La pazienza di ascoltarsi – di Mario Deaglio

05/03/2002
La Stampa web





 Editoriali e opinioni  


La pazienza di ascoltarsi

5 marzo 2002

di Mario Deaglio

Una rinuncia del governo al «muro contro muro» con il sindacato sull’articolo 18 sarebbe sicuramente saggia non solo per l’economia ma anche per il clima sociale del paese.

Una delega su un argomento così delicato viene ormai interpretata, a ragione o a torto, da strati sempre più vasti dell’opinione pubblica come una cambiale in bianco in mano al governo, come una perdita di garanzie senza alcuna contropartita. Venendo immediatamente a ridosso di una legge sul conflitto di interessi che offende profondamente milioni di italiani, rischierebbe di arroventare lo scontro sociale e di raffreddare i pallidissimi segnali di ripresa congiunturale.

Il senso dello Stato impone al governo di sostenere l’economia assai più che salvare la faccia, di prendere l’iniziativa per smorzare i toni perché solo smorzando i toni il governo può uscire dall’angolo in cui attualmente si trova. Per farlo, il presidente Berlusconi ha a disposizione la procedura della concertazione, cara al capo dello Stato ma abbandonata dal governo in favore di una politica più decisionista. Piaccia o non piaccia, sedersi attorno a un tavolo è un metodo più efficace per risolvere i problemi italiani che trasferire il confronto, per quanto pacifico, nelle piazze.

Rinunciare all’articolo 18 non significa accantonare il problema della flessibilità e lasciare le cose come stanno; il sindacato ha dimostrato, nel corso dell’ultimo decennio, di saper essere sufficientemente ragionevole se non è posto di fronte a un diktat. Sarà aperto a soluzioni, già sperimentate, con il pieno consenso sindacale, in molti paesi europei, miranti a sostituire le garanzie specifiche di ciascun posto di lavoro con una più generale garanzia di occupazione.

Si dovrà partire dalla constatazione, sicuramente condivisa dalle due parti del tavolo, che l’Italia non può né restar fuori dalla competizione internazionale – a causa di costi pensionistici troppo elevati e di regole sull’occupazione troppo difformi da quelle dei suoi partner – né accettare di lacerare il proprio tessuto sociale per una globalizzazione a ogni costo. Su questa base c’è molto da costruire se sindacato e governo avranno la pazienza di ascoltarsi.



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