La piazza vince con l’ironia

03/05/2004

      lunedì 3 maggio 2004

      Il concerto di San Giovanni
      Bisio e i musicisti scherzano sulla censura,
      Caparezza la sfida parlando degli operai di Melfi
      «picchiati e offesi», Frankie della sentenza
      di Ustica. Uno striscione anti-Berlusconi
      Un’ottima maratona musicale: gli omaggi
      a De Andrè con la Pfm in testa, «Bella ciao»,
      un bel «Disertore». Il picco lo tocca la taranta
      pugliese con Stewart Copeland e Raiz
      La piazza vince con l’ironia
      Uno spettacolo eccellente, dal vivo, ma il condizionamento della differita si è sentito
      Silvia Boschero

      ROMA L’imbavagliamento è finito attorno a mezzanotte e dieci, dopo che Claudio Bisio, con un sospiro di sollievo, ha salutato la Rai e la diretta televisiva su Raitre che chiudeva i battenti intonando una bellissima versione de Il disertore di Boris Vian. Un briciolo di Chumbawamba e poi via, la sfumata televisiva. Così, in corner, il Primo Maggio -organizzato da Cgil, Cisl e Uil – è stato di nuovo affare della piazza, di quei 500mila assiepati dalle prime ore del pomeriggio (l’anno scorso erano qualche centinaio di migliaio in più). Prima con il gruppo proletario inglese che ha omaggiato la festa con una personalissima versione di Bella ciao, poi con Sergio Sgrilli, comico di Zelig,che è salito sul palco liberandosi: «Allora la diretta è finita? Possiamo dire quel che cazzo ci pare finalmente! L’esempio americano ci ha insegnato che votare non serve a niente, invece stavolta ragazzi ci dobbiamo credere!». E via ai Radiodervish, che hanno fatto da «titoli di coda» sullo sciamare della piazza romana di San Giovanni.
      Dopo oltre otto ore di musica e parole alla fine niente, se non alcuni striscioni del pubblico, è stato tagliato. La scommessa di Bisio, annunciata in apertura attorno alle 15.45, è vinta: «Non saremo in diretta per la prima volta dopo 14 anni (booh e fischi a profusione della folla, e non al comico, ndr), ma ci divertiremo lo stesso. La mia proposta è fregarsene con ironia senza farci censurare un secondo, nel rispetto della parcondicio». E poi, indicando in mezzo al pubblico: «Amico, permettimi di dirti ad esempio che quello striscione lo censureranno sicuramente, è meglio che lo togli». Quello striscione («Berlusconi primo terrorista»), è rimasto, ma in tv, ovviamente, non l’ha visto nessuno. Poi via alla musica, alla grande, con la Pfm che intona Impressioni di settembre e un’altra manciata di pezzi storici. Il primo a rompere il ghiaccio è Piotta, in modo chiaro e pulito: «Lavoro serio, tutelato, ben pagato per tutti». E via alla sua versione di Chi non lavora non fa l’amore di Celentano, seguita da una dedica delicata: «A mia madre, che è mancata lo scorso 9 aprile e che ha lavorato per 40 anni, sempre nella Cgil, sempre votan do a sinistra. E se volete questa me la tagliate».
      Tutta la conduzione della serata, e le battute (non troppe a dire il vero) dei musicisti, si concentrano sul paradosso della differita, con Bisio che legge lo striscione «Agnese ti amo» e chiede: «Questo credo vada bene, a meno che Agnese non si presenti alle elezioni!». Tanta buona musica italiana non ha osato spingersi in zone pericolose (Verdena, Enrico Capuano, i pugliesi Negroamaro, Enrico Ruggeri, Omar Pedrini), altri ci hanno cautamente provato, come la Bandabardò: «Ringraziamo la censura che ci permette di suonare e poi guardarci in tv. Ma ora parliamo di persone più belle, di chi sta in prigione ad esempio, come Adriano Sofri, a cui una nostra cara amica ha dedicato una canzone». L’amica è Paola Turci, che sale sul pal co e intona il suo nuovo pezzo, l’intensissima Il gigante, ispirata proprio all’ ex leader di Lotta Continua. Poi arrivano i Modena City Ramblers, osservati speciali: prima cantano la loro I cento passi («per capire il passato», sottolinea Cisco), poi, mostrando una bandiera della pace, dicono: «In questi anni in cui la politica è fatta dai pubblicitari, ricordiamoci che la storia è nostra e la fa il popolo. E questa, la pace, è la cosa più importante». Poi, in coppia scatenata con Bisio, via a Bella ciao,su cui Cisco grida al pubblico: «Siete bellissimi anche senza lifting!». È uno dei momenti più coinvolgenti del concerto e lascia spazio a Caparezza, il più coraggioso e politico della serata, che su una vocina campionata che ripete «il cavaliere, il cavaliere», sale sul palco tappandosi occhi, orecchie, bocca e lancia la sua canzone migliore, Follie preferenziali, dura invettiva contro l’ultima guerra: «Volevo dire a qualcuno che sta sopra di me: non vengo con te nel deserto, scusami se diserto, ma preferisco…». Indossa una maschera da crociato: «Per facilitare farò il segno delle forbici quando c’è da tagliare». Pronuncia la frase più importante del giornata: «A Melfi, vicino a dove vivo, in questi giorni, c’è gente che sciopera. I lavoratori, invece di essere tutelati sono picchiati, offesi. Io non vengo da questo Stato, io vengo dalla luna». Lascia il microfono al pubblico per dieci secondi, attacca Fuori dal tunnel cantata a squarciagola da tutto il pubblico.
      Anche Frankie Hi Nrg si aggancia all’attualità: «C’è un’interessante notizia che ho letto oggi e riguarda Ustica. La corte ha assolto tutti i generali con una differita di 24 anni. Perché in Italia arriviamo sempre puntuali». E via, assieme a Bisio, alla sua vecchia meravigliosa canzone sulle stragi impunite d’Italia, Fight the faida, che travolge piazza San Giovanni sulle potentissime note rock prese in prestito da Seven nation army dei White stripes. Un boato. Segue uno dei momenti musicalmente più intensi: l’omaggio a Fabrizio de Andrè, con la Pfm che suona La canzone di Marinella sulla voce originale del disco inciso 25 anni prima, e ancora La canzone del maggio (cantata da Bisio), un’onesta versione de La guerra di Piero di Mario Venuti e Il testamento di Tito versione corale. Una strofa a testa con Pfm, Bisio, Nada, Manuel Agnelli, Mario Venuti, Linda, Cisco dei Modena. La gente si diverte, balla, qualcuno (pochi) si spintona pesantemente e finisce in infermeria, la festa continua. Un po’ a uso e consumo della tv, con qualche pausa di trop- po per la piazza e con il tormentone catodico per eccellenza, quella Anvedi come balla Nando di Teo Mammuccari, che fa fibrillare il pubblico tanto quanto Bella ciao (la forza dell’effimero tv contro la forza della memoria).
      È tempo di pizzica, della straordinaria performance dell’ensemble della Notte della taranta assieme al super batterista Steward Copeland, al vecchio illuminante Uccio Aloisi, ultimo testimone del canto tradizionale salentino, a Raiz voce degli Almamegretta, che alza ad altissimi livelli la qualità della serata. Serata che pare infinita: gli Afterhours con una versione non straordinaria de La canzone di Marinella (meglio nella loro Quello che non c’è), il muro di suono delle Vibrazioni (che si confermano meglio dal vivo che su disco), una lunga invettiva funerea di Giovanni Lindo Ferretti e la bravissima Cristina Donà assieme a Gianni Maroccolo. Alla fine sono contenti sia gli organizzatori che il conduttore: «Tanto rumore per nulla – dice Bisio -. Una differita che nulla ha tagliato e che, dunque, si è rivelata inutile. Sono contento, molto contento, che sia stato raccolto l’appello che avevamo lanciato a non farci censurare». Resta l’amaro in bocca, quando le bocche sono costrette a subire condizionamenti. L’anno scorso Daniele Silvetri e Meg, dei 99 Posse, avevano osato politicamente molto di più. Resta la gioia di uno spettacolo riuscito: date le premesse (si torna lì, la Rai), qualcosa poteva andare storto.