La pelle della Cgil

05/04/2001



giovedì 5 aprile 2001

La pelle della Cgil
GABRIELE POLO

Ieri Sergio Cofferati ha pubblicamente preso atto che un forte vento di destra soffia su questo paese. Viene da lontano e spira per dinamica propria; è cresciuto d’intensità nelle vuote praterie concesse dalla politica e dalla cultura; non ha trovato ostacoli nell’eccesso di "responsabilità" dimostrata dai sindacati. Alla fine ha travolto tutto e ora si accinge a diventare un’aria soffocante. Il segretario della Cgil non arriva all’autocritica, né indica un netto cambiamento di rotta delle strategie della propria organizzazione, ma prepara se stesso e i suoi a uno scenario nuovo, che non si limita a una proiezione elettorale ma riaggiorna un paradigma a lungo sopito: gli interessi di chi vive di lavoro subordinato e quelli di chi il lavoro ha il potere di "offrirlo" non sono gli stessi. E se non arriva ad ammettere che sono divergenti, denuncia quanto oggi siano lontani.
L’attacco contro il programma che accomuna centro-destra e Confindustria, le critiche alla timidezza o ai silenzi del centro-sinistra nei confronti delle pratiche liberiste, l’affondo contro Bankitalia e la difesa del contratto nazionale di lavoro, rappresentano un segnale imposto dai tempi: ormai c’è poco da attendersi dal quadro politico, mentre dalle imprese si aspettano solo attacchi, perché la cancellazione dei diritti e la precarizzazione delle condizioni portano con sé l’eliminazione del sindacato come organizzazione autonoma che rappresenta gli interessi di una parte della società, perché la preminenza della finanza sul lavoro e del motto "arricchitevi" sulla solidarietà preludono a una giungla in cui ognuno è in guerra con il proprio simile. Del resto, mentre Cofferati parlava, la Fiat metteva in mobilità più di 400 operai delle meccaniche di Mirafiori, pochi giorni dopo aver firmato un accordo che garantiva che nussun altro taglio era in programma. Brutale riprova materiale di quanto contino per le imprese le intese sindacali.
Con questo panorama la Cgil è chiamata a fare i conti. E’ un bene che inizi ad ammetterlo. Il futuro annuncia non solo un governo di centro-destra che raccoglie frutti avvelenati seminati per lunghi anni, ma anche una ferocia nei rapporti sociali che non lascia spazio per un "sereno confronto tra le parti". Che, anzi, cancella le parti dentro l’ideologia del mercato, che sopprime i diritti rendendoli non più esigibili. La riscoperta del nemico – anche al di là delle scadenze elettorali – è almeno un’occasione per ripartire.