La parola fine sull´automobile italiana – di E.Scalfari

11/12/2002

 
 11 dicembre 2002
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La parola fine sull´automobile italiana
          La crisi è esplosa quasi d´improvviso, più grave di quanto fosse stato previsto dai vertici Fiat e dagli analisti
          Eppure l´esecutivo una settimana fa rimproverava ai sindacati il no al piano aziendale, oggi carta straccia

          EUGENIO SCALFARI
          CI sono quattro attori che si muovono sulla scena Fiat degli ultimi mesi, degli ultimi giorni, delle ultime ore, mentre lampi e scrosci di fosca tempesta si alternano a immense ipocrisie, a spietati cinismi e a comici siparietti: la Famiglia, le Banche, il Governo, il Sindacato. In platea, rabbiosi e impotenti, i lavoratori dell´automobile. Nel loggione i cittadini che assistono stupefatti e in qualche modo affascinati a questa incredibile rappresentazione di un dramma umano, industriale, politico.
          Un luogo comune suggerisce che quanto accade configuri una tragedia shakespeariana. In realtà ci vorrebbe piuttosto la penna del duca di Saint Simon quando racconta la morte del Re Sole, preceduta di poco da quella del Delfino e del suo giovane figlio, lasciando di fatto un vuoto di successione al trono di Francia.
          La Famiglia è rappresentata da Umberto Agnelli, vissuto per l´intera vita all´ombra del fratello maggiore, costretto ormai da un anno in un letto di pena dal quale si rialza solo quando gli si chiede di apporre il timbro su decisioni prese senza di lui ma che hanno ancora bisogno dell´«imprimatur» reale.
          Si possono immaginare le frustrazioni accumulate in tanto tempo dal fratello minore, gli sgarbi che ha subìto dai dignitari di quella stranissima corte, il desiderio di rivincita che lo anima nel momento in cui la sorte gli conferisce il bastone del comando.
          Umberto ha da tempo capito che è interesse della Famiglia abbandonare l´industria dell´auto, diversificare le attività, spostare all´estero il baricentro del gruppo. Anche Gianni è di quell´avviso: nel mondo globale non c´è posto che per quattro o cinque gruppi automobilistici, in Europa per non più di due. Ma rinvia questa che ai suoi occhi raffigura comunque un´abdicazione ad un futuro più lontano, quando lui, sovrano senza corona, presumibilmente non ci sarà più.
          Su queste basi nasce l´accordo con la General Motors, voluto da Gianni e negoziato da Fresco, che colloca nel 2004 il momento della decisione finale. Ma improvvisamente la crisi esplode, infinitamente più grave di quanto pensassero gli analisti, gli esperti, le banche e lo stesso management della Fiat.
          Esplode e si avvita su se stessa come un aereo che entri in un vortice e precipiti senza più rispondere ai comandi del pilota. Dopo un anno e mezzo di perdite sempre più pesanti, di contraddizioni e incertezze inspiegabili, la clientela Fiat diventa quasi introvabile: quel marchio ha cessato di fatto di esistere nell´immaginario dei consumatori.
          A colmare il buco intervengono le banche: Intesa, Sanpaolo, Unicredit, Capitalia (Banca di Roma). Migliaia di miliardi di vecchie lire vengono messi a disposizione della Famiglia affinché possa uscire dalla tempesta, lanciare nuovi modelli, vendere senza svendere i gioielli della corona e concentrare gli sforzi sul core business, l´automobile, che da cent´anni è il fondamento del potere e dello sviluppo. Questo prevede il piano industriale e su di esso viene stipulato l´accordo-contratto tra i quattro maggiori istituti italiani e l´azienda torinese.
          Ma Umberto, che pure presiede alla stipula di quell´accordo insieme a Fresco e a Galateri, dispera che l´azienda possa farcela, che l´aereo avvitato possa risollevarsi fino alla linea di volo. Perciò in gran segreto immagina un suo contro-piano: un accordo con Mediobanca che si incarichi di spezzettare il gruppo, scorporare l´Alfa e trasferirla a un polo lusso-sportivo insieme alla Ferrari e alla Maserati, raccogliere fondi freschi e trovare una sponda industriale nella Volkswagen che con le sue marche Audi, Porsche e Lamborghini è già robustamente presente in quel settore.
          La Fiat senza più l´Alfa negozierà al meglio una fusione con Opel, la filiale europea di General Motors, subito, senza più aspettare la scadenza del 2004. Nel frattempo sarà Torino, con la copertura e il sostegno del governo, ad accollarsi il «lavoro sporco», gli esuberi dell´auto, la semichiusura degli stabilimenti antieconomici. Quanto agli esuberi dell´indotto, che ammontano tra il doppio e il triplo di quelli della casa madre, a quelli ci pensi Iddio (o il ministro Maroni, il batterista col fazzoletto verde nel taschino, se Tremonti gli darà qualche spicciolo).
          Il contro-piano di Umberto prende corpo fin dall´agosto e il primo segnale è l´acquisto da parte di Mediobanca del 35 per cento della Ferrari, che le quattro banche finanziatrici considerano come un gesto ostile senza tuttavia capire che la partita sta cambiando direzione e natura.
          In ottobre intanto il piano industriale ufficiale viene portato sul tavolo del governo e poi dei sindacati. La trattativa procede a lunghi intervalli: governo e Parlamento sono infatti intenti a varare la Cirami e la finanziaria.
          Fresco e Galateri fanno fretta, il sindacato pure; il governo traccheggia: Berlusconi infatti è fin dall´inizio al corrente del contro-piano di Umberto e di Maranghi, una strana coppia di ex avversari che ora, con un improvviso capovolgimento di alleanze, si ritrova unita contro tutti.
          Il presidente del Consiglio appoggia quell´accoppiata perché ci vede i suoi vantaggi: la sparizione di fatto del gruppo di Torino quale contropotere politico-industriale, il suo spezzettamento in mani amiche, due grandi giornali (Corriere della Sera e Stampa) da collocare finalmente a persone affidabili (per lui) e la chiusura della partita tra la nuova razza padana e padrona e il salotto buono dell´Avvocato.
          Tutto ciò avviene a totale insaputa del consiglio d´amministrazione della Fiat, del presidente Fresco, del consigliere delegato Galateri, delle banche finanziatrici, degli stessi membri del governo e dei partiti che lo compongono.
          Gianni Agnelli non sa nulla nemmeno lui. Sarà informato alle 5 della sera di domenica 8 dicembre, appena tre ore prima di incontrarsi con un Galateri cui Umberto ha già formulato la richiesta delle immediate dimissioni.
          La cena tra i Galateri e gli Agnelli, indetta per quella sera e non avvenuta per indisponibilità dell´Avvocato, si consuma in una manciata di secondi tra due amici che ormai sono distanti tra loro anni luce. Il consigliere delegato dimissionato ascolta a testa china e come fulminato il verdetto dell´uomo che fu il più potente d´Italia e che ora si arrende al destino con pochi monosillabi di congedo. Le donne, nella sala da pranzo deserta, piangono.

          * * *
          Maranghi sapeva che le quattro banche finanziatrici avrebbero opposto resistenza. Anche Umberto lo sapeva: in fondo sono loro che stanno tenendo in piedi l´azienda con i soldi dei loro depositanti. Ma che cosa possono fare le banche? Chiudere i fidi alla Fiat? Sarebbe come chiudere la stalla dopo che i buoi sono usciti. Chiedere indietro i crediti a breve termine che forniscono all´azienda il capitale di funzionamento? Equivarrebbe obbligare la Fiat a portare i libri in tribunale e le banche non saranno così stolte da far fallire il loro debitore.
          Strilleranno un po´ – dice Maranghi – ma alla fine si calmeranno; in fondo conviene anche a loro sbaraccare il castello e venderne i pezzi a qualche amatore.
          A giudicare da quanto trapela la sera di martedì 10, le banche però strillano assai più del previsto, lo stesso consiglio d´amministrazione della Fiat vota inopinatamente la fiducia a Fresco e Galateri. Quest´ultimo si dimette comunque ma l´«Americano» no, preferisce esser licenziato. Si vedrà al prossimo consiglio fissato tra due giorni.
          Il direttore del Corriere della Sera scrive un editoriale come non s´era mai letto da quanto Albertini lasciò il giornale nel 1925. Umberto lo rassicura con un messaggio di fiducia e sostegno.
          Tempo al tempo: bisogna che il nuovo amministratore al posto di Galateri sia eletto e si installi. Bondi ha un pedigree di eccellenza ed è un uomo di finanza come Galateri, come Gabetti che andrà al posto di Fresco. Di industria e in particolare di automobili nessuno di loro sa niente; ma non è questo di cui debbono occuparsi: debbono cuocere lo spezzatino a giusta cottura e poi collocarlo come si deve. In questo sono bravissimi.

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          Pensare che appena una settimana fa il governo rimproverava aspramente i sindacati (e la Cgil in particolare) per aver rifiutato un vantaggioso accordo con la Fiat per ragioni politiche. Ma non solo il governo: anche i più ragionevoli partiti del centrodestra muovevano analogo rimprovero; molta parte dell´opinione benpensante scuoteva la testa e minacciava col ditino Epifani, Pezzotta, Angeletti e – perché no – il solito Cofferati che per primo aveva previsto la enorme gravità della crisi Fiat, tutti rei naturalmente di massimalismo sconsiderato.
          Bene. Quell´accordo, quel piano industriale a sette giorni di distanza si è rivelato per ciò che era: carta straccia, il cui unico scopo era quello di lubrificare l´esodo degli esuberi Fiat per rendere lo spezzatino più appetibile a chi vorrà mangiarlo. I firmatari di quel documento sono stati estromessi dai loro mandanti. Il ministro Marzano, chiamato d´urgenza al Senato per riferire, ha pronunciato dei fonemi e non parole significanti: infatti sapeva soltanto ciò che aveva letto sui giornali della mattina.
          Berlusconi si è chiuso nel silenzio. Per uno come lui è un fatto eccezionale. Del resto aveva parlato per primo del polo del lusso come soluzione ottimale. Sembrava l´ennesima barzelletta all´ora del dilettante, invece era la pura verità già pensata e messa alla fine sul tavolo.
          Così finisce anche l´automobile italiana. Questo non era scritto nel contratto con gli elettori ma si è verificato. Non è un miracolo? Forse era questo il miracolo che si aspettava?