La paura di osare – di A.Orioli

06/12/2002


            6 dicembre 2002



            SINDACATI AL BIVIO
            La paura di osare
            DI ALBERTO ORIOLI

            La storia della Fiat è anche la storia dei metalmeccanici. Il passaggio dell’accordo di ieri però ha ancora il sapore dell’evento di cronaca, del fatto contingente. E anche le otto ore di sciopero decise a caldo ieri sera da Cgil, Cisl e Uil resteranno lì, appese alla tragica tensione di questa fase. Il salto "storico", in questa vertenza, deve ancora arrivare. E arriverà perché la Fiat cambierà ancora e in profondità. Non senza un ruolo importante del sindacato che, certo, non potrà essere quello dell’eventuale organizzazione dell’ennesimo sciopero generale. I risultati veri del confronto per ora rimangono oscurati dal grido della protesta, drammatica, come drammatica è la situazione sociale legata alla sorte dei lavoratori della prima impresa manifatturiera d’Italia al centro di una crisi di mercato in pieno avvitamento. Ma lasciati i furori ideologici, i passi avanti non vanno sottovalutati. C’erano 5.600 licenziamenti; ora ci sono 2.400 posizioni di mobilità e circa tremila da gestire con ammortizzatori sociali..
            Ai sindacati non è piaciuto innanzitutto il metodo. Ma l’intesa Governo-azienda ha modificato l’impostazione iniziale del piano Fiat e ha lasciato aperta una via negoziale costellata di momenti di confronto (da effettuare sito per sito) in cui l’incisività dell’azione sindacale non mancherà di dispiegare il suo potenziale, proprio là dove i lavoratori saranno più in grado di apprezzarla. Il metodo dell’accordo a due, a ben vedere, ha lasciato a Cgil, Cisl e Uil la possibilità di non sentirsi compartecipi nella fase più drammatica della vertenza. Ma è adesso che il sindacato dovrà dimostrare tutto il suo senso di responsabilità, posto che una via di conflitto di lunga durata aggraverebbe solo la crisi e allontanerebbe i tempi del riscatto. Nel merito Cgil, Cisl e Uil sembrano essersi ricompattate nel chiedere l’intervento diretto dello Stato nel capitale dell’azienda. Una mossa che avrebbe il valore dell’estrema unzione per il malato. Precludendo, soprattutto, anche alleanze e partnership future. Gli unici interventi dello Stato in questa fase sono stati gli ecoincentivi, i fondi per la ricerca e la formazione e lo sblocco dello stato di crisi. Misure "fisiologiche" in una strategia di vero rilancio e non di progressiva consunzione produttiva. «Il piano va ritirato» è stata la contromossa di Cgil, Cisl e Uil fin dall’inizio. Comprensibile sul piano tattico, ma senza credibilità nel concreto. Il Governo ha chiesto a un advisor esterno di certificare la validità del piano che l’ha confermata. Come poteva a quel punto il Governo chiedere alla Fiat di ritirarlo per assecondare il sindacato? In realtà siamo di fronte a una fase solo iniziale di un confronto lungo. L’intesa di ieri ha delimitato le corsie entro cui realizzarlo. Certo, restare incollati al radicalismo massimalista della doppia richiesta di far sparire il piano Fiat e di aprire il capitale allo Stato non farebbe fare molti passi avanti alla trattativa. Il sindacato è nella situazione più difficile: rappresenta l’anello più debole e sa di dover gestire un confronto in cui non c’è nulla da "prendere". La tentazione del "tanto peggio tanto meglio" sarebbe la più dannosa: perché porterebbe vantaggi solo all’ala minoritaria-massimalista e azzererebbe il senso vero del ruolo confederale mostrato finora, nei tempi più difficili, da tutte e tre le sigle sindacali. Per questo il sindacato italiano è stato forse l’unico in Europa a sopravvivere e acquisire prestigio proprio nell’affrontare con intelligenza le situazioni più drammatiche.