La paga? Congelata

29/10/2007
    sabato 27 ottobre 2007

    Pagina 3 – Primo Piano

      Analisi
      Il sistema-Paese perde la sfida della globalizzazione

        La paga? Congelata

          In cinque anni aumento dello 0,2% e potere d’acquisto giù del 20

            ALESSANDRO BARBERA

              ROMA
              La tabella, nella sua semplicità, è rivelatrice: nel 2005 l’italiano medio ha guadagnato 16.538 euro, 1.378 al mese. È una delle più basse buste-paga d’Europa, la ventunesima fra i trenta Paesi più industrializzati del mondo. Nel Canton Ticino, a pochi passi da Como, in quello stesso anno gli stipendi sono stati di 36.221 euro. Un cittadino inglese ne ha messi in tasca 30.774, uno tedesco 23.942. Al di là delle Alpi, in Francia, quello stesso stipendio è stato di 21.470 euro. Inutile chiamare in causa evasione, tenore di vita, o solo il problema-tasse. Nella classifica degli stipendi lordi l’Italia è ventesima con 22.759 euro l’anno. Dare una spiegazione univoca di cosa è accaduto non è semplice. Quel che sappiamo da tempo è che i problemi sono iniziati con l’ingresso nell’euro. I dati Eurostat dicono che fra il 1996 e il 2002 l’Italia ha avuto i più bassi aumenti retributivi dell’Europa a 15. Mentre in Irlanda i salari crescevano del 31,5% e in Francia del 23,4%, in Italia segnavano un +0,2%. Ma cosa è accaduto dopo?

              «Poca produttività, poca serenità, e molta flessibilità tutta a carico del giovani», dice l’economista Giacomo Vaciago. «Ma non c’è da stupirsi. Da dieci anni l’Italia vive nella paura e nella bassa crescita. A forza di minacciare riforme che spesso non abbiamo fatto, invece di consumare abbiamo continuato a risparmiare». E così, mentre gli americani spendevano il 98% del loro reddito disponibile, noi ci siamo fermati al 70%. Pochi consumi, poca crescita, stipendi bassi.

              Alcuni sono stati più fortunati di altri. Benché ieri abbiano scioperato per difendere le loro ragioni legittime, i dati Istat dicono chiaramente che gli statali ci hanno perso molto meno dei dipendenti privati. Fra il 2001 e il 2006, per esempio, un ministeriale ha visto crescere il proprio reddito medio assoluto da 19.779 a 23.736 euro; nella scuola si è passati da 21.738 a 26.216. Nello stesso periodo invece il dipendente di una azienda siderurgica è salito da 17.471 a 20.351. Nel settore degli alimentari il reddito medio da 18.666 ha raggiunto i 21.749. Nel frattempo quei redditi venivano lentamente erosi dall’inflazione. Il potere d’acquisto di uno stipendio è sceso del 20%. Se un cono gelato nel 2001 non costava più di 80 centesimi, ora ci vogliono mediamente due euro e mezzo. Una tazzina di caffé o una pizza costano mediamente il triplo.

              Stiamo scoprendo fino in fondo i costi del risanamento finanziario e della nuova ondata di globalizzazione. Non a caso – dice Giuseppe D’Aloia dell’Ires-Cgil – gli stipendi che sono cresciuti meno sono quelli dei dipendenti dei settori più esposti alla concorrenza mondiale: tessile, calzature, legno. E quando le imprese sono riuscite ad adeguarsi alla sfida dell’euro, «molte di loro non hanno ancora diviso i benefici con i lavoratori», dice il professor Paolo Onofri. Negli ultimi anni le cose sono andate un po’ meglio: secondo Eurispes fra il 2000 e il 2005 gli aumenti dei salari sono stati del 13,7%, due punti in più della Germania. Il costo del lavoro italiano in Europa non è fra i più alti. Ma la produttività resta bassa, e il mercato del lavoro resta rigido. Della flessibilità, fa capire Draghi, abbiamo una visione distorta: i figli restano precari, i padri irrimediabilmente stabili. I figli non fanno figli, non consumano, il Paese non cresce e gli stipendi restano al palo. E’ una delle regole auree dell’economia. Draghi ieri l’ha ricordata.