La partita Fiom ipoteca per la Cgil

10/01/2011

«Facciamo fatica a intenderci. È sempre difficile conoscere l’orto del vicino. Certo, però, la Fiom tende a isolarsi. Mi farebbe piacere che i suoi dirigenti capissero di più i problemi della cassiera dell’ipermercato o della ragazza incinta che lavora da un notaio». Franco Martini è un uomo di buonsenso, apprezzato dentro alla Cgil per il suo pragmatismo. Fratello dell’ex presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, oggi guida la Filcams, il terziario che esprime il 6% degli iscritti totali della Cgil, all’incirca la stessa quota della Fiom. «Vorrei che anche loro – continua Martini – adottassero il punto di vista che ogni giorno devo adottare io. Un sindacato moderno non può soltanto confrontarsi con i problemi della classe operaia. Deve anche trattare con la solitudine delle persone».
La Cgil non è un monolite. Nelle ultime settimane la questione Mirafiori ha attribuito ai metalmeccanici una centralità che ha fatto spiccare, con la dura lucentezza di una vecchia chiave a stella da fabbrica degli anni Settanta, la loro compattezza ideologica e le loro radici in un Novecento di cui perpetuano, nel 2010-2011, i riti e i miti. E ha oscurato le ragioni degli altri: i sindacalisti che non si possono permettere troppa ideologia e il cui riformismo nasce da un confronto continuo con i cambiamenti indotti dalla globalizzazione, multinazionali e Pmi nel mare aperto dei mercati, produttività delle fabbriche e diritti dei lavoratori, inclusi quelli con una minore cifra politica in senso classico.
La segretaria generale, Susanna Camusso, è impegnata nella complessa operazione di impedire processi disgregativi ponendo rimedio alle spinte frazionistiche di una Fiom che, nello scontro con Sergio Marchionne, ha preso a muoversi come un corpo autonomo. «La Fiom è parte fondamentale della Cgil – dice la bersaniana Valeria Fedeli, leader dei tessili -. Sui diritti costituzionali, come quello di sciopero o di rappresentanza, siamo con loro. Però, fra noi e loro, deve prendere il via un dibattito serio. Loro sono loro. Noi siamo tutto il resto della Cgil: dopo il 2009, dunque dopo la mancata firma del nostro sindacato all’accordo sul modello contrattuale, tutte le categorie della Cgil hanno rinnovato i contratti insieme alle altre sigle. La Fiom non l’ha fatto. Perché?».

Fra i riformisti del sindacato, dunque, nessuna voglia di conventio ad excludendum. Allo stesso tempo, con questa dirigenza dei metalmeccanici, una resa dei conti non può mancare. La partita, però, non si limita al confronto fra la Camusso e il segretario dei metalmeccanici Maurizio Landini. All’interno della Cgil più riformista, si sovrappongono le stratificazioni. Ci sono personalità formatesi dentro alla tradizione comunista (come Martini e Fedeli) e altre dentro a quella socialista, prima fra tutte la Camusso. E, sull’attività sindacale in sé e per sé, sussistono idee e pratiche che si sono modellate su diversi paesaggi industriali: l’identità ideologica della Fiom nasce dentro la grande fabbrica fordista dove ancora oggi restano gli ultimi operai in carne e ossa, qualcosa di abbastanza simile alle tute blu degli ultimi cinquant’anni di capitalismo italiano, qualcosa di molto distante dagli operai-piccoli imprenditori delle filiere e dei distretti. Nelle prossime settimane queste impostazioni differenti, a tratti inconciliabili, non potranno non confrontarsi. La road-map è già prefissata: oggi la segreteria della Cgil e quella della Fiom, martedì 11 e mercoledì 12 a Chianciano l’assemblea nazionale delle Camere del lavoro, giovedì 13 e venerdì 14 il referendum a Mirafiori, sabato 15 il direttivo nazionale della Cgil e venerdì 28 gennaio lo sciopero indetto dai metalmeccanici. Al termine di questo calendario, si capirà quali saranno i rapporti di forza fra le diverse anime che compongono il corpaccione della Cgil (a fine 2009 oltre 5,7 milioni di iscritti). Dal punto di vista tecnico-tattico, si comprenderà cosa faranno i dirigenti dell’area di Nichi Vendola e Paolo Ferrero "Lavoro e società" (in segretaria nazionale rappresentata da Nicola Nicolosi), finora con la Camusso ma sempre più affascinati dalle sirene massimaliste della Fiom e poco convinti dalla linea del segretario di apporre una firma tecnica all’accordo di Mirafiori, in caso di vittoria dei sì al referendum. E, sotto il profilo strategico, si verificherà se i riformisti, che per ora riconoscono alla Camusso una leadership non solo formale, potranno muoversi in un contesto in cui l’agenda non sarà più fissata da una categoria come la Fiom che, in termini di iscritti, pesa per non più del 6% e che, al congresso del maggio 2009, ha ottenuto il 17% dei voti, contro l’83% della mozione Epifani-Camusso.
Dunque, proprio il referendum di Mirafiori e una eventuale firma tecnica produrranno effetti sistemici in grado di modificare i rapporti fra minoranza massimalista e maggioranza riformista. «Nessuno mette in dubbio la tradizione e la qualità del gruppo dirigente della Fiom – riflette a questo proposito Onorio Rosati, segretario generale della Camera del Lavoro di Milano – però c’è un elemento che proprio non funziona. Ed è la differenza fra il loro livello nazionale e il loro livello locale. In sede nazionale, dicono sempre di no. Quando, lontano dai riflettori, sorgono problemi locali, la Fiom è invece molto più pragmatica. Trova gli equilibri e firma le intese».
Questa divaricazione fra dimensione nazionale e locale produce una speciale ideologia della buona sconfitta. «Storicamente – nota Rosati – la Fiom ha teorizzato l’indipendenza del sindacato. Sono convinti di potere fare da soli e meglio degli altri. E, alla fine, arrivano a sostenere, come fa Landini, che se a Mirafiori prevalgono i sì, non sarà una sconfitta. Non è vero: se vincono i sì, sarà una sconfitta. Ricominciano dal senso delle parole, per cortesia». Ricominciare dal significato delle parole è una operazione essenziale, secondo Rosati, anche per evitare di costruire un vocabolario in cui la complessità viene cancellata e il modello di relazioni industriali, seppur in chiave antitetica e contrappositiva, è soltanto quello "neo-marchionnesco". «Le relazioni industriali italiane – conferma Fedeli, allenatasi nella palestra della ristrutturazione del tessile – sono articolate e vanno modulate, in maniera originale, sempre più secondo i cambiamenti imposti dalla globalizzazione. Non si può permettere che tutto sia schiacciato sullo scontro Fiom-Fiat». Dunque, è interesse della Cgil più riformista e negoziatrice evitare che una ipotetica sconfitta della Fiom a Mirafiori la prossima settimana divenga la sconfitta di tutto il sindacato.
Molti aspetti rifiutati dai metalmeccanici per Pomigliano e Mirafiori sono già applicati dagli alimentaristi (il 5% degli iscritti alla Cgil). «Su turni e orari di lavoro – spiega la segretaria Stefania Crogi, di estrazione socialista – abbiamo una contrattazione aziendale molto significativa». Come nel caso di un’altra meno nota "Pomigliano". Carrefour aveva cancellato il contratto aziendale. «Una risposta traumatica – dice Martini – a una competitività che, nella Gdo, è su scala globale». Il tavolo fra sindacati e impresa ha ora recuperato il premio aziendale e la pausa. Questa ipotesi sarà sottoposta alle assemblee dei lavoratori nei prossimi giorni. «L’importante è fare di tutto per restare dentro al sistema», nota Martini. Che con malizia aggiunge: «Se in Carrefour ci fosse stato Marchionne, il risultato non l’avremmo ottenuto perché, come Cgil, ci avrebbe tagliato fuori». Chissà. Certo, però, un Marchionne della grande distribuzione, al tavolo, avrebbe trovato il riformista Martini e non il massimalista Landini.

Stefania Crogi Flai Cgil (agroindustria) I RIFORMISTI
«Molti aspetti rifiutati per Pomigliano e Mirafiori sono applicati dagli alimentaristi»
Valeria Fedeli Filtea Cgil (tessili)
«Tutte le categorie della Cgil hanno rinnovato i contratti con le altre sigle La Fiom no, perché?»
Franco Martini Filcams Cgil (commercio)
«Loro tendono troppo a isolarsi; così però si perdono di vista i bisogni delle persone»
Onorio Rosati Camera del lavoro di Milano
«Sono convinti di poter fare da soli e meglio degli altri; devono ripensare al loro vocabolario»