«La partita sulle pensioni non è chiusa»

29/03/2004


  Sindacale




domenica 28 marzo 2004
«La partita sulle pensioni non è chiusa»
I sindacati replicano a Maroni: la previdenza è parte integrante della piattaforma per cui abbiamo scioperato

ROMA Dopo lo sciopero generale che ha portato in piazza un milione
di persone si aspettano le mosse del governo. E si tratta di un’attesa piuttosto confusa. Il premier dice che la convocazione dei sindacati spetta a Maroni. Il ministro del Welfare afferma che sentirà il presidente del Consiglio perché a lui non è del tutto chiaro chi debba convocare chi e soprattutto per parlare di che cosa. Cgil, Cisl e Uil hanno ricevuto dai lavoratori il mandato ad insistere con le loro proposte di politica economica e di Welfare, quindi anche ieri hanno ripetuto che per il sindacato la partita delle pensioni non è affatto chiusa e la convocazione che verrà dovrà mettere sul tavolo l’intera
piattaforma, riforma previdenziale compresa.
Quanto al mittente della convocazione Savino Pezzotta taglia corto: «Abbiamo chiesto l’incontro alla presidenza del Consiglio e deve essere questa a risponderci». E lo stesso afferma il segretario generale aggiunto della Uil Adriano Musi per il quale nel caso la partita venisse
lasciata nelle mani di Maroni il sindacato «valuterà se sia utile andare».
È chiaro che il ministro del Welfare non basta «non ha nè la competenza nè la responsabilità nè è il titolare delle politiche economiche. Tutto ciò è la testimonianza della confusione che c’è nel Governo»», insiste Musi. E infatti in ballo non ci sono solo le pensioni e l’occupazione, ma lo sviluppo, il Sud, il carovita.
Il bello è che Maroni che avrebbe titolarità sulla previdenza afferma
fin d’ora che «sulle pensioni non ci sarà nessuna convocazione, il confronto è concluso e la partita è nelle mani del Parlamento».
Si è detto invece «pronto» nel caso – e sarebbe singolare – che gli venisse delegata l’intera trattativa. Per Cgil, Cisl e Uil così non va.
Non va che venga dichiarata chiusa la questione della riforma della previdenza che anzi deve essere affrontata insieme agli altri punti del documento unitario. «Quando diciamo di rivoltare l’agenda del governo e di dare priorità allo sviluppo vogliamo dire che non accettiamo tagli alla previdenza», chiarisce la segretaria confederale della Cgil Morena Piccinini. E al ministro del Welfare che ha insistito con il fallimento dello sciopero («non è riuscito») Piccinini ha replicato affermando che la mobilitazione è andata «benissimo in tutte le aziende pubbliche e private. Non c’è stato – ha aggiunto – un
abbassamento dei toni. I lavoratori sono molto preoccupati, per la stabilità del posto, per i redditi e per i tagli alla spesa previdenziale».
Ma per il vicepremier Gianfranco Fini il sindacato «non comprende
che la riforma non serve a fare cassa ma è una necessità per garantire
ai figli la pensione». Lo sciopero «dimostra» questo per Fini, oltre al
fatto che «il dialogo con i sindacati è indispensabile». Insomma il solito cerchiobottismo dell’«ala sociale» del governo costretta a spiegare alla propria base elettorale perché poi alla fine vota sempre come Berlusconi, Maroni e Tremonti. «Il fatto che con quella riforma ci siano lavoratori che potrebbero aspettare cinque anni in più di ora per andare in pensione di anzianità dimostra che il provvedimento è iniquo», gli risponde Musi.
E dalla Cisl il segretario confederale Pierpaolo Baretta insiste sulla «collegialità» della responsabilità del governo in fatto di politica
economica e definisce «singolare» l’ipotesi che si scelga «fior da
fiore» gli argomenti delle richieste sindacali su cui discutere.
«Il governo deve aprire un tavolo o più tavoli sulle cose che chiediamo». Pensioni comprese.
fe. m.