire la discussione».

      Sull’intero accordo o su alcune parti?

      «L’accordo ha funzionato: in passato la concertazione ha prodotto ottimi risultati. Va cambiata la parte che non ha prodotto risultati virtuosi e quindi credo debbano essere riviste innanzitutto quelle regole suscettibili di interpretazione, che sono poi quelle che più facilmente danno vita a conflitti».

      Quali, per esempio?

      «Spesso si è ritenuto che la concertazione attribuisse al sindacato un diritto di veto, e questo ha creato conflitti, come quando l’anno scorso la Cgil ha rotto il dialogo col governo e gli altri sindacati perché l’inflazione programmata non era stata concordata e quindi non poteva essere inserita nel rinnovo dei contratti. Nel Protocollo del ’93 non c’era scritto che si sarebbe dovuto concertare su questo. È giusto parlarne, ma senza diritti di veto».

      Ma alla fine l’inflazione reale è stata quasi il doppio di quella programmata…

      «Che il lavoratore non debba perdere potere d’acquisto è un principio irrinunciabile. L’accordo del ’93 non era un’alternativa alla scala mobile ma la garanzia che si sarebbe recuperato. E così è stato».

      Quali obiettivi dovrebbe perseguire un nuovo accordo?
      «Le aziende devono riconoscere e condividere i risultati con i lavoratori, sia positivi che negativi. Ma soprattutto va mantenuto il livello di contrattazione nazionale, aumentando però le deleghe per quelli aziendali. C’è stato un tentativo di portare la discussione a livello territoriale, di introdurre un terzo livello di contrattazione, che non ha senso».
      E se una delle parti viola gli accordi?

      «E’ chiaro che se si stabiliscono regole chiare vanno fissate altrettanto chiaramente anche le sanzioni per chi, imprese o lavoratori, non rispetta gli accordi. Ripeto, per migliorare l’accordo del ’93 la strada da seguire è salvaguardare il livello nazionale e ampliare quello aziendale, evitando i possibili conflitti con regole chiare e certe. I conflitti fanno parte del dialogo sociale e sono giusti quando rispettano le regole, ma i migliori contratti sono sempre stati fatti a tavolino non in piazza».
Federico De Rosa