La piazza divide la «Cosa Rossa»

18/10/2007
    giovedì 18 ottobre 2007

    Pagina 2 – Politica

    PROTOCOLLO WELFARE
    LA SINISTRA RADICALE

      Ma la piazza divide la «Cosa Rossa»

        20 ottobre, Giordano e Diliberto uniti nella lotta. Senza Mussi e Pecoraro e boicottati dai No tav

          di Simone Collini / Roma

          «IL 9 GIUGNO TUTTI A ROMA per dire a Bush basta guerra!», strillavano da siti web, manifesti e volantini Rifondazione comunista e Pdci. Solo che quel sabato andarono veramente in pochi a piazza del Popolo per contestare il presidente Usa, che in quei giorni era in visita in Italia. Fu il secondo campanello d’allarme per i comunisti al governo, dopo il deludente risultato alle amministrative di primavera. Ora ci riprovano: sulla scia dell’appello lanciato da “manifesto”, “Liberazione” e “Carta”, chiamano militanti e simpatizzanti a scendere in piazza dopodomani. Non contro il governo ma a favore del programma. Non contro l’accordo siglato dal sindacato ma a favore di un suo miglioramento. Con un ordine tassativo: questa volta la piazza va riempita. Tanto più dopo la prova di forza di An e i tre milioni e mezzo delle primarie per il Partito democratico. E visto che la piazza in questione è San Giovanni, la macchina organizzativa di Rifondazione e del Pdci viene fatta girare al massimo dei giri.

          Sia nel partito di Franco Giordano che in quello di Oliviero Diliberto si mostrano fiduciosi sull’affluenza (parlano di almeno 200mila persone «reali» attese a Roma) tanto è vero che hanno chiesto la diretta Rai della manifestazione. Ma la strada che porta a sabato non è in discesa per loro. Il varo al Consiglio dei ministri di ieri di un testo che recupera la «lettera» e lo «spirito» dell’accordo siglato il 23 luglio da governo e parti sociali, e che quindi annulla quanto deciso alla riunione a Palazzo Chigi della scorsa settimana, mette in difficoltà i due partiti comunisti.

          I loro ministri, Paolo Ferrero e Alessandro Bianchi, ieri si sono astenuti proprio come hanno fatto l’altra settimana, nonostante allora si fosse deciso di limitare a 36 mesi complessivi i contratti a tempo determinato mentre ora viene consentita alle azienda la possibilità di una deroga. Quando il testo dell’accordo raggiunto con le parti sociali è stato recapitato al ministero della Solidarietà sociale, Ferrero non ha nascosto che «sulla parte che riguarda la lotta al precariato c’è un passo indietro». E più tardi l’esponente del Prc ha lasciato il Consiglio dei ministri definendo «peggiorata» la parte sui contratti a tempo determinato. Ma nonostante questo non ha votato contro.

          Rifondazione e Pdci sanno che si muovono su un crinale rischioso, consapevoli che tanto schiacciarsi sulle posizioni dell’esecutivo quanto dar vita a una manifestazione contro il governo può essere per loro fatale. Ma questa prova di equilibrismo non è indolore. Da un lato, hanno già fatto sapere che non scenderanno in piazza dopodomani i Cobas, i No Tav, le minoranze trotzkiste del Prc e tutte quelle sigle antagoniste che considerano la manifestazione, per dirla con i Comitati di base, «una foglia di fico per coprire le vergogne del governo». Dall’altro, non saranno al corteo Sinistra democratica e Verdi, cioè le due forze che insieme a Prc e Pdci dovrebbero dar vita alla cosiddetta “Cosa rossa” e che al Consiglio dei ministri di ieri, con Fabio Mussi e Alfonso Pecoraro Scanio, hanno detto «sì con riserva» al protocollo sul welfare. Queste defezioni non impediranno ai partiti di Giordano e Diliberto di riempire comunque la piazza (si sta studiando attentamente come sistemare nel modo più opportuno il palco sul quale si esibiranno i vari gruppi musicali previsti) ma costituiscono una falsa partenza nel processo di unificazione delle forze a sinistra del Pd. E rendono necessario un lavoro aggiuntivo per poter fare in Parlamento una battaglia unitaria sul protocollo. Senza contare il fatto che la mobilitazione di dopodomani non è affatto vista di buon occhio dal sindacato. E la dice lunga il nervosismo mostrato ieri dalla capogruppo del Pdci al Senato Manuela Palermi: «La Cgil è arrivata a vietare con una circolare l’uso del logo nelle bandiere in vista della manifestazione di sabato sul welfare. Altro che centralismo democratico, qui è qualcosa di peggio». Un’uscita che, sia per il metodo che per quello che è il merito della nota diramata lunedì dal dipartimento organizzativo di Corso d’Italia, non è piaciuta affatto a Mussi e agli altri di Sinistra democratica.