La Omsa chiude e va in Serbia. A casa 350 operaie. La rabbia della Regione

28/07/2010

Omsa come Fiat. Il celebre marchio delle calze per donne, di proprietà della Golden Lady Company, apre un nuovo stabilimento in Serbia – lo stesso Paese scelto dal colosso torinese per produrre la nuova monovolume -, e decreta la morte, peraltro già annunciata, della storica fabbrica di Faenza (Ravenna). A casa restano circa 350 operai, quasi tutte donne, già in cassa integrazione a rotazione e che da mesi lavoravano a singhiozzo. Il colpo di grazia arriva, così, durante la chiusura estiva per ferie, nell’indifferenza generale. Al silenzio di un esecutivo nazionale che, di fatto, dà licenza di delocalizzare, replica la protesta della Regione che, con l’assessore alle Attività produttive Gian Carlo Muzzarelli, contesta «la decisione di chi vuole produrre là dove i lavoratori hanno meno tutele, perché si indebolisce la qualità e il prestigio dei marchi. Paghiamo, purtroppo, non solo il dumping sociale ma anche e soprattutto l’assoluta mancanza di una politica industriale del governo, che ha negato di continuo la crisi, sostenendo che stiamo meglio di altri Paesi». «È difficile anche solo trovare le parole – allarga le braccia Marina, 50 anni, da una trentina in azienda -. Siamo amareggiate: se apri uno stabilimento all’estero, significa che le cose non vanno poi così male (il patron Nerino Grassi aveva lamentato un calo del 15% degli ordini, ndr). Tu sei qui che arranchi, e questo prende su e, senza dire nulla, va via. È terribile». Marina ha una figlia 24enne che studia e un marito «che, per fortuna lavora». Tra i suoi 750 euro di cassa integrazione e i 1.100 del compagno «fai comunque fatica – osserva la donna -. E poi io e le mie colleghe non chiediamo la cig, che è assistenzialismo dello Stato, vorremmo lavorare». Il miraggio è ora una possibile riconversione della fabbrica faentina. Ci sarebbe l’interesse di un imprenditore, ma l’azienda su questo punto sarebbe stata ancora piuttosto vaga. Ma i tempi non sono un optional: la cassa durerà fino al marzo 2011. Se entro quella data – recita l’intesa siglata a maggioranza, a cui la Cgil era contraria – non verrà ricollocata al meno il30% della forza lavoro, cioè 104 dipendenti, il governo potrebbe non concedere un ulteriore anno di ammortizzatori sociali. E, a quel punto, le lavoratrici resterebbero senza un euro. «Pensare che tutte e 350 trovino un’altra occupazione è un sogno – chiude Marina – abbiamo quasi tutte fra i 40 e i 50 anni». Basti pensare che, da quando è iniziata la vertenza, a gennaio, solo una decina di lavoratrici ha trovato un posto a tempo determinato. «Negli ultimi incontri con la proprietà, il 13 e il 20 luglio scorsi, non ci è stato detto nulla dell’intesa col governo serbo per un nuovo stabilimento, anche se della delocalizzazione si sapeva – attacca Samuela Meci (Filctem-Cgil) -. Ci è stato riferito dell’interesse di un imprenditore per l’area di 44mila metri quadrati, ma di concreto non c’è nulla». L’Omsa, come la Fiat, se ne va «perché qualcuno, cioè il governo, glielo lascia fare – incalza Meci -. Quando lessi quel che era successo a Pomigliano, ho pensato: con modalità diverse, è successo così anche a Faenza. È la politica del “divide et impera”: si cerca di dividere sindacati e lavoratori, mettendoli uno contro l’altro per fare poi quello che si vuole ». Nel risiko della globalizzazione. «finché comprimi i diritti, troverai sempre chi fa lo stesso prodotto a un costo minore. Oggi è la Serbia, ma domani gli operai di quel Paese potrebbero vedersi scavalcati, che so, dal Kazakistan», esemplifica Meci. Che non nasconde la necessità di non far calare il sipario mediatico sulla vicenda, che era salita alla ribalta anche grazie a Michele Santoro, che aveva ospitato alcune operaie faentine nel suo «Rai per una notte », a Bologna. «Ci sono delle situazioni difficilissime – conclude la sindacalista -.Da donne divorziate o vedove con figli, e quindi monoreddito, a coppie che lavorano entrambi all’Omsa o ancora a ragazze con il marito artigiano, che non ha neppure la cassa integrazione. Una bomba sociale che rischia di esplodere sul territorio».